Racconti

http://www.gcwriter.com

 

Il sapore del mare

di Serena Pisaneschi

 

Tobia non faceva altro che correre dentro e fuori dall’acqua, abbaiando alle onde e cercando di afferrare le alghe che venivano trasportate in superficie; la schiuma bianca della risacca inzuppava il suo bel mantello fulvo e spesso, sarebbe stata davvero un’impresa, poi, liberarlo da tutta quella salsedine nello spazio ristretto di una vasca da bagno. Ogni tanto si voltava a guardarmi, non so se cercasse la mia approvazione o la mia compagnia, seduta sulla sabbia fresca lo seguivo con uno sguardo perso e innamorato mentre si divertiva con la spensieratezza di un bambino privo di responsabilità. Era quasi ottobre, l’aria cominciava a diventare sensibilmente più umida, specialmente verso sera, ed i colori del tramonto regalavano rosa e grigi limpidi e brillanti; il sole stava scomparendo dietro i monti, lasciando l’orizzonte sempre più scuro e indefinito. Inspirai a fondo il profumo del mare, gli occhi si chiusero per non limitare l’immaginario; era così inconfondibilmente saporito da rievocare istintive ed innate appartenenze. Il pollice e l’indice della mano destra accarezzavano una piccola conchiglia liscia e ben levigata ai bordi, quella sensazione tattile così familiare possedeva sempre lo straordinario potere di riportarmi indietro nel tempo. Quante ne avevo sfiorate in vita mia? Quante ne avevo coccolate come fossero tesori inestimabili? Centinaia, forse di più. Che fossero ondulate e solide o meno resistenti e uniformi non aveva importanza, ognuna di loro possedeva più del valore della perla che sorelle di altri mari avrebbero potuto contenere. Mi ricordai di tinte brillanti e sfumature che reinventavano le leggi cromatiche, mi ricordai di ninnoli e bracciali costruiti con cura e attenzione impeccabili. Ogni estate, quando ero piccola, la partenza per le vacanze era sempre fonte di impazienza e trepidazione, l’irrequietezza immediatamente precedente faceva impazzire chiunque mi stesse intorno. Una volta in spiaggia passavo pomeriggi interi a razziare lidi e anfratti noti o più nascosti, alla ricerca di frammenti di quella vita raccontata in ogni libro che mi impegnassi veramente a leggere, ed ogni sera tornavo a casa con le tasche piene di splendidi ritagli di calcare colorato. Le conservavo tutte in un piccolo forziere di legno, avevo costruito loro un letto in una scatola di sigari del nonno rivestita di ovatta bianca; ognuna era una testimonianza, ognuna aveva il compito di mantenere vivo il sentimento di affinità con un mondo mitico narrato in decine di favole. Poi le vacanze finivano ed il ritorno in città era inevitabile, salutavo il mare con il pianto nel cuore mentre lo zaino proteggeva un contenitore carico di nostalgia. Alla luce di quei ricordi strinsi ancora più forte la piccola conchiglia nella mia mano, poi mi alzai e, voltandomi, guardai in direzione della strada. Sorrisi con enorme soddisfazione al pensiero che, ora, la mia casa era a solo pochi metri dalla spiaggia. Il sole aveva concluso la sua corsa da qualche minuto, la luce stava cominciando a scomparire; chiamai Tobia con il solito fischio mentre m’infilavo in tasca un nuovo ricordo. Si fanno molte scelte nella vita, scelte che condizionano il cammino: lo studio, il lavoro, le persone da frequentare. Io avevo scelto il mio ambiente, tutto il resto avrebbe dovuto adattarsi. Adesso come allora l’unica cosa di cui m’importava era quell’odore che gustavo ad ogni respiro, quel sapore pieno e salato era il mio punto fermo, il simbolo di stabilità attorno a cui stavo costruendo la mia esistenza.


 Stampa questa pagina

 Segnala questa pagina a un amico