Racconti

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Il custode

di Roberto Estavio

 

Siamo già al calar della sera, una leggera brezza accompagna il mio viso ormai logoro e consunto da una vita spesa ad osservare e a pazientare.

Vorrei anch’ io sedermi ai piedi di un vecchio sicomoro e invece annuso il profumo dei tigli in fiore.

Perché sì io sono il custode, anzi lo sarò ancora per poco, per due mesi ancora; lo sono stato per quarant’anni.

Rinchiuso dentro una gabbia di legno accompagnavo l’incedere costante degli operai che settimanalmente si affacciavano nei nostri stanzoni o seguivo l’incostanza dei nostri gentili, innocui, silenziosi e cari ospiti.

Mentre la gente fuori si agitava, loro per lo più stavano appoggiati con il mento alla robusta balaustra che delimitava i grossi finestroni.

 

Sguardi silenziosi e talvolta agitati ed inquietanti.

 

In certi periodi dell’anno la vita pareva fermarsi ed era al limitare di una stagione con l’altra.

Quanto le inquietudini della natura preparavano l’avvento di quella successiva, gli uomini e le donne qui dentro rallentavano a dismisura i loro passi e il più delle volte si rintanavano.

 

Io non li vedevo ma non mi preoccupavo ed ero tranquillo.

Dopo un po’ cominciavano a riaffacciarsi e sembravano lupi affamati o

iene spazientite.

 

Domani torneranno a casa Carlo e Antonio.

Stamattina la direttrice mi ha convocato per chiedermi di aiutarli a preparare i bagagli e a sistemare le stanze.

Cosa che ho prontamente fatto.

 

Terminato il lavoro ho ritirato alcune raccomandate e le ho infilate nella stanza dell’amministratore. Uscendo il mio sguardo pèrò si è posato di fianco alla guardiola. In fondo al corridoio si trovava una vecchia porta.

Sapevo che al di là vi era una scala che portava a delle piccole cantine.

Decisi di andar a vedere e mentre scendevo le scale mi sentivo pervaso dal fresco e misterioso odore delle mura.

 

Entrai nel primo garage, quello di Antonio e mi avvicinai ad un tavolino.

Era lindo, femminile, col ripiano screpolato ma lucente.

M’accampai sopra cominciando ad accarezzarlo prima di frugare nel cassetto dove teneva le sue cose.

Dentro una sacca le dita scovarono un oggetto di legno.

Avvertii dei lievi segni incisi sul pezzo.

Sembrava fosse stato morsicato.

Lo estrassi ed esaminai da vicino: era un fischietto in salice.

 

Il fischio che talvolta avvertivo durante l’inverno veniva allora da quel giocattolo!

 

Mi spostai e con le chiavi aprii il secondo garage.

Un piccolo spazio assegnato a Carlo.

I miei passi echeggiarono mentre mi raggiungeva un odore d’incenso mescolato a quello intenso di cibo avanzato.

Alzai lo sguardo ma non vidi nulla, appoggiai le mani ai braccioli di una sedia e fu lì che mi accorsi di un sacchetto di plastica.

Raccolsi un piccolo intruglio: una tavoletta di legno rettangolare alla quale erano fissati quattro cuscinetti a sfera che servivano come ruote e sopra un fil di ferro a forma di T:

era un carrettino, un innocuo giocattolo che tutti noi usavamo da bambini.

 

Le sue lunghe assenze pomeridiane mi lasciavano perplesso.

Ora capii che non passava le sue ore a letto ma, rintanandosi in cantina, amava trafficare con il legno e il ferro che gli operai abbandonavano chiedendogli di buttarlo nella spazzatura.

 

Risalii.

Fra due mesi mi sarei congedato con un fischietto ed un carrettino.


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