Racconti

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Il ponte piccolo

di Rosa Corvo

 

Ero ancora bambino e credevo che la terra fosse il pavimento di casa mia, l’asfalto del cortile o del marciapiede, la polvere che calpestavo all’oratorio.

Quando ho avuto cinque anni abbiamo cambiato casa, siamo andati in una più grande vicino alla ferrovia. Lì c’era questa casa nuova e poi un giardino e poi la ferrovia e poi la campagna, grande quanto un panorama.

Ho scoperto che oltre al pavimento, diverso, c’era anche la ghiaia, il giardino, e non vedevo l’ora di calpestare anche il ponte e la campagna oltre il ponte.

Ero molto curioso.

Non mi piaceva stare rinchiuso e stavo più di tutto su in terrazzo o giù in giardino. Avevo sempre le orecchie ed il naso pronti per tutti quegli odori e suoni nuovi e gli occhi attenti al panorama; avevo la natura di un cane.

Allora, era la fine di giugno, mi sono accorto per primo che nella campagna oltre la ferrovia si erano messi a cantare ed a ballare.

Alle sette di una mattina di giugno chissà chi mi svegliava cantando e ballando!

Non bastava che ogni giorno fossi costretto ad ammettere che la terra non finiva mai e che c’erano più posti da calpestare di quanti capelli avessi in testa, ora mi toccava pure che la gente fosse la più varia, e scostumata.

Ho lasciato il letto, la casa, il giardino, ed ho attraversato il ponte; il ponte scavalcava il treno ed i binari ed era di pietra, vecchio di mille e mille anni, allora il mio è stato un lasciare per davvero, non un girotondo. Non è stato un gioco, non solo, traghettare.

Be’, quelle, erano tutte donne, non ballavano per niente e forse nemmeno cantavano.

C’era una bella luce, un prato grande come quattro campi di calcio messi in fila e pieno di erba gialla alta quanto me e le donne facevano tutte gli stessi gesti e dicevano le stesse cose, come per il rosario, o a Messa.

I gesti erano far scorrere la lama curva di un attrezzo alla base dell’erba, falciare, adesso lo so, e dopo fare un passetto avanti.

Recitare il rosario era che una delle donne cantava una strofa:Non vado sposa perché dote non ho” e tutte le altre le facevano il coro: “che tutti triboli sposarsi sarà”.

Quando canta la solista tutte fanno un passo avanti, quando canta il coro tagliano l’erba.

Un’ora, due, tre: io non mi stancavo e quelle neppure, anche grazie all’odore.

L’erba gialla mozzata, che fosse grano o fieno, non se la prendeva a male e spandeva odore, un odore molto buono che dava alla testa come fosse di mosto.

Verso mezzogiorno una delle cantanti si è staccata dal coro, è uscita dal prato, è venuta verso di me, si è accosciata al riparo di un ulivo.

Mi sono nascosto perché non sta bene spiare i canti ed i balli e peggio i rosari e peggio chi orina e peggio quando chi orina è femmina.

Insomma mi ero nascosto molto bene perché non sarebbe stato bene essere colto a spiare e la cantante non mi ha visto, non si è accorta di me.

Non se n’è accorta neppure quando è entrata nel capanno degli attrezzi, dove un gatto miagolava, ed è tornata fuori con due uova in una mano e tre calzini appallottolati nell’altra.

Le uova le ha bevute ed i calzini li ha messi a bagno in un mastello d’acqua.

Dopo la cantante ha staccato due fichi maturi e li ha schiacciati sul pane. Si è mangiata il pane con i fichi, è tornata al mastello a vedere se i calzini si erano lavati ed è tornata al lavoro.

Quando non mi poteva scoprire più, sono uscito dal nascondiglio e sono andato a vedere se trovavo un uovo anch’io, niente, un paio di fichi, sì, e poi a ficcanasare nel mastello.

Ché quella sperava che i calzini si lavassero da soli?

Fatto sta che non erano calzini, ma gattini, gattini figli di madre precipitosa, e allora ciechi e allora morti affogati. La cantante era un’assassina, una pisciona assassina che andava in giro ad affogare i figli delle gatte frettolose e si mangiava tutte le uova rimaste. Senza contare il tagliare l’erba gialla per la soddisfazione di cacciarne fuori l’odore e cantare in coro le canzoni.

Sono tornato a casa tardi e senza scuse per essermi allontanato da solo ed aver, da solo, attraversato il ponte. Sono stato giudicato colpevole di abbandono di posto e punito con qualche sberla prima del chiarimento.

Mi è stato spiegato che la cantante non era una donna cattiva e tanto meno un’assassina, e che aveva fatto una, anzi due cose che dovevano essere fatte: tagliare il fieno, che sarebbe un lavoro e non una festa danzante e neanche una preghiera, ed affogare i gattini.

Perché i gatti sono troppi e troppi i gattini e sulla terra non c’è posto per tutti e quindi è meglio che vadano a finire sotto terra. Senza soffrire, ma sottoterra.

Purtroppo avere la natura di un cane significa anche essere altrettanto ingenuo; benché ormai sapessi quasi tutto su dove e come si poggiano i piedi, ancora un anno dopo ero convinto che andare sotto terra, o restarci sopra, fosse una questione soltanto dei gatti.

Dopo ho dovuto attraversare un altro ponte, e mi è stato chiarito che non era così.


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