Racconti

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I non sogni

di Barbara Gozzi

 

Il vuoto. Un senso di nausea al collo dello stomaco. Mi guardo in basso e vedo del tessuto nero. Seta nera. Il vuoto è un drappo infinito di seta nera che non mi fa respirare…

Ho un senso di nausea al collo dello stomaco, solo che non ho più lo stomaco. Ho solo il vuoto. E per un attimo sono felice. Poi qualcosa mi sveglia. (incipit di Matteo Bortolotti)

 

È sempre così. Quando torno.

Stavolta è stato Luca a strapparmi anzitempo al vuoto. Non so perché, ma ogni volta che chiama lui mi sembra che la suoneria si alzi di volume. Sta di fatto che il cosetto ultratecnologico che mi ha regalato per Natale sta suonando e vibrando come un ossesso.

Mi alzo a fatica, ancora sudata e tremante, ma quando riesco a raggiungerlo smette di dimenarsi. Il fastidio è uno sciame di pizzicotti sulla pianta dei piedi. Perché diavolo mi ha chiamato, sapendo del nuovo attacco di stamattina?

Divento intrattabile quando non riesco a starmene in santa pace quel pugno di ore necessarie a stare meglio. Poi mi riprendo. Ma non devo essere disturbata.

Mi preparo il caffè e il ronzio dello strumento elettronico riporta a galla un vago pulsare alla tempia destra. Male. Molto male. Vuol dire che stavolta non se n’è andato del tutto.

Mi siedo sul divano con la tazza fumante in mano. Due dita di caffè e un litro di latte, più o meno. La caffeina mi rende nervosa ma senza non riesco a tornare alla realtà. Non del tutto. E ormai l’idea di recuperare la via del letto è scartata a priori. Quando mi sveglio è fatta, i sogni sono svaniti per sempre… che poi, proprio sogni non sono. Vedo sempre avvenimenti passati. Situazioni realmente accadute. Persone che ho conosciuto, a volte ancora in vita. Altre no.

Niente fantasmi né morti che parlano. Non devo aiutare nessuno a raggiungere la luce considerando che non sono una fattucchiera o una strega o una sensitiva (la mia vita non è una fiction per carità!)… sono solo vecchi ricordi che riaffiorano. Un po’ più vivi di come li ricordavo prima dell’attacco. Non so spiegarmi perché tornino proprio quando sto più male. È così e basta.

Soffio sul liquido bianco sporco e fisso il televisore spento, è ora di recuperare quello che ho visto.

Le prime volte facevo di tutto per dimenticare, pensavo che non servisse riportarli a galla. Ma loro continuavano a tornarmi in mente, a distanza di tempo. I frammenti. Di qualcosa che avevo vissuto. Due anni prima. Dieci. O addirittura quand’ero bambina. Sequenze senza senso, dapprima, che si trasformavano in fotogrammi collegati con il passare del tempo.

Adesso non li contrasto più. I non sogni. Li richiamo a me quando mi sveglio e cerco di fissarli in una delle tante pareti della mente.

Il cellulare riprende il suo show. Stavolta perdo la pazienza. Gli rispondo in fretta, a monosillabi. «Sì, sto bene. Non importa, stavo per svegliarmi. Sì, le solite medicine. No, sono sola. Ti chiamo io stasera». E piantala di rompere proprio adesso che inizio a recuperare il ricordo.

Povero Luca. Le fasi del pre e post sono sempre difficili per me. Divento irritabile e scontrosa. E lui, così premuroso e maniacale, proprio non riesce a lasciarmi il giusto spazio. Mia madre direbbe che è un uomo da sposare. Ma quando fa così è difficile non pensare che la colla appiccica e basta.

 

Quando sento i nervi del collo che si irrigidiscono so già cosa mi aspetta. Tre anni sono un tempo sufficiente per imparare a capire i segnali che il corpo mi invia. Ho almeno un’ora e mezzo prima che mi salga al cervello l’emicrania vera e propria. Ovunque sono mi precipito a casa. Preparo il cocktail di medicine e quando sento arrivare il fiume in piena le ingoio tutte insieme. Mi infilo a letto e mi copro fino alla radice dei capelli. Dentro al bozzolo lascio che il nero arrivi. Per un po’ il dolore è quasi insopportabile ma poi si trasforma. Centri concentrici lo assorbono per portarlo verso l’oscurità che lo annulla dentro di sé. Allora arrivano. I non sogni. Lentamente focalizzo una scena e parte la sequenza. Terminata la sbirciatina, torna il nero accompagnato dal vuoto. È meraviglioso perché mi trasformo in un vaso privo di contenuti. È una sensazione di leggerezza indescrivibile. Purtroppo dura solo alcuni minuti. Poi riapro gli occhi e l’attacco è ufficialmente terminato.

L’emicrania è scomparsa e mi ritrovo in compagnia dell’ennesimo frammento del passato. Da liberare nel presente.

 

Stavolta è più complicato perché sono stata svegliata di soprassalto. Ho constatato che, se vengo riportata alla realtà prima che la sequenza dell’attacco sia terminata, qualcosa gira storto. Infatti oggi fatico a ricordare con esattezza quello che ho visto. Anzi, sognato.

Mi concentro. Abbandono la tazza ancora piena tra le cosce, le stringo per bene così da evitare una caduta rumorosa.

Ho bisogno di tranquillità. Immobilità. Tepore.

Chiudo gli occhi e abbandono il corpo sullo schienale morbido del divano. La tempia destra pulsa ancora. Insistente. Intermittente. Un ronzio altalenante. Si avvicina per martellarmi alcuni secondi poi scappa in alto, prendendo la giusta rincorsa per il prossimo assalto.

Ritento. Mi concentro. Richiamo il nero intorno a me. Con lui è tutto più facile. Torna anche la nausea al collo dello stomaco. Fingo di non notarla. Mi basta riacchiappare un fotogramma, uno qualsiasi. Il resto lo seguirà a ruota.

 

Il nonno mi dà un bacio sulla fronte. Sorride e sembra una giraffa. Di quelle simpatiche dei cartoni. Se ne va lasciando la porta della camera socchiusa e io non resisto alla tentazione. Scendo dal letto in punta di piedi e, scalza, raggiungo quella fessura magica da cui posso vedere cosa succede fuori dal mio mondo. Il nonno brontola a bassa voce…

 

Il suono del campanello mi arriva al cervello come un martello pneumatico. La tempia destra pulsa sempre più forte, mi precipito a rispondere per interrompere quel supplizio. Sono fuori di me dalla rabbia.

Ma è Stefania, mia sorella. Le sento fare le scale di corsa – abito al terzo piano di una vecchia palazzina senza ascensore – e quando la guardo in faccia ogni traccia d’ira evapora. Ha le guance in fiamme e gli occhi stravolti. Se non la conoscessi come le mie tasche direi che ha in corpo dell’ecstasy.

Si muove per casa come un animale in gabbia. Ha parlato con Luca. E il furbacchione si è lasciato sfuggire qualcosa sui miei attacchi. Qualcosa è riduttivo.

Quando lo becco vede come lo concio, il genio! Aveva promesso di starne fuori e tenere chiusa la bocca!

Vengo raggiunta da un’onda di domande a raffica. «Da quanto tempo». «Cosa mi ricordo». «Perché non gliene ho mai parlato». Quesiti più che leciti ma che mi infastidiscono all’inverosimile. Le emicranie sono mie e me le tengo. Non sono libera neanche di scegliere come gestirle? Per quanto riguarda i non sogni… anche quelli non li ho richiesti. Arrivano. Ma sono semplici sequenze passate. Il più delle volte mi rinfresco la memoria e basta. Non capisco qual è il problema.

Poi mi fissa, Stefania, con quegli occhi rigati di rosso e mi chiede se so com’è morto il nonno. Un brivido involontario mi attraversa il corpo. È successo più di venticinque anni fa, cosa dovrei sapere? Tentativo ridicolo, lei non demorde. Si avvicina con aria sempre più indemoniata, muovendo quelle mani lunghe e appuntite come fossero armi pericolose. Non ho mai temuto seriamente per la mia vita. Fino a oggi. Per un secondo mi sento ridicola. Sono in casa mia. Quella che si dimena come una tarantola è mia sorella. La maggiore. Cosa può succedermi?

Ma lei è incontrollabile. Ha iniziato a urlare. Un misto tra un attacco isterico e un lucido interrogatorio. Inizio a balbettare e mentre indietreggio la rivedo com’era allora. Una bambina alta e magra di dieci anni che litigava con il nonno sul pianerottolo. La camicia da notte con gli orsetti si muoveva stizzita. Senza essere chiamati i frammenti tornano e si sostituiscono alla faccia di Stefania.

 

Il nonno brontola a bassa voce. Distinguo nitidamente la sagoma di mia sorella accanto all’abat-jour del corridoio. Piagnucola e mette il muso ma lui è irremovibile. Alla fine si volta per dirigersi verso la sua camera mentre il nonno le dà le spalle avvicinandosi alle scale. Prima di dormire si fa sempre una tazza enorme di camomilla, il nonno. Alza il piede destro per iniziare la discesa…

 

Stefania insiste. Dice che non mi crede. Se davvero riesco a ricordare certi episodi del passato meglio di quando li ho vissuti, non posso non sapere niente di quello. Le faccio presente che ho sempre dichiarato di non aver visto niente perché ero già a letto. Ma lei è irremovibile. Mi segue attraverso il divano e il tavolo della cucina. È una caccia. E io sono la preda. Continuo a non trovare le parole giuste. Ho sempre creduto di non aver visto niente da sotto le coperte. Eppure i flash che mi appaiono a intermittenza stanno cercando di dirmi qualcos’altro.

 

Alza il piede destro per iniziare la discesa e incontra un ostacolo imprevisto. La punta delle ciabatte di mia sorella. La piccola Stefania è tornata indietro con un balzo e si è buttata per terra con le gambe in avanti. Ha fatto lo sgambetto al nonno proprio mentre iniziava a scendere le scale. E lui è caduto. Rovinosamente. Fino al piano di sotto. Emorragia cerebrale.

 

L’espressione della mia faccia deve avermi tradito.

Quando ritornano, i frammenti, sono spesso molto realistici. Sento il rumore del mio cuore che batte all’impazzata. Ho visto davvero quella scena dalla fessura della mia cameretta.

Non ero a letto. Però lo credevo. L’episodio era stato oscurato dalla mia mente. Avevo sei anni.

Ma adesso ricordo alla perfezione e la fisso come si guarda un leone che ha appena banchettato con un cervo indifeso.

Sbatto contro la finestra aperta.

Stefania ha qualcosa in mano.

Lo noto solo adesso.

Ha smesso di urlarmi domande. Entrambe abbiamo già le risposte che cercavamo.

E una di noi è di troppo.

Ma chi?

 

Note dell’autrice:

L’incipit è stato scritto da Matteo Bortolotti.


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