Racconti

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Il condominio

di Luigi Brasili

(racconto che ha partecipato al concorso letterario Noir Story)

 

Il bar era sempre uguale a come lo ricordava.

Stessi arredi, stessi avventori, stessa cameriera sguaiata, stesso proprietario.

Erano passati quasi sei anni dall’ultima volta che Giovanni aveva messo piede in quella via di mezzo tra una bettola e un bar dello sport.

Quelle erano le descrizioni che più o meno corrispondevano alla realtà per la maggior parte di coloro che ci capitavano per caso, turisti o residenti che fossero.

Ma per Giovanni e per la maggior parte dei clienti fissi, quel locale che si affacciava su un vicolo nel cuore di Trastevere, con i tavolini di legno traballanti impregnati di nicotina e di grasso, era soprattutto una bisca clandestina.

La sala da gioco si trovava nel retro, per entrarvi bisognava essere presentati da qualcuno del giro, oppure conoscere personalmente il titolare, che tutti chiamavano semplicemente Eto perché non aveva mai rivelato a nessuno il nome per esteso né tanto meno il cognome.

«Ciao Giova’, come stai? È una vita che non ti fai vedere! Cosa ti posso offrire?», gli chiese Marcellina, la donna tuttofare che da quarant’anni lavorava nel locale e che non cambiava vestito da altrettanto tempo, a giudicare dalle macchie sbiadite che coprivano camicia e pantaloni a fare da base per quelle fresche.

«Ho cambiato casa, mi sono trasferito in periferia», rispose Giovanni.

Mentre gli porgeva un bicchiere di cognac, la donna disse: «Lo so, me l’hanno detto qualche settimana dopo che te ne sei andato. Però pensavo che almeno ogni tanto ti facevi vivo, giusto per venire a salutare gli amici…».

Giovanni considerò con amarezza quell’ultima parola. Si sedette ad un tavolo e chiese a Marcellina un altro giro.

«Amici», disse tra sé, un termine non facile da attribuire a quelli che per dieci anni aveva frequentato nella stanza sul retro. Per lo più era gente che non aveva mai visto fuori dal bar, forse l’unico che si avvicinava un poco a quella descrizione era Germano. Con lui, in effetti, non aveva condiviso solamente interminabili notti davanti alle carte da poker, alla bottiglia vuota e al posacenere stracolmo. Per diversi anni erano andati insieme allo stadio a vedere quasi tutte le partite casalinghe della “magica” Roma. E spesso, l’estate, uscivano con le rispettive consorti a mangiare un gelato dalle parti di Torre Argentina oppure una pizza dall’”incinto” dietro al Pantheon.
Poi, dopo la morte della moglie di Germano, erano finite anche quelle serate e le partite le vedevano alla pay-tv, sullo schermo gigante che Eto aveva installato nel locale. Le giocate a carte però erano durate per parecchi mesi ancora. Dopo qualche tempo anche Giovanni era rimasto da solo. La moglie, stanca della compagnia di un attore fallito, un beota nulla facente che passava il tempo a sperperare il loro conto in banca con il gioco e l’alcool, se n’era andata a vivere con un altro, nell’appartamento all’Eur che le aveva lasciato la sorella. Se non altro, era stata abbastanza umana da lasciargli la casa di Trastevere, che a conti fatti valeva una fortuna, visti i prezzi assurdi del mercato immobiliare della capitale.

Quella casa era stata la sua salvezza. Vendendola, era riuscito a pagare tutti i debiti di gioco, a comprarsi un’auto nuova e acquistare un monolocale vicino al raccordo anulare, in un piccolo condominio di sei appartamenti. Da allora, non era più tornato a Trastevere.

Si era ormai fatto buio e la bottiglia di cognac che alla fine Marcellina gli aveva lasciato sul tavolino era quasi vuota, quando entrarono Eto e Germano.

Dopo i saluti di rito, Germano lo invitò sul retro «per fare una partita come ai vecchi tempi».

Ordinarono qualcosa da mangiare e cominciarono a “scaldarsi” con qualche mano a briscola contro un’altra coppia, 10 € di piatto ogni giro.

Poi più tardi fu il turno del poker, tre ore di oblio per un totale di mezzo litro circa di liquore e almeno 15 sigarette in più nel corpo di Giovanni. Ma anche 500 € di meno, che insieme a quelli di Germano facevano un totale di 800 €, tutti nelle tasche del solito Martella, altro “socio” storico.

Uscirono insieme e Giovanni accompagnò per un pezzo di strada l’amico. La serata era tiepida e invitava a passeggiare. Camminarono in silenzio per qualche minuto, poi si fermarono sul ponte Fabricio, appoggiati con i gomiti sul travertino a guardare il fiume, in piena per le piogge torrenziali dei giorni precedenti.

«Come mai non ti sei fatto più vedere?», chiese Germano all’improvviso, interrompendo il silenzio.

«Dopo avere venduto la casa e acquistato quella nuova ho provato a rimettermi in carreggiata» rispose Giovanni, aggiungendo: «Avevo deciso di smetterla con il gioco e con l’alcool e di provare a dare un senso agli anni che mi restavano da vivere. Per un po’ è andata bene, ho fatto qualche buona comparsata a Cinecittà e il mio conto in banca è rimasto stabile per parecchio tempo».

«E la nuova casa com’è, ti trovi bene?», chiese l’amico.

Giovanni fece una strana smorfia prima di rispondere: «All’inizio, sì, mi sono trovato bene, il condominio era piccolo, gli inquilini erano brava gente e la zona era fornita di tutti i servizi. La macchina non la usavo quasi mai, e alla fine l’ho venduta. Ogni tanto partecipavo a gite di gruppo organizzate dal parroco della chiesa locale. Ho avuto anche una storia con una donna, è durata un paio d’anni poi lei si è trasferita a Milano per lavoro e non l’ho più sentita».

Germano non disse nulla, ma lo guardò invitandolo a continuare.

«È andata bene fino a sei mesi fa, fino a quando tre degli altri appartamenti sono stati venduti. All’inizio io ero l’unico a non essere in affitto, poi il proprietario della palazzina ha sfrattato gli inquilini e in poche settimane ha venduto tre appartamenti, solo due sono ancora disabitati. Da quel momento è cominciato l’inferno».

«Perché, cos’è successo?», lo incalzò Germano.

«Non riuscivo più a vivere tranquillo», rispose lui.

«Io sto al secondo piano. – continuò – Sopra c’è l’appartamento occupato da una tizia, il marito fa la guardia notturna, e ogni notte, escluso il lunedì perché il marito aveva il turno di riposo, lei riceveva in casa un amante diverso, anche più di uno alla volta. Per sei mesi mi sono sorbito gli orgasmi di quella zoccola, ti giuro, un vero incubo. Le prime volte la presi a ridere ma alla lunga ho cominciato a non riuscire a dormire per molte ore».

L’amico stava per replicare ma si interruppe nel momento in cui Giovanni riprese il racconto.

«Ho provato a spostare il letto in un’altra stanza ma non c’è stato verso, sembrava che a quella donna non bastasse una stanza sola per scopare. No, lei doveva usare tutta la casa. Da mezzanotte per ore sempre la solita solfa».

«E tu non hai provato a rivolgerti a qualcuno, alla polizia per esempio?», gli domandò l’incredulo Germano.

«L’ho fatto. – rispose – Ma non è servito a niente. Anzi, ho scoperto che alcuni dei suoi amici erano proprio dei poliziotti. Alla fine qualche settimana fa ho parlato con il marito. Non ci crederai ma lui sapeva tutto e ha detto che non erano affari miei!».

«Pazzesco. – commentò Germano – E gli altri condomini?», chiese.

Giovanni abbozzò un sorriso amaro.

«Con quelli era anche peggio. Al confronto il chiasso della notte era quello minore. Al piano di sotto c’era un ragazzotto che per tutto il pomeriggio, fino al ritorno dei genitori, sparava musica con il volume dello stereo a manetta. Il pavimento di casa mia sembrava sempre sul punto di esplodere. A completare il lavoro, ci pensavano quelli dell’appartamento di fronte. Una coppia di mezza età, lui ubriaco tutte le sere e lei vittima predestinata. Ogni sera dopo cena le urla e gli schiamazzi mi costringevano a sentire la televisione con le cuffie…».

«È incredibile, io al tuo posto avrei cercato subito un’altra casa. Non ci hai pensato?», gli chiese Germano.

«Certo, ma non avevo abbastanza soldi, inoltre la mancanza di riposo e lo stress mi portavano a dimenticare le battute e dopo un po’ non mi hanno più chiamato a lavorare», disse, in tono rassegnato, poi aggiunse: «Ma non preoccuparti, adesso ho risolto, sono riuscito a sistemare tutto».

Germano guardò l’orologio, era passata da un pezzo la mezzanotte.

«Scusami. – disse – Ora devo andare altrimenti domani in ufficio dormo sulla scrivania. Senti, sono curioso di sapere il seguito di questa storia, quindi fatti vivo presto, ci conto, d’accordo?».

Giovanni si accese l’ultima sigaretta rimasta nel pacchetto, inspirò a fondo e poi rispose emettendo una nuvoletta di fumo: «Buonanotte, stai tranquillo, avrai presto mie notizie».

Mentre l’amico si allontanava, lui camminò per qualche metro lungo il ponte allontanandosi dal lungotevere. Si affacciò di nuovo a guardare il fiume impetuoso, aspirò l’ennesima dose di nicotina e gettò il mozzicone in acqua. Poi salì sul parapetto e si sedette con le gambe penzoloni, guardando quel che restava della sua ultima sigaretta scomparire tra i flutti.

 

Come tutte le mattine Germano comprò il giornale prima di andare in ufficio. Il traffico sul lungotevere era caotico, come sempre nelle ore di punta dei giorni lavorativi. Con gli anni aveva imparato a leggere il giornale con un occhio e a controllare il semaforo con l’altro, per essere pronto a partire ogni volta che il rosso passava il testimone al verde.

Quel mercoledì, però, ad uno dei semafori impiegò parecchio tempo prima di lasciare la frizione e spingere l’acceleratore. La prima pagina della cronaca cittadina riportava la notizia di una strage, scoperta il giorno prima, in un piccolo condominio in periferia. Gli inquilini di tre appartamenti, sei adulti e un ragazzo, erano stati trovati morti dai vigili del fuoco, avvisati dalla donna che puliva le scale del palazzo, che aveva avvertito un forte odore di gas provenire dagli appartamenti. Gli inquirenti erano alla ricerca di un altro residente, tale Giovanni Rossi, 45 anni, proprietario di un appartamento al secondo piano, nel quale erano stati rinvenuti lunghi tubi ancora collegati al rubinetto del gas della cucina.

 

Sconvolto, Germano impiegò diverso tempo per realizzare che il rumore che avvertiva come un lontano brusio, era quello dei clacson delle automobili dietro la sua.

Come un automa, ingranò la prima e superò sgommando l’incrocio, poi accostò il mezzo direttamente sul marciapiedi, noncurante del vigile che si trovava a pochi passi.

Riprese a guardare il giornale, scuotendo la testa, poi uscì di scatto dall’auto e si diresse a piedi sullo stesso ponte dove poche ore prima aveva ascoltato il racconto del suo amico. Lo sguardo andava dal fiume al fondo della pagina. Un piccolo trafiletto riportava la notizia che le squadre dei sommozzatori erano impegnate nella ricerca del corpo di un uomo, che alcuni testimoni avevano visto cadere nel fiume dal ponte Fabricio dopo la mezzanotte. Le ricerche erano difficoltose a causa…

Germano gettò rabbioso il giornale nel fiume, poi tornò verso l’automobile. Prese il verbale dalla mano del vigile senza dire una parola, entrò in macchina e con gli occhi velati di lacrime riavviò il motore.

 
 

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