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Il fosso di Rosa Corvo
So che Antonio, detto Tonino benché abbia settant’anni suonati, passa gran parte del suo tempo nei pressi del fosso. A trecento metri da casa sua c’è tutto il mare Tirreno, ma a lui piace di più il fosso. Il fosso, acqua reflua di palude ed un laghetto grande quanto un campo di calcio, corre, si fa per dire, mezzo chilometro più ad est e più a sud del tratto di mare che ci sta di fronte, e, verso il mare si muove. Volando si vedrebbe il canale penetrare ed allargarsi in una palude, un campo d’acqua senza pretese, fermarsi e godersi lo spettacolo del cielo, per poi confluire di nuovo tra sponde strette ed allungarsi verso la foce. A Tonino piace il fosso nel tratto in cui questo quasi smette di essere canale ed ancora non è diventato palude. È in quel punto che va sempre perché è quello il luogo che lo affascina. Non mi ha mai spiegato come sia nato il suo amore, né io ho mai pensato di chiederglielo. E poi chi sa veramente rispondere ad una domanda del genere? Chi sa veramente perché e per quale motivo ama, quando ama, e chi è tanto scemo da chiederselo? Se ti capita una Grazia ringrazi e te la godi e basta, magari fai un’offerta, in ogni caso è meglio non chiedersi perché. Non si sa mai; e, se, a fare troppe domande, Qualcuno ci ripensasse e si riprendesse indietro il dono? Io, però, del fosso, non essendo il mio amore più grande, posso anche parlarne. L’aspetto del fosso è quello che ci si attende, con alcune bestiole anfibie e le canne e l’acqua trasparente vicino alla riva e più scura verso il centro del flusso. Il flusso è molto lento tranne quando piove, il che avviene soprattutto quando cambiano le stagioni, nel qual caso, nel caso che piova, l’acqua aumenta di un po’ il suo andare, come se qualcuno avesse inclinato di cinque o sei gradi il piano sul quale scorre. Anche le rane si muovono lente, tranne quando scorgono o sono scorte dalle bisce. Le canne hanno due anime: una sommersa, poco vegetale, un’anima quasi di pesce, proprio un’anima di pesce se non fosse per la completa assenza di branchie, e un’altra anima molto superficiale, molto divertente e divertita, che discorre con gli uccelli, se sono piccoli uccelli, ed ha già fatto un passo, per quanto breve, nel cielo. Dimenticavo di dire che le canne sono molto educate, non parlano quasi mai dei loro affari né intervengono nelle interminabili dispute tra i rospi, i grilli e il sole su chi le spara più grosse. Neanche amano mettersi di mezzo tra rane e buoi, anzi con codesti proprio non vogliono immischiarsi. I buoi, quattro o cinque buoi, ma credo si tratti di vacche o bufale, che attraversano pazientemente il fosso, molto presto o molto tardi nel giorno, amano questo transito d’acqua e chi vi soggiorna abitualmente. Le bufale paiono dormire piantate sulla proda erbosa, in piedi come vele buie, invece non dormono, sono lì che tendono un orecchio, ed anche tutti e due, ai discorsi, soprattutto ai discorsi dell’acqua che mormora sempre. L’acqua ha un sentore metallico, è ovvio che ne ignoro il sapore, come fosse uscita ora da una gavetta di ferro o da una borraccia di alluminio ma questo fenomeno si deve alla natura stessa delle pietre sulle quali l’acqua scivola e per le quali schiuma come su una costola di montagna e curva. Le pietre sono molte e tonde e non bianche, nere piuttosto, come il colore del bosco dove risalgono a nascondersi e ad immischiarsi coi muschi. Non so se le pietre entrino nel bosco per dormire? Vermi ed altre vite minori, pure animano il fosso: meno acute della lingua delle bisce, meno rumorose dei rospi, meno furtive dei topi. Di tali vite minori alcune pattinano a pelo d’acqua sulle zampe lunghissime, o sull’acqua si spostano con il corpo teso come un pennino, che, come un pennino, lascia segni netti. Queste forme sono tanto leggere che usano l’acqua come fosse una lastra di ghiaccio o un foglio di carta pergamena, eppure cacciano e si nutrono di altre forme ancora più piccole, insetti minuscoli e ricciuti ed infime uova e larve, appunto tanto piccole, che possono stare in una goccia di brina come in una culla. Le uova, assieme a moltissime altre uova di ogni specie di insetto, nutrono infinite, infime, specie di ogni specie di insetto, specie che si riproducono, poi, attraverso ulteriori ed ennesime uova. Non è difficile credere che, invece di essere masticate e digerite, tutte le uova, affidate all’acqua ed all’aria, vengano solo spostate da un luogo ad un altro, dagli insetti, magazzinieri affaccendati, che le inghiottono, seguendo un più ordinato ordine che l’Ingegnere ha ben meditato. Ne nasce comunque un gran brulicare ed anche un gran rimescolarsi di prole, cosicché se un ragno depone una zanzara e la zanzara alleva girini e i girini provano ad alzarsi in volo, è probabile che lo si debba a qualche errore dei magazzinieri, frastornati dal complesso che domina il magazzino. Alcune creature di questa fabbrica per chimere a volte riescono, sonoramente, a prendere il volo. Tra le creature che sanno volare campeggia la libellula per la bellezza delle forme e dei colori e per la dignità degli intenti. La libellula è assemblata in sezioni come un dirigibile, ma non è tenuta su dal gas, è piena non di marchingegni bensì di viscere ingegnose, ed, inoltre, al contrario del dirigibile ha le ali, due coppie di ali. La libellula adulta è capace di fare quattro cose: mangia predando, produce altre libellule in forma di uova, muore facendosi preda, vola in modo spettacoloso. Vola in su ed in giù, vola di lato senza voltare, virare o quant’altro, e, perfino, se vuole, è capace di volare all’indietro. Vola rapida, con ali rigide e mobili, quasi invisibili per la vorticosa velocità del loro movimento. Conosce la difficile arte del librarsi sui gravi, scherzandoci su. Quando ci sono i papaveri è possibile vedere una libellula librarsi su un papavero. Anche i papaveri hanno le loro fisime. Per esempio, un loro mito racconta che il sangue degli uomini e anche delle bufale, altro non sia che il colore dei loro petali dilavato dall’acqua piovana o dall’acqua corrente. I papaveri, logicamente, non amano trasfondersi nei loro peggiori nemici, nemici che li raccolgono e li masticano come se niente fosse ed invece amano il sole, anche quando, rovente, giunge a seccarli. Se potessero scegliere i papaveri amerebbero, sopra ogni altra cosa, farsi farfalle. Non mi risulta che possano, ma i papaveri hanno le loro fisime. Nel fosso non ci sono anatre, ma alle radici, ai bulbi melmosi delle canne, a volte, si ancorano cavedani o tinche e carpe, ramate o bronzine. Tutti questi pesci se l’acqua è troppo calda o troppo fredda, se l’ossigeno abbonda oppure scarseggia, si scoprono trasognati. Stanno sotto le foglie delle ninfee, mangiucchiano e trasognano, ignorano il verde delle muffe. D’altra parte i pesci, e parlo soprattutto delle tinche, nati dai sospiri sommersi delle canne, non riescono ad intendere una ragion pratica e, meno che meno, una ragion pura, né sanno costruire una macchina che è una. Sognano, sia nel senso che spesso dormono e sognano, sia nel senso che, anche da svegli, se parliamo di pesci, sveglie, se parliamo di tinche, si abbandonano facilmente ad ogni possibile fantasticheria. Le tinche hanno una bocca rosata, da cui, spesso, escono sentimenti di sbigottimento, più raramente escono vaneggiamenti, effimeri come ife, che solo le amanite, velenose, cerimoniose sotto i loro cappelli più vicino al colore lilla che al verde chiarissimo, riescono ad interpretare. Quando una tinca abbocca all’amo, la bocca dischiusa al pallido bacio dell’esca, una larva di mosca, le altre, le superstiti, vedendola sottratta fulmineamente alla melma di cui tutte provano vergogna, fidando nella favola che l’esca, il verme, altro non sia che l’Angelo destinato a raccoglierne lo Spirito, per un po’ sono liete ed anche invidiose, si raccontano, le une alle altre, le meraviglie che ora la loro compagna vivrà, in quello che si dicono essere il Paradiso. Intanto per la tinca appena pescata e sbalordita dal rapido volo fuori dal fango e dal buio del fondo, il Paradiso si rivela essere un dolore infitto alla bocca, un singhiozzo a vuoto delle branchie, un lampo di luce che non si può sopportare, il duro della terra come un cuore di zucca che provi a battere. La tinca vede anche Dio, forse si tratta di Tonino o di un altro pescatore, nell’atto pietoso di scalzarle il ferro che le lacera la bocca, e in questo Giudizio, e di questo Giudizio, muore. Muore lontano dal fango del fosso. |
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