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Il lungo viaggio di Chætodon Vagabundus

di Francesco Sciortino

a cura di Gennaro Chierchia

 

Comincia col protagonista che approda con la sua barca, il Chætodon Vagabundus III, nello Yomman. Il protagonista – di cui non si svelerà mai il nome – è un ex uomo d’affari che ha abbandonato il proprio lavoro – peraltro poco “spirituale” – per navigare in lungo e in largo per il mondo con la sola compagnia di una gatta, Lul.
A Birkat incontra Peppino, un suo vecchio amico di università, dove lavora come restauratore di moschee sotto la protezione dell’Emiro.

Tramite Peppino il protagonista conosce la cugina dell’Emiro, con la quale ha una relazione basata esclusivamente sul sesso.

Parte per il Kardascar, ma prima fa scalo a Bishmahu, che è posizionato esattamente sull’Equatore e da dove salpò col Chætodon Vagabundus I.

Fin qui la trama fila liscia come il Chætodon Vagabundus sulle acque del mare. Poi il viaggio fisico diventa viaggio interiore, viaggio del ricordo.

Percorriamo a ritroso, come in un lungo conto alla rovescia, le vicende che hanno portato il protagonista a fare una scelta piuttosto che un’altra.

Scopriamo che egli, prima di vestire i panni del navigatore solitario, lavorava per una grossa ditta di “consulenza e intermediazione” che si occupava di far acquistare materiale prodotto nei paesi industrializzati ai paesi del Terzo Mondo.

Che nel Limbobo compie il suo ultimo affare ma, per un imbroglio della “Ditta”, viene arrestato e confinato sull’isola di Zanzia, fittamente abitata dagli scimpanzé. Qui conosce Maribelle – una ragazza che aveva abbandonato la scuola per lavorare in un bar ma che non aveva mai abbandonato il sogno di frequentare l’università –, la quale trascorre il tempo a studiare i primati alla ricerca di un’improbabile ammissione all’università. È questo, il VI, il capitolo più spassoso.

Grazie ad un accordo tra la Ditta e il presidente del Limbobo il protagonista viene rilasciato ma è costretto a licenziarsi per tenere la bocca chiusa.

Decide di cambiare vita e si fa costruire una barca, il Chætodon Vagabundus I – il singolare nome deriva da un pesce-farfalla – con la quale ha intenzione di girare il mondo.

Si porta appresso un vecchio marinaio dai modi spicci, Mzee.

Incontra Marione, un suo vecchio amico che aveva fatto la guerra e che, congedatosi, aveva deciso di stabilirsi a Bishmahu per coltivare la terra. Si era sposato con una donna italiana e aveva avuto una bambina di nome Nina ma quando questa crebbe la moglie la portò con sé in Italia poiché voleva farla studiare ma a Bishmahu non c’erano le scuole superiori.

Nina, insegnante di zoologia all’università ed ex moglie di un avvocato, torna a Bishmahu e ha una relazione col protagonista. Ma quando deve rientrare in Italia per lavoro egli si rifiuta di seguirla – presumibilmente per non smettere di viaggiare. Vende la barca e si trova un lavoro in Sud America.

Stufo di quel lavoro, si fa costruire una seconda barca, il Chætodon Vagabundus II, che distrugge andandosi a schiantare con un peschereccio presso lo Stretto Di Malacca.

Non si arrende e, costruito il Chætodon Vagabundus III, si rimette in viaggio.

Il viaggio fisico, pertanto, continua esattamente da dove si era interrotto, da Bishmahu, dove il protagonista ritrova il vecchio e fidato marinaio Mzee e l’amico Marione. Questi gli dice che Nina è a Kombassa e che gli ha chiesto di lui.

Il protagonista parte alla volta di Kombassa, “verso un incontro che potrebbe mutare per sempre il corso, forse il senso, del mio viaggio. Ma non più spezzarlo”.

Toccante e significativa la parentesi di lui bambino che, durante le vacanze estive, costruita una barca alla meno peggio, raggiunge un’isoletta da solo e viene sgridato dai genitori – metafora dello spirito di avventura insito nel protagonista.

Questo “Il lungo viaggio di Chætodon Vagabundus” mi ha fatto venire in mente la trama di “Cuore di tenebra”, solo che invece di risalire un fiume qui si percorre a ritroso la vita di un uomo.

Scaturisce dalle pagine del libro un grande amore per il mare e un’insaziabile voglia di libertà.


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