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Il male d’esistere di Serena Pisaneschi
Il fumo saliva lento dalla sigaretta con indosso geometrie irregolari e fluide, ombreggiando il chiaro di Luna che entrava dalla finestra del salone. Cinzia non sapeva da quanto tempo fosse lì seduta al buio, ricordava solo di aver camminato sulla freddezza delle piastrelle per molti minuti prima di rannicchiarsi all’interno della morbida sicurezza del divano di alcantara. Sebbene fosse molto stanca e si sentisse gli occhi bruciare, non era riuscita ad addormentarsi vicino a quel corpo nudo e caldo che avrebbe desiderato possedere con molta più sincerità. E invece niente, lei non riusciva più a fare l’amore con lui. Baci, carezze, sussurri tenui e leggeri, ma nessun trasporto, nessuna passione. Cinzia sentiva quelle mani, la sua pelle ne apprezzava l’onestà e la delicatezza, ma la mente non faceva altro che vagare da un concetto all’altro, senza riconoscere alle emozioni il diritto di trionfare sulla razionalità. Ecco che apparivano immagini sconnesse, la canzone che l’aveva svegliata al mattino e che non riusciva a togliersi dalla testa, il jingle di questa o quell’altra pubblicità televisiva…Tutti flash-back meccanici e indomabili, come le quattro note che Rossini ripropone in tutto il finale del Gugliemo Tell, ma senza la stessa magia. Rossini era un artista però, un artista spinto alla ripetizione dalla genialità di una malattia mentale, Cinzia invece aveva solo bisogno di distrarsi da se stessa, di evadere da una fastidiosissima incapacità di abbandonarsi alle proprie sensazioni. Lei percepiva il tocco soffice delle labbra sulle labbra, la bramosia di un sospiro più profondo, con tutto il desiderio che trasportava fuori e dentro di sé, e per i primi minuti si lasciava convincere da quel senso di completezza, poi però riusciva a distrarsi da qualcosa che non richiedeva affatto attenzione, concentrandosi troppo sull’impertinenza di pensieri inopportuni e smettendo di riflettere con la sensibilità di un sentimento immenso e sincero. Sì, perché l’amava, amava sconfinatamente l’uomo con cui aveva deciso di dividere tutto il resto della propria esistenza, però spesso si ritrovava ad ergere un muro alto ed invalicabile, costruito con mattoni che solo lei contribuiva ad appoggiare uno sull’altro, lui invece cercava di capirla, di abbracciarla forte e convincerla che andava tutto bene, che non aveva niente di cui preoccuparsi perché sono cose che succedono. E che pazienza dimostrava quando Cinzia si arrabbiava con se stessa avvolgendosi nelle coperte e voltandosi dall’altra parte del letto, cha pazienza ad aspettare che le passasse un po’ il malumore e tornasse a dormire sul suo petto. Ma c’erano notti in cui la familiarità di un respiro addormentato non poteva aiutarla, notti come quella, in cui si ritrovava a vagare per casa nel buio e nel silenzio più assoluti. Scendeva le scale piano, scalza, buttandosi addosso la prima maglietta che le capitasse a tiro, e si nascondeva in quella quiete profonda e pericolosamente vera, dentro la quale non perdeva occasione per ripercorrere i sentieri di preoccupazioni ed inquietudini che ogni tanto riusciva anche a dimenticare. Si sedeva tranquilla, accendeva una Philip Morris Blue e l’assaporava piano, senza fretta, domandandosi com’era possibile che non si spengesse mai. Lei invece si spengeva molto spesso, assopiva l’istinto per far prevalere una moltitudine di considerazioni decisamente fuori luogo. Non la si poteva vedere, ma sul volto disegnava sempre un’espressione seria e concentrata, accentuata da due sopracciglia che non riuscivano a rilassarsi mai. Indubbiamente avrebbe aspettato l’alba, continuando il lavoro d’introspezione dentro a cui s’immergeva totalmente, poi si sarebbe alzata, avrebbe risalito le scale e chiuso gli occhi accanto alla solida certezza dell’unica persona che avrebbe potuto aiutarla, ricercando sotto le coperte la stretta di una mano che aveva il potere di renderla libera da qualsiasi male d’esistere da cui decidesse di farsi conquistare. |
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