| Racconti | |
|
Il postino suona spesso tre volte di Enrico Luceri
Quel giorno il caldo era così soffocante che Clara decise di restare nel suo ufficio durante il pranzo. Sospirò, contrariata, prima di alzarsi dalla poltrona imbottita ed affacciarsi sulla soglia: la ragazza seduta alla scrivania stava scrivendo al computer, così concentrata da non accorgersi della sua presenza. Quando alzò lo sguardo, si irrigidì, come temesse di essere spiata. «Ha bisogno di qualcosa, signora?», istintivamente, la ragazza allontanò la tastiera. «No, Isa, volevo solo dirti che non esco per pranzo. Fuori fa troppo caldo e non mi sento bene». Clara si appoggiò allo stipite della porta. Gettò un’occhiata distratta al grande salone della concessionaria, le carrozzerie metallizzate che mandavano bagliori argentei, una musica diffusa in sottofondo che pareva accompagnare la brezza impercettibile dell’aria condizionata. «Vuole un cachet?», la ragazza aprì un cassetto e frugò al suo interno. «No. – la fermò Clara – Mio marito è qui in giro?», aggrottò la fronte, mentre si guardava attorno. «Credo sia uscito», mormorò Isa, mentre faceva scorrere rapidamente il mouse, finché lo schermo del computer si spense. Proprio in quel momento, un uomo alto e bruno aprì la porta a vetri della concessionaria, un fascio di giornali sotto il braccio. Lo depose con un gemito su una scrivania nascosta dietro una grande pianta, prima di rivolgersi a Clara con un sorriso soddisfatto. «Guarda, cara, ho trovato il numero arretrato che mi mancava alla mia collezione di fumetti. Non è magnifico?». «Veramente una bella notizia», rispose lei, dopo una breve pausa, mordendosi le labbra. Inghiottì a fatica un’imprecazione. L’uomo si accorse del disappunto della moglie e rimase in piedi, carezzandosi nervosamente la barba. «Vieni a pranzo?», si decise a chiedere infine, distogliendo lo sguardo dal volto severo di Clara. «No, fa troppo caldo e poi ho da fare, io», se l’uomo si accorse dell’astio che grondava da quelle parole, non lo diede a vedere e continuò a fissare la moglie, così intensamente da aumentarne l’irritazione. «Aspetto quello che ha risposto alla nostra inserzione. Ho deciso di esaminarlo con calma, non posso rischiare di assumere uno che poi non rende», quando si accorse di aver parlato con tanta durezza che Isa aveva abbassato lo sguardo, torcendosi nervosamente le mani, Clara si rivolse a lei in tono accomodante. «Vai pure a pranzo. Ti accompagnerà mio marito, tanto mi pare che in questo momento non sia molto impegnato, vero Giovanni?», e senza attendere la risposta, si chiuse la porta dell’ufficio alle spalle. Quando la segretaria alzò la testa, si accorse che l’uomo stava giocherellando con un mazzo di chiavi, e sorrideva. La ragazza rivolse un’ultima occhiata alla porta dell’ufficio di Clara, poi scrollò la testa e si alzò, aggiustandosi la gonna, che per il caldo aderiva fastidiosamente alle gambe. In silenzio, infilò la giacca color pesca e si avviò verso la porta a vetri, dove l’aspettava Giovanni. Si avviarono verso una macchina sportiva parcheggiata davanti alla concessionaria, salirono e scambiarono qualche parola, prima che lui ruotasse la chiavetta d’accensione. Clara seguì con lo sguardo l’auto che si allontanava, mordendosi le labbra con tale rabbia che sentì una goccia di sangue scivolarle sulla lingua. Si lasciò cadere stancamente sulla poltrona imbottita, allungando una mano verso il pacchetto di sigarette. Poi, però, cambiò idea e si coprì il viso con le mani. «Maledetto imbecille, incapace. E maledetta io quando l’ho sposato! Dovevo essere pazza», ricacciando indietro le lacrime, Clara si accorse dei fogli posati sul piano di vetro della scrivania. Scorse rapidamente il curriculum, ricordandosi che fra poco sarebbe arrivata la persona che lo aveva inviato. Si alzò e si chiuse nel minuscolo bagno, controllando con occhio critico il trucco leggero che copriva il pallore del viso e metteva in risalto i suoi grandi occhi espressivi. Si passò la lingua sulle labbra, prima di svitare il tubetto di rossetto. Quando si affacciò sul salone, il suo sguardo corse istintivamente alle riviste posate sulla scrivania del marito. Si avvicino lentamente, fissandole con odio, le mani strette a pugno, poi le scaraventò sul pavimento, mentre i lunghi riccioli castani le ricadevano disordinatamente sul viso contratto dalla rabbia. Quando si accorse dello spostamento d’aria che qualcuno aveva aperto la porta a vetri, si voltò di scatto, nascondendo con un piede i fumetti fra la scrivania e la pianta. «Mi dispiace – Clara si schiarì la voce, quando le parve fastidiosamente stridula – siamo chiusi», rimase senza fiato, come non le accadeva da anni, quando i suoi occhi nocciola fissarono l’uomo immobile all’ingresso della concessionaria. Sulla trentina, vestiva un completo color antracite, la camicia bianca aperta sul petto, l’aspetto disinvolto, le mani che istintivamente immaginò forti e sicure. «Sono qui per il posto di lavoro», rispose l’uomo, ricambiando lo sguardo intenso della donna. Aveva una voce piacevole, quasi… “Quasi spavalda”, pensò Clara. E subito le piacque. «Questa è la principale di una serie di filiali», Clara teneva le mani sul piano di vetro della scrivania, le dita separate, i due pollici che si toccavano, come la componente di una catena durante una seduta spiritica. L’uomo la fissava in silenzio, con attenzione. «La ditta è stata fondata da mio padre. Dopo la sua morte la dirigo io, da questa sede, in cui trattiamo esclusivamente modelli di un certo livello, mentre nelle altre copriamo anche i segmenti di utilitarie e media cilindrata», sospirò e prese fiato. Si accorse con disappunto che gli occhi scuri dell’uomo in un attimo, uno solo, erano guizzati nella scollatura della camicetta, ed ora accarezzavano il reggiseno, pizzicandole fastidiosamente i seni. «Allora, – riprese Clara, mentre si slacciava distrattamente un bottone della camicetta, seguita dallo sguardo impassibile del suo interlocutore – signor… Massimo», esitò un istante, chiedendosi se non fosse una confidenza eccessiva, o prematura, chiamarlo per nome, ma scacciò quella sciocca remora con un gesto del capo, agitando i lunghi riccioli castani. L’uomo fece un respiro prolungato e silenzioso, che gonfiò lentamente il petto vigoroso sotto la camicia bianca e strinse le mani sui braccioli. «Dicevo, che possiamo farle un contratto stagionale, perché abbiamo già due dipendenti, qui, ma uno si è licenziato senza preavviso, e l’altro è ammalato. Comunque, se verranno confermati gli incentivi dello Stato ed il mercato continuerà a rispondere bene, non sarà difficile prolungare il nostro rapporto… – Clara s’interruppe bruscamente, quando Massimo sporse improvvisamente il busto in avanti, posando anch’egli le mani sul piano di vetro – …di collaborazione», concluse la donna.
Mentre Clara gli mostrava i vari modelli esposti, accorgendosi compiaciuta dai suoi commenti che Massimo aveva una certa competenza, sentì crescere dentro di sé una debolezza improvvisa, che frettolosamente attribuì al caldo. Si appoggiò al cofano di un auto, passandosi una mano sugli occhi. Subito, lui la sorresse: aveva davvero mani forti e sicure, che sapevano sorreggere senza stringere. Clara si voltò di scatto, e l’uomo lasciò la presa. Per un istante, i grandi occhi nocciola della donna incontrarono quelli impassibili dell’altro. Malgrado l’aria condizionata, sentì una vampata di calore scorrerle lungo la schiena e scendere lungo le gambe snelle, dove adesso s’insinuava lo sguardo dell’uomo. Giovanni spalancò la porta a vetri e cedette il passo a Isa, che sbuffava per il caldo. Insieme, fissarono incuriositi l’uomo dal vestito color antracite in piedi accanto a Clara. Infastidita, la donna si avviò verso il suo ufficio, chiamando i due con un gesto della mano. «Vi presento il nostro nuovo collaboratore. Massimo, lei è Isa, la mia segretaria, e lui… – Giovanni studiò senza interesse il viso dell’uomo, accarezzandosi la barba – ...lui è mio marito», concluse frettolosamente Clara. Senza attendere repliche, si chiuse nel suo ufficio. La ragazza sedette al suo posto, scrutando perplessa il nuovo collega, che sembrava disinteressarsi di lei, e seguiva i movimenti dell’altro uomo. Giovanni si avvicinò alla sua scrivania, accorgendosi dei giornaletti sparsi disordinatamente sul pavimento. Scrollò il capo, perplesso, prima di chinarsi. Li raccolse pazientemente, controllando che le copertine non si fossero piegate, poi, soddisfatto, ne fece una pila ordinata. Sedette, con un sospiro di sollievo, si guardò attorno, incurante dello sguardo ostinato di Massimo, sbadigliò e infine afferrò un fumetto che cominciò a leggere con attenzione. Quando Massimo afferrò una brochure e la usò per sventolarsi, Isa si alzò di scatto e gliela sfilò di mano. «Scusa, ma ne abbiamo poche, e non possiamo sprecarne nemmeno una». Se l’uomo rimase irritato, non lo fece trasparire. Anzi, sorrise.
Quel giorno, la situazione precipitò nel tardo pomeriggio. Clara aveva trascorso oltre un’ora con un cliente interessato ad un modello di auto sportiva, di cui lei aveva l’esclusiva in tutta la provincia. Concludere l’affare non rappresentava solo un guadagno immediato, ma un investimento a media scadenza. Il cliente era infatti un avvocato ben noto in società, uno del giro giusto. Se avesse sfoggiato quell’auto in qualche occasione importante, sarebbe stata una pubblicità indiretta per la concessionaria. Clara se lo era lavorato per bene, l’avvocato, alternandosi con Massimo, che si era ambientato a meraviglia, e sapeva come comportarsi nelle situazioni delicate, come quella. Poi, imprevedibilmente, si era avvicinato Giovanni, che fino a quel momento era rimasto immerso nella lettura dei suoi fumetti. Incurante degli sguardi, dapprima imbarazzati, poi rabbiosi della moglie, aveva tentato di valorizzare il modello in modo così goffo da sconcertare il cliente. Quando si era accorto del danno, si era allontanato in silenzio, accampando una scusa, ma ormai era troppo tardi. Dopo qualche frase di circostanza, l’avvocato aveva deciso di prendersi una pausa di riflessione, per valutare con calma tutte le caratteristiche dell’auto. Clara non ebbe neanche la forza d’insistere, si sentiva come svuotata, incerta fra la delusione e la rabbia che sentiva crescere irrefrenabile verso il marito, che si era prudentemente seduto alla sua scrivania, nascosta dietro la grossa pianta. Senza degnare nessuno di uno sguardo, la donna si chiuse nel suo ufficio. Dopo una decina di minuti, in cui nel salone regnò un silenzio imbarazzato, Giovanni si alzo e si avvicinò alla porta chiusa. Esitò, incerto, finché incrociò lo sguardo di Isa, che scosse leggermente il capo. Rassegnato, l’uomo si voltò, mormorò un saluto collettivo ed uscì dalla concessionaria. La segretaria attese che la porta a vetri finisse di oscillare, prima di alzarsi. Bussò, ma nessuno rispose. Timidamente, si affacciò nella stanza. «Signora, ha ancora bisogno di me?», chiese a bassa voce. “Troppo bassa, – pensò, – forse non mi ha sentito”, ma in quel momento Clara fece un gesto vago con la mano, che la ragazza interpretò come un saluto. Richiuse dolcemente la porta, afferrò la borsetta e si avviò verso l’uscita, dove girellava distrattamente Massimo. «Vai via?», le chiese, poi senza attendere la sua risposta, aggiunse: «Vengo anch’io». Lei non capì se le stesse chiedendo di aspettarlo, ma decise di ignorarlo e si allontanò borbottando qualcosa. Raggiunse pensierosa la metropolitana, infastidita dalla cappa afosa che avvolgeva la città. Prima di scendere le scale, si frugò nelle tasche, cercando invano i biglietti che aveva acquistato la mattina. Massimo si avvicinò alla porta chiusa. Dopo una breve esitazione, la aprì, senza bussare ed entrò. Clara era in piedi, accanto alla scrivania. I grandi occhi nocciola erano lucidi, ma non sembravano umidi di lacrime, piuttosto percorsi da una tensione febbrile. Si era tolta la giacca del tailleur e l’aveva gettata sulla poltrona di pelle e abbassata la strisciolina di pelle delle scarpe che correva dietro la caviglia. Mosse un passo e le scalciò via, poi appoggiò la schiena al bordo della scrivania di vetro. Massimo seguì affascinato le scarpe mentre rotolavano sotto la poltroncina, prima di avvicinarsi alla donna, che lo fissava con aria di sfida. Posò le mani sulle sue spalle e la costrinse a voltarsi, sbottonò con sicurezza i bottoni della camicetta e fece scivolare le spalline del reggiseno. Accarezzò la pelle morbida, scendendo dal collo alla schiena, poi di nuovo risalì verso i seni. Clara mormorò qualcosa di indefinibile. Era certa che quelle mani fossero forti e sicure: sapevano cosa cercare, e come. S’irrigidì, quando le dita strinsero i capezzoli, poi si rilassò, chiudendo gli occhi. Lui cominciò a baciarla sulle spalle, poi la sua lingua trovò involontariamente un lembo di pelle così sensibile che Clara ebbe un brivido. Chinò il busto sul tavolo, mentre Massimo le sfilava la gonna. Riuscì soltanto a passare le dita fra i folti capelli dell’uomo, che si era inginocchiato per abbassarle le mutandine. Improvvisamente, si sollevò e strappò la camicia dell’uomo, facendo saltare i bottoni. Con una risatina secca, fece scivolare i palmi freddi sul torace muscoloso, finché lui le afferrò i polsi. Con forza, ma senza farle male, la fece inarcare all’indietro, la schiena appoggiata al bordo di vetro, mentre si slacciava i pantaloni. «No, – bisbigliò Clara, con il fiato corto – non reggerà il peso». Ma lui non capì, o non volle capire. Posò una mano sulla nuca della donna, avvicinandola al suo viso. Istintivamente, Clara sollevò le gambe e le strinse attorno ai suoi fianchi, accogliendolo dentro di sé. Si morse le labbra per soffocare l’urlo di piacere che sentì salire inarrestabile da un angolo remoto del suo corpo, mentre lui continuava a spingere, con un’energia costante che diminuì man mano che la sentì rilassarsi. «Basta», disse lei, a occhi chiusi. Quando li riaprì, si accorse che la porta era socchiusa. Strillando, allontanò da sé l’uomo, che rimase sconcertato prima di accorgersi che Clara stava fissando spaventata la porta dell’ufficio. Massimo si tirò su i pantaloni e tenendoli con una mano corse verso la soglia. Si affacciò sul salone deserto, con un sospiro di sollievo. «Nessuno», si avvicinò di nuovo alla donna, che nel frattempo si era infilata mutandine e reggiseno. «Falso allarme». Lei allontanò con una mano i lunghi riccioli ricaduti scompostamente sul viso pallidissimo, mentre con l’altra lo attirò a sé.
«Lo odio», Clara fissava contrariata il pacchetto di sigarette intatto. Quattro giorni che non fumava, forse stavolta ce la faceva, a togliersi il vizio. «Non lo sopporto più. Ogni giorno che passa è peggio del precedente, sempre immerso nella lettura dei suoi maledetti fumetti. È un bambino, e pure scemo». «Potresti divorziare», Massimo si passava le dita fra i capelli arruffati, davanti allo specchio. «Bravo, ti sei dimenticato che l’ho preso come socio? Lo sai quanto mi costerebbe un divorzio? Lui è un imbecille, ma troverebbe un avvocato che mi caverebbe anche il sangue. E io non voglio rimetterci, tutto quello che ho me lo sono guadagnato. «Dì, ha qualche malattia? È debole di cuore, o altro? «Macchè, – sbottò lei – è sanissimo. E quindi…». «Quindi?», Massimo lasciò scivolare un dito sul collo della donna, attorcigliandolo ad un ricciolo. Lei strinse le spalle. «Quindi, dobbiamo ammazzarlo».
«Clara, ti disturbo?», Giovanni si affacciò sulla soglia dell’ufficio. «Vieni. Che fai, bussi?», da qualche giorno, cercava di essere più gentile con il marito. Dapprima aveva creduto che le venisse spontaneo, per un vago senso di colpa, poi si era resa conto che era solo una specie di riguardo verso un condannato a morte. «Senti, ti dispiace se oggi pomeriggio esco prima? Vorrei passare in tipografia a vedere se sono pronte le nuove brochure, poi vado direttamente a casa. Se non hai bisogno di me», la donna credette di intuire una sottile ironia, ma scacciò divertita quel pensiero. «Certo, Gio. Ci vediamo a casa. E, senti…», l’uomo la fissava immobile, il volto inespressivo, come se dietro quella barba curata e quegli occhi sottili non si agitasse alcuna passione. Clara sbuffò piano. «Cerca di darti un po’ di tono, ti aggiri qui dentro come un cane bastonato, e questo non sta bene, né per i clienti, né per il personale. Sei mio marito, oltre che mio socio, no?». «Certo», si affrettò a rispondere lui. Sorrise, inaspettatamente e le fece una carezza sul viso. Istintivamente, Clara strinse la mano del marito fra la guancia e la spalla. Lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava, senza accorgersi che Isa la stava fissando. Infastidita, si voltò bruscamente quando Massimo le lanciò un’occhiata complice. «Signora, mi scusi», la segretaria sembrava a disagio. Fece un lungo respiro, prima di continuare. «Devo chiederle una cosa». Clara sentì un brivido gelato che la paralizzava: se quella ragazza sospettava qualcosa… «Se fosse possibile, avrei bisogno di uscire prima. Sa, è il compleanno di mia madre e io… «Ma certo, Isa – rispose lei, in fretta, rilassandosi – Vai pure, e auguri a tua madre». «Grazie, signora», la ragazza afferrò la borsetta e si allontanò in fretta, senza degnare di uno sguardo il suo collega, che si aggirava distrattamente fra le auto esposte. Rimasti soli, Clara e Massimo si scambiarono un impercettibile cenno d’intesa.
«È un piano perfetto, sono giorni che lo esamino da ogni punto di vista», Clara stava per agganciarsi il reggiseno, quando Massimo le afferrò il polso e cominciò ad accarezzarla. Lei lo lasciò fare, sembrava assente, concentrata solo sui dettagli che si componevano come un mosaico nella sua mente. «Allora, come ogni fine settimana andrò con Giovanni nella nostra villetta in campagna. A cinquecento metri da casa, scorre un torrente profondo un paio di metri. Pochi, ma lui non sa nuotare. Tu sarai in agguato dietro una siepe e lo spingerai giù, da sola non ce la farei, è troppo pesante. Poi, dirò che è scivolato. Naturalmente dovrò gettarmi anch’io, in acqua, per un tentativo disperato. «È inutile», concluse Massimo, spingendola nuovamente verso il bordo del tavolo. Clara inarcò la schiena all’indietro, soffocando un gemito di piacere.
«Andiamo a fare una passeggiata?», Clara era in piedi sulla soglia della villetta. Aveva atteso quel momento con i nervi tesi. Quando aveva visto i fari della macchina di Massimo, era rientrata precipitosamente in casa. Il marito seguiva svogliatamente un programma alla televisione. «Non mi va», borbottò Giovanni, però si alzo stancamente dal divano, stiracchiandosi. «Ma sì, che ti va. Dài, ti aspetto qui fuori», la donna si avviò sul vialetto di pietra, cercando di distinguere nel buio la figura del suo amante. Giovanni camminava cautamente, stringendosi nel voluminoso giubbotto. Quando vide la moglie accanto alla siepe, si arrestò improvvisamente. «Che fai? E cosa ti sei messo, con questo caldo?», chiese lei così piano che la sua voce parve un sibilo. «Stasera non mi sento bene, ho freddo. Ho chiamato il dottore, spiegandogli che ho dei capogiri. Mi ha consigliato la medicina da prendere, e di coprirmi per bene», concluse soddisfatto, accarezzando il giubbotto. “Perfetto, non osavo sperare di più” – pensò Clara – “La testimonianza del dottore darà maggiore credibilità all’incidente”. Sorridendo, il marito si avvicino alla donna, proprio nel momento in cui un’ombra nascosta dietro la siepe scattò verso di lui. Con un balzo imprevedibile, Giovanni evitò l’aggressore, che cadde pesantemente sul terreno umido, ma si rialzò subito e lo afferrò alle caviglie, facendolo scivolare a sua volta. I due uomini lottarono per qualche istante, finché Giovanni sembrò aver il sopravvento e cercò di alzarsi ma finì per perdere l’equilibrio e rotolò verso il fiume, scomparendo subito nelle acque scure.
Clara e Massimo si chiusero alle spalle la porta della villetta, prima di abbracciarsi freneticamente. Erano sporchi di terra e le scarpe infangate avevano lasciato impronte sia sul viottolo di pietra che sul pavimento di casa. «Ce l’abbiamo fatta», mormorò la donna, stringendolo a sé con gli occhi chiusi. In quel momento, il trillo del campanello risuonò stridente nel silenzio della notte. Rimasero a fissare la porta, inebetiti, finché lei non riacquistò il controllo della situazione. Spinse l’amante in un’altra stanza, che subito richiuse, e si accostò alla porta della villetta. «Chi è?», chiese, irritandosi per il tono incerto. «Polizia», rispose qualcuno, stropicciandosi i piedi sullo stuoino. Istintivamente, Clara spalancò la porta. Sul vialetto di casa, c’era un’auto bianca e celeste, con il lampeggiante spento, un uomo in piedi accanto al cofano, l’altro di fronte a lei. «Ci scusi per disturbo, ma abbiamo ricevuto una segnalazione». «Cosa… una segnalazione di cosa?», mormorò con voce strozzata, passandosi una mano fra i lunghi riccioli castani. «E’ arrivata una telefonata al centotredici di qualcuno che sosteneva di aver udito il rumore di una colluttazione da queste parti». «Non so nulla, ci deve essere un equivoco», Clara scosse il capo, soffocando un risolino isterico. «Già, sarà. – ammise il poliziotto – Suo marito è in casa?». «No… non c’è – s’interruppe, quando si accorse che l’altro agente si era chinato all’interno dell’auto, e stava parlando alla radio – È partito questo pomeriggio». «Dobbiamo andare», il poliziotto seduto al posto di guida richiamò l’attenzione del collega, che si allontanò mormorando un saluto. Mentre saliva in macchina, fissò perplesso le impronte fangose lasciate da scarpe maschili. Quando i fari si confusero con le tenebre che avvolgevano la campagna, Clara rientrò nella villetta. Massimo l’aggredì con una violenza di cui non l’avrebbe mai creduto capace. L’afferrò con una mano sulla spalla e con l’altra la schiaffeggiò. La donna barcollò, ma non cadde. Scrollò via i capelli che le erano ricaduti sul viso, si leccò la goccia di sangue che colava dal labbro ferito e spinse via il suo amante, fissandolo con odio. «Non ti azzardare mai più a sfiorarmi», sibilò. «Scusami, non so cosa mi sia preso. Ho perso la testa, con la polizia qui fuori, pochi minuti dopo che abbiamo ammazzato tuo marito. Clara rabbrividì e si strinse nelle spalle. Malgrado il caldo soffocante, aveva freddo. Afferrò una felpa e se la infilò. Massimo si avvicinò a lei e le accarezzò la guancia dove l’aveva colpita. «Dopo che hai ammazzato mio marito», precisò con calma, calzando la felpa. «Cosa vuoi dire? Se stai cercando di scaricarmi, ti sbagli di grosso. La polizia ha visto solo te, che farfugliavi una spiegazione molto, molto confusa. Quindi, è la tua parola contro la mia. La donna rimase in silenzio, pensosa, senza degnarlo di uno sguardo. Poi, improvvisamente, si avvicinò a Massimo, gli afferrò la nuca con una mano gelata, e lo attirò a sé, baciandolo con forza. «Certo, lo abbiamo fatto insieme. E insieme resteremo, hai capito?», senza dargli il tempo di rispondere, lo baciò di nuovo, stavolta con rabbia. «Sì», mormorò lui, quando si staccarono. Sebbene avesse il fiato corto e gli occhi iniettati di sangue, era immobile e rigido come una statua. «Ma quando si scoprirà il cadavere di Giovanni…». «Se si scoprirà. – lo interruppe Clara – Poco distante da qui, la corrente diventa più forte, potrebbe portarlo lontano. E poi, diremo comunque che è stata una disgrazia». Apparentemente convinto, Massimo si passò una mano sul mento, scrollando il capo. Dopo qualche istante, sfilò dalla tasca dei pantaloni le chiavi dell’auto, giocherellandoci nervosamente. La donna lo squadrò contrariata. «Resta con me, stanotte», mormorò, sfiorando con due dita il profilo dell’uomo. «Meglio di no», Massimo scrollò il capo, le sfiorò le labbra con le sue e, senza voltarsi indietro, spalancò la porta della villetta e scomparve nell’oscurità. Clara rimase immobile sulla soglia. Dopo qualche minuto, si accorse del rigonfiamento nella tasca della felpa: estrasse il pacchetto di sigarette e dopo una breve esitazione lacerò il cellophane. Lo aprì e strappò via la stagnola, ma invece di sfilare una sigaretta, lo gettò con stizza sulla parete.
«Signora, io credo che lei mi nasconda qualcosa», il commissario puntò un dito verso Clara, seduta rigidamente di fronte a lui. «Ricapitoliamo: due giorni fa una telefonata anonima ci segnalava una colluttazione poco distante da casa sua. Una nostra pattuglia si recava sul posto, e lei negava tutto, affermando di essere sola in casa, perché suo marito era partito nel pomeriggio. Giusto, fin qui?». Clara annuì con il capo. Era pallidissima, i grandi occhi nocciola sgranati, il desiderio di una sigaretta che si era fatto spasmodico. «Ecco, – proseguì il poliziotto – però già qualcosa non quadra. Gli agenti notano sul vialetto impronte fresche di scarpe da uomo, poi, mentre si allontanano, si accorgono di un’auto parcheggiata, poco distante. Annotano la targa, che controlliamo, scoprendo che appartiene ad un suo dipendente. Ora, il colpo di scena». Clara si morse un labbro, mentre si passava una mano fra i lunghi riccioli castani. Accavallò le gambe sudate, aggiustandosi nervosamente le pieghe della gonna, e rimase ostinatamente in silenzio. «Stamattina è stato rinvenuto un cadavere, che indossava i vestiti di suo marito, sul greto del torrente che scorre poco lontano da casa sua. Il corpo è parzialmente sfigurato, un’identificazione certa potrà essere fatta solo dopo l’autopsia. Ha qualcosa da dire?». «Nulla», riuscì a sibilare Clara, inghiottendo saliva secca e paura. «Per il momento, non ho elementi per accusarla di nulla, ma la invito a restare a disposizione. E farebbe meglio a cercarsi un avvocato. Un buon avvocato», aggiunse, dopo una pausa che a Clara parve studiata ad effetto.
«Clara, siamo perduti», Massimo strinse le mani sul volante e piegò il capo in avanti. «Ancora no. – ribatté lei con decisione – Non hanno prove, il cadavere è conciato così male che sarà difficile trovare le tracce della colluttazione. Posso ancora sostenere la mia dichiarazione: Giovanni doveva partire quel pomeriggio, ma prima ha fatto una passeggiata lungo il fiume, ha perso l’equilibrio ed è affogato». «È troppo forzata, non ci crederanno». «Dovranno, non ci sono prove. Le impronte sul vialetto le ho cancellate, la presenza della tua macchina non dimostra nulla. Nessuno ci potrà accusare e poi, adesso, abbiamo un motivo in più per lottare». Massimo si voltò lentamente verso di lei, fissandola con aria interrogativa. Clara sorrise, accarezzandosi il ventre. «Sono incinta, l’ho scoperto solo stamattina». «È… È incredibile. Non so che dire», con voce strozzata, l’uomo sospirò e chiuse gli occhi. «Sì, ce la faremo». Girò la chiavetta ed accese il motore. Prima di ingranare la marcia, attirò a sé la donna e la baciò. Percorse a retromarcia il vialetto della villa e si immise cautamente sulla provinciale. Quando si accorse del camion a poca distanza, posò una mano sul cambio e spinse a fondo la frizione, ma il motore parve bloccarsi. In una frazione di secondo, l’auto slittò sull’asfalto, prese velocità e piombò sul guardrail. Lo sfondò e finì per schiantarsi sul tronco di un albero.
«Veramente non so che dire», il commissario fissava sconcertato la persona seduta di fronte a lui. «Ma è tutto così chiaro, caro commissario. È stato solo un equivoco», Giovanni allungò una gamba, soffocando uno sbadiglio. «Sono partito, come le aveva detto la mia povera Clara, e solo stamattina, al mio ritorno, ho appreso della disgrazia». «Già. – convenne il poliziotto, a disagio – Però, il cadavere sul greto del fiume, con i suoi vestiti, e il comportamento sospetto di sua moglie… Insomma, c’era di che temere il peggio». «Le ho già spiegato che avevo regalato dei vestiti smessi ad un mendicante, che si aggirava dalle parti della villa. Il poveraccio deve aver festeggiato alzando il gomito e poi è caduto in acqua, annegando. Per quanto riguarda mia moglie... – Giovanni distolse lo sguardo, imbarazzato, schiarendosi la voce – be’, mi sembra chiaro che avesse una storia con quel suo dipendente. Penso abbia temuto di essere stata scoperta. Poveracci, per chi passa la vita vendendo auto è un tragico scherzo del destino morire in un incidente stradale». «Già. – ripeté il commissario – Sembra anche a me la spiegazione più plausibile, e credo che anche l’inchiesta lo confermerà. Immagino che sarà lei, adesso, a dover gestire le attività della povera signora». «Proprio così. – annuì tristemente l’uomo – Non sarà facile essere all’altezza del compito. Mia moglie lavorava sodo e si concedeva solo piccoli lussi. Dovrò darmi da fare». Giovanni si chiuse alle spalle la porta a vetri del salone. Si guardò attorno a lungo, prima di rivolgersi alla ragazza seduta alla sua scrivania. «Isa, per favore, avvisi il personale che per oggi non si lavora». Entrò nell’ufficio di Clara e si sedette sulla poltrona imbottita. Lasciò scorrere i palmi delle mani sul piano di vetro del tavolo, pensieroso. La segretaria si affacciò sulla soglia. «Sono andati via tutti». «Bene, allora le detto questa lettera poi potrà andare anche lei». La ragazza si avvicinò alla scrivania, lentamente. Giovanni si alzò, fissandola intensamente. Tamburellò sul ripiano, come volesse saggiarne la consistenza, quindi allungò una mano, sollevando la camicetta di Isa, che rimase immobile. Con un sospiro di sollievo, si accorse che non portava il reggiseno. La strinse a sé, sussurrando: «Sei stata fantastica, amore, se quel giorno non fossi tornata indietro, per cercare i biglietti della metro, non ti saresti accorta che quei due erano amanti e volevano farmi fuori». Lei gemette piano e lo baciò. «Un piano formidabile: il giubbotto salvagente sotto l’altro, il vagabondo rivestito con i miei abiti e annegato, la tua telefonata alla polizia. E poi il sabotaggio all’auto di Massimo. «Geniale. – sussurrò lei, abbassando la lampo della gonna – Come ci hai pensato?». «L’ho letto su un fumetto», ridacchiò lui, mentre le sfilava le mutandine. Delicatamente, la spinse verso il piano del tavolo. Isa arretrò istintivamente, prima di inarcare la schiena. «Ci reggerà?». «Sì, amore, rilassati. E non ti preoccupare, l’ho detto anche alla polizia, che ho ereditato i piccoli lussi di mia moglie. |
|
|
|
|