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Il quadro con le ninfee di Alfredo Sansone (racconto che ha partecipato al concorso letterario Noir Story)
Spesso a causa delle donne si fanno grandi stronzate. Spesso le più grandi stronzate si fanno a causa delle donne. A volte si fanno se a ragionare sono le palle, ma se ti capita di metterci la testa è pure peggio. Purtroppo se ci si cade e ci si innamora è facile cacciarsi nei guai. Se per una ragazza ci perdi davvero la testa poi è finita. Sei in trappola. È quello che capitò a Paolo. Lui non amava le donne, cioè in realtà gli piacevano moltissimo, ma difficilmente gli capitava di perdere la testa per una. Più che altro gli dava fastidio che una fica, un paio di tette e un culo potessero condizionarlo. Si chiedeva: «Perché dovrei complicarmi tanto la vita per un pezzo di carne?». Così non si impegnava mai più di tanto per una ragazza. Se la cosa era facile, a portata di mano, sì. Altrimenti chissenefrega! Un giorno si trovò in provincia di Roma per lavoro. Alloggiava in albergo, e la prima sera la passò tutta al bar. Era un luogo abbastanza accogliente, ma allo stesso tempo malinconico. Quasi fosse una baita in montagna, nel periodo di neve, con tanto di camino acceso. Quella sera a scaldarlo, al posto del camino c’era il suo whisky, doppio. E mentre sorseggiava lentamente il suo drink, guardando in basso, pensando alla monotonia di tutto quanto, vide nella hall una bellissima ragazza. Ella gli sorrise. Inizialmente non vi fece tanto caso, ma più tardi se la ritrovò di fianco al bar. Lei aveva ordinato una cedrata. «Perché bevi? – ella chiese – Bevi per dimenticare?». «Non esattamente», rispose lui in maniera distratta. «Sei depresso?», continuò a chiedere lei. «Non esattamente». «Allora che senso ha tutto questo?». «Non lo so», rispose Paolo. Ci fu un attimo di silenzio, poi il ragazzo disse: «È la noia. Sono annoiato, per questo bevo. Trovo compagnia nell’alcool, e fuggo dai problemi». «Capisco. Anche io ne avrei voglia ma di solito non bevo». Altra pausa di silenzio. Poi: «Ricominciamo daccapo, ti va?», propose Paolo. «Certo!», rispose lei, accennando un sorriso molto dolce. Allora il ragazzo iniziò con tono ironico: «Salve bella ragazza, sei sola?». «Purtroppo no», disse lei. «Purtroppo?». «Già… lo zoticone che è con me è ubriaco, a quest’ora si starà lasciando morire lentamente sul divano in stanza. Solo che lui non ha alcun motivo di annegare nell’alcool». «Capisco… ti spiace se ti offro un drink?». Era palese che Paolo pensò subito di farsela, e anche lei pensò lo stesso, quindi: Regola n° 1: se ti sbronzi perdi ogni inibizione e/o pudore. Regola n° 2: se fai sbronzare lei, le possibilità che te la dia aumentano del 60-70%. La ragazza rispose: «No, fa’ pure. Ho detto che di solito non bevo, ma oggi mi sento di cambiare. Oggi potrei tranquillamente ubriacarmi con uno sconosciuto qualsiasi. Concedermi a lui per tutta la notte senza sentire il minimo senso di colpa. Per il “mio uomo” intendo. Dopo due anni insieme mi ha finalmente invitata a passare un bel week-end lontano da Napoli, lontano dalla città caotica, e poi cosa fa? Decide di passarlo in compagnia dell’alcool. Ma ora basta sono stanca. Beve troppo e spesso, è violento. Basta». Così iniziarono a parlare e parlare e parlare. Parlarono per ore, quasi tutta la serata. Paolo non aveva mai passato tanto tempo con una ragazza solo a parlare. Ma stavolta successe una cosa strana. Per la prima volta Paolo provava vero interesse per le parole di una ragazza: ascoltava perché davvero era interessato a ciò che lei diceva e non solo per farsela. Era una gran bella ragazza. Aveva occhi neri. Tondi occhi di caffé nero. Snella, cosce sode, e un sorriso molto innocente, forse addirittura ingenuo. Era proprio l’ultima ragazza davvero pura rimasta a galleggiare spensierata sul marciume del mondo. Non inquinata dalle oscene macchinazioni che portano, subdole, all’assuefazione e all’omologazione. Paolo sapeva a cosa andava incontro. Aveva capito bene che la ragazza stava con qualcuno, e che ci stava da due anni. La cosa si complicava e, per la prima volta, lui non se ne rendeva conto. Non se ne accorgeva. Forse non voleva accorgersene. Ci era cascato. Non l’avrebbe mai ammesso, ma lei gli piaceva parecchio. Spesso si fiuta l’odore del pericolo. Una situazione incasinata. Così si tende ad evitare, a togliere le tende. Si cambia direzione. Questo aveva sempre fatto Paolo. Una specie di buon senso. Ma stavolta non era possibile. Stavolta era diverso. Stava andando incontro ai casini senza pensarci. Oppure pensandoci e fottendosene. Spesso a causa delle donne si fanno grandi stronzate. Quella sera l’aria era fredda e le luci dell’albergo soffuse, decisero di salire in camera di lui. Si erano già sfondati con l’alcool. Lei era partita quasi subito, lui era sempre più convinto e spinto nella trappola. Lei lo baciò come non era mai stato baciato. E poi la nottata scorse leggera e soffice fino all’alba. Scoparono. Incuranti del compagno di lei ubriaco in camera. Quando si svegliò Paolo era solo, con un po’ di raffreddore. Aveva dormito nudo in pieno inverno. Si alzò. Si poteva sentire ancora l’odore di lei nella stanza. Ma lei non c’era. Decise di scendere al bar per la colazione. Aveva voglia di un bel cappuccino e una brioche. Proprio in quel momento notò un quadro sulla parete di fronte al letto. Non se lo ricordava, il quadro. Non l’aveva notato fino a quel momento. Raffigurava un laghetto trasparente, con delle ninfee verdi e i riflessi di un cielo azzurro. Guardarlo gli dava un gran senso di tranquillità, si sentiva molto bene, come non si sentiva da molto tempo. La vita per la prima volta pareva avere un senso. E guardare quel quadro alleggeriva ancor più tutto quanto. Egli pareva quasi aver dimenticato l’azzardo di quella notte. Così si rivestì, diede un ultimo sguardo al quadro con le ninfee, e scese insieme al suo raffreddore per fare colazione. Entrò nell’ascensore. Percorse il corridoio e si diresse verso il bar. Al bancone sedeva un uomo, pareva triste, talmente abbattuto che sembrava avrebbe potuto morire in quel preciso istante, senza muoversi di un millimetro. Senza compiere il minimo gesto. Paolo gli sedette di fianco e solo allora si accorse che era Leonardo. Un suo caro amico. Lo salutò, ma lui non mostrò particolare entusiasmo. I due non si vedevano da molto tempo ma Leo sembrava troppo distrutto per mostrare una finta gioia nel vederlo. I sorrisi finti, forzati, costano spesso fatica e spesso siamo costretti a regalarne in giro fon troppi. «Ehi, come va? Tutto bene?», disse Paolo per eliminare la sofferente pausa di silenzio. «Sì, come no», rispose l’amico mestamente. «È tanto che non ci vediamo, eh?». Silenzio. «Scusami, forse c’è qualcosa che non va?», insisté Paolo. Leo lo guardò con aria truce, poi disse: «Ricordi Rita, quella che sta con me da due anni?». «Be’, sì. È quella che non mi hai mai voluto presentare, vero?». «Già. Ora è qui con me. Siamo venuti a passare il week-end da queste parti». «Bene, allora finalmente la conoscerò?». «NO!», gridò. L’aria di Leo diventava sempre più truculenta, sembrava che ad ogni domanda si irritasse sempre di più. E si ingrugniva sempre più, quasi stesse invecchiando di 10 anni ogni minuto che passava. Poi Leo continuò: «Quella sporca puttana stanotte si è fatta un altro. Ha scopato un altro. Che troia! Diceva di amarmi e invece si è spompinata il primo sconosciuto che ha trovato. Mi ha lasciato. E dice che ora andrà via con lui…». Paolo sentì qualcosa, non seppe bene cosa. Ma era come una precisa consapevolezza o, più che altro, rassegnazione. A questo punto l’espressione di Leo cambiò, una strana luce gli invase il viso. Prese un bicchiere di rum e lo ingoiò tutto insieme, d’un fiato. Sembrò soffocare. Poi sul suo volto comparve un ghigno, alzò la testa e guardò Paolo: «Ma lo troverò. E dopo averlo trovato… be’, io l’ucciderò!». Ragni di velcro si arrampicarono lungo la schiena di Paolo. «Mi dispiace davvero Leo, è terribile! Ma sei sicuro di farlo? Ti rovinerai». «NON ME NE FREGA UN CAZZO! VOGLIO SOLO TROVARE QUEL FIGLIO DI PUTTANA E FARLO FUORI!». «Dai, non fare così, magari è già andato via». «No, non preoccuparti. Mi sono già informato, so chi è». Paolo non seppe se provare sollievo o terrore. «Sta alla 207 lo stronzo». “Merda” era l’unica parola a cui Paolo riuscì a pensare. Poi Leonardo continuò: «Lo aspetterò. Anzi, meglio, andrò in camera sua e gli taglierò la gola. Ho la mia bella collezione di coltelli, lo sai…». «Già, lo so», rispose Paolo con voce strozzata. «Paolo accompagnami, vieni con me! Siamo amici da molto ormai, devi aiutarmi. Lo ammazzeremo insieme quel bastardo!». «Mah, veramente… non so». «Sì, tu mi aiuterai. Lo farai per la nostra amicizia». «Ma scherzi? Io nei tuoi casini non ci voglio entrare!», si sforzò di mostrare decisione, ma tutto ciò che lasciò trasparire fu insicurezza. «Da ragazzini abbiamo fatto ben di peggio lo sai… – gli ricordò – Aiutami, come ai vecchi tempi». «No per favore, non è possibile, sono qui per lavoro, non puoi coinvolgermi…». «Invece sì! Mi aiuterai», lo interruppe cupo Leo, completamente accecato dalla rabbia, tirando fuori dalla tasca dei jeans un coltello a farfalla. «Va bene. – rispose mestamente Paolo – Però concedimi di andare un secondo al cesso». «Okay». Nel cesso Paolo si sciacquò il viso, poi si guardò allo specchio. In realtà, dire che non sapeva cosa fare era poco. Non riusciva neanche a pensare se doveva fare qualcosa. Era una tale situazione del cazzo che non riusciva a pensare a nulla. Riusciva solo a vedere nella sua mente un’unica immagine: una spiaggia, sabbia bianca, palme, una sdraio, belle ragazze in bikini. Sulla sdraio lui, un drink in mano. Sul bordo del bicchiere una fettina di limone. Del ghiaccio. In fondo non era così grave, Paolo iniziava a convincersi, si sentiva più leggero. I due non si vedevano da anni. Nella stanza non avrebbe potuto riconoscere la sua roba. Penserà che il bastardo se la sia filata. Così uscì dal cesso. Al bar Leonardo non c’era più. Paolo si diresse verso la hall e lo trovò lì, in piedi. Lo sguardo perso nel vuoto, folle! Giocherellava con un arnese di legno nero, con un drago argentato sopra. Paolo si avvicinò, era un coltello a serramanico. Un altro coltello. Il nodo della cravatta non gli era mai sembrato così stretto. Infilò un dito nel collo della camicia per allentarlo, sudando vistosamente. Ma più lo allentava più tornava ad essere stretto. Sempre più stretto. Soffocante. Senza una parola Leo si incamminò verso l’ascensore, così lo seguì. Salirono al secondo piano. Camminarono lungo il corridoio. 201, 202, 203, 204, 205, 206… 207. «Eccola!», esclamò Leo. «Come hai intenzione di aprire la porta? Vuoi sfondarla?». Leo non rispose. Aveva lo sguardo fisso, accecato dalla rabbia. Poi: «Sai Paolo, al bancone del bar ho trovato queste, proprio vicino a dov’eravamo seduti», egli disse. Una targhetta d’oro attaccata a una chiave penzolava a rallentatore dalla sua mano, quasi fosse uno di quei fottutissimi orologi a pendolo dell’’800. Una scritta in rilievo diceva: 207. Gli sembrò di respirare fumo. Improvvisamente non riusciva a emettere una parola. Poi: «Capito? Il bastardo ci ha facilitato il compito!», esclamò soddisfatto Leo. Incredibile! Leonardo non aveva capito, o forse si rifiutava di capire. «Non so come quello stronzo abbia lasciato lì le sue chiavi, ma comunque ora non importa. Entriamo», continuò. Entrarono. La stanza appariva vuota, ma c’era ancora della roba. Vestiti ed effetti personali dello stronzo. Paolo giocò la sua carta: «Sarà scappato, avrà scoperto che Rita è già impegnata. Andiamo via, prima che ci vedano». «Sì, hai ragione. Andia…». La porta del bagno si aprì e Leonardo si interruppe all’istante. Mai una porta aveva fatto un rumore tanto assordante. Il cigolio della maniglia rimbombò più volte nel cervello di Paolo. Era lei. Rita, che usciva dalla doccia. “Sono fottuto” erano le uniche parole a cui Paolo riuscì a pensare. La ragazza era nuda, bellissima! Un asciugamano poggiato sulle spalle le copriva leggermente il seno scendendo fin sul ventre incorniciando l’ombelico. Un ombelico stupendo. In quell’istante Paolo notò una copia delle chiavi della stanza sul letto di fianco alla borsetta di lei. «SPORCA PUTTANA! SEI ANCORA QUI?», gridò Leonardo. «Certo, ho detto che ti mollo, basta! Ora sto con lui esci di qui», ella rispose. «Hai sentito Paolo, la troia sta con lui adesso». «Leo ma che diavolo stai dicendo? – fece lei – E poi fammi capire… voi vi conoscete?». «ZITTA PUTTANA!», ordinò lui mollandole una sberla. Poi la prese per le braccia e la sbatté sul letto. Lei era terrorizzata. Lui aveva gli occhi di un folle, iniettati di sangue. «Ti ammazzo…», sussurrò piano Leonardo. Saltò su di lei. Fece scattare il coltello a serramanico e glielo infilò nella pancia. Proprio accanto a quell’ombelico che tanto piaceva a Paolo. Usciva molto sangue. Sangue rosso porpora. E Rita aveva gli occhi sgranati e la bocca leggermente aperta, incredula e sofferente. Paolo guardò il quadro con le ninfee, sulla parete di fronte al letto. Poi la ragazza iniziò a gridare e a piangere. Leonardo continuò a colpirla. Ripetutamente. Ovunque. L’unica ragazza a cui Paolo si fosse mai interessato davvero veniva uccisa, a coltellate, dal suo amico. Ma forse era stato egli stesso a ucciderla, per l’incapacità di affrontare il rischio che aveva deciso di accettare la sera prima. Così Paolo continuava a respirare fumo. Fumo denso come panna. Restò immobile, impalato. E guardava la scena, ma non la vedeva davvero. Lui guardava, ma non stava veramente vedendo tutto quello scempio. Tutto ciò che lui vedeva era solo una spiaggia, sabbia bianca, palme, una sdraio, belle ragazze in bikini. |
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