|
Racconti |
|
|
I fantasmi del ragioniere di Francesco Sciortino
Il ragionier Bonini cominciò a vedere i fantasmi una fredda sera di dicembre. Raggomitolato nella sua vecchia poltrona, una coperta scolorita sulle ginocchia, leggeva piuttosto distrattamente un libro giallo. Un volumetto consunto dalla logora copertina stinta e accartocciata agli angoli. Era un libro che possedeva da parecchi anni, e che aveva già letto molto tempo prima, forse anche più d’una volta. Anche in quelle precedenti occasioni lo aveva scorso con poca attenzione, e quindi la storia gli sembrava quasi nuova. D’altronde, queste storie poliziesche si assomigliavano un po’ tutte. E comunque Bonini leggeva solo perché non aveva ancora abbastanza sonno da decidersi di andarsene a letto. Come sempre. Leggeva alla luce bassa di un lume accanto alla poltrona, e già gli sembrava che il sonno cominciasse a farsi sentire, quando qualcosa che si muoveva nell’angolo più buio della stanza attrasse il suo sguardo che aveva per un attimo alzato dal libro mentre allungava una mano sul tavolino lì accanto per prendere una sigaretta. Era scuro, in quell’angolo lontano del grande stanzone che costituiva tutta l’abitazione del signor Bonini, ma la figura d’un uomo, piccoletto e piuttosto panciuto, e completamente nudo, appariva con grande chiarezza, quasi prendesse luce da qualche altra parte. L’ometto gesticolava animatamente, rivolto alla parete di fianco, come se stesse discutendo con qualcuno, che peraltro non c’era. Bonini si riparò con una mano gli occhi dalla luce della lampada, per guardar meglio. Ma non c’era nessun altro. Nessun altro che l’omino nudo. E inoltre non si udiva alcun suono. La figura laggiù si muoveva come se stesse parlando, ed anche vivacemente, ma non pronunciava alcun suono. Bonini rimase per un po’ immobile, a guardare e tendere l’orecchio. Poi, a mezza voce, fece: «Ehi! Psss... Ehi, lei!». Ma da parte dell’altro non ci fu nessuna reazione. Evidentemente non lo aveva sentito. «Eh, signore! Ehi, lei!». Questa volta a voce alta, sebbene piuttosto incerta. Ma sempre senza ottenere reazione. Allora si alzò cautamente, e si avvicinò – in punta di piedi, come se occorresse non far rumore – all’angolo dove l’intruso continuava a scalmanarsi nel più assoluto silenzio. Gli si fermò a un passo di distanza, proprio alle spalle, e stette per qualche secondo ad osservare così da vicino lo strano fenomeno. L’uomo sembrava illuminato come da un pallido sole e appariva bianchiccio come un convalescente dopo mesi di letto in una stanza d’ospedale. Ma non sembrava malato, e si agitava con molta energia. Bonini allungò una mano, ma si immobilizzò prima di arrivare a toccarlo. Ritirò indietro il braccio di scatto, e se ne tornò alla sua poltrona. «Non può essere vero. – si disse rimettendosi a sedere e riprendendo in mano il libro – Dev’essere una mia allucinazione. Sarà colpa di quella salsiccia che mi son lasciato convincere a prendere questa sera da Mario. “Signor Bonini, non può mangiare ogni sera spaghetti al burro e fettina ai ferri! Ma non ha mai voglia di variare menu? Su, è vero che lei mangia leggendo la pagina sportiva, ma capirei che non le importasse di cosa sta mangiando se lei fosse un appassionato di sport, e invece lei sostiene che legge quella solo perché è più rilassante delle altre!” Ho fatto male a lasciarmi alla fine convincere per non aver a discutere con lui, ed ora la sua salsiccia mi è rimasta sullo stomaco. Certo avrà insistito a farmela prendere perché era già vecchia e puzzolente, quella salsiccia, e lui tanto sapeva che io non faccio molto caso a quel che mangio». Così convintosi che lo strano fenomeno avesse una ben banale spiegazione, come tutto d’altronde a questo mondo, il ragioniere se n’era tornato alla sua distratta lettura, lanciando comunque di tanto in tanto un’occhiata verso il fondo della stanza, dove l’apparizione non accennava a scomparire. Soltanto, l’ometto sembrava infine essersi calmato, e si sarebbe detto che ascoltasse con condiscendenza qualcosa detto dal suo ipotetico interlocutore. Finché, un paio di capitoli dopo, lo sguardo alzato dal libro non incontrò che la familiare penombra e null’altro. Un sorrisetto sulle labbra, Bonini si alzò allora e se ne andò a letto, rassicurato che la lotta con la salsiccia fosse ormai vinta e che non avrebbe rischiato di avere il sonno turbato da incubi. La sera dopo cenò, per sicurezza, con mezza porzione di pasta al burro e mezza porzione della fidata fettina ai ferri. Si sentiva comunque leggermente nervoso, nel mettersi in poltrona, e decise che aveva bisogno di qualcosa di più impegnativo del consueto giallo, qualcosa che lo distraesse dal levare in continuazione lo sguardo verso quell’angolo buio in fondo alla stanza. Facendo quindi eccezione ad una tradizione rispettata scrupolosamente da anni, si mise a fare un cruciverba. Il cruciverba era riservato al pomeriggio, dalle sei alle otto, e serviva ad occupare lo spazio fra il rientro dall’ufficio e l’ora di cena. Il signor Bonini non amava la televisione, che gli ricordava troppo sua moglie. La sua ex-moglie, che usava tenere il televisore ininterrottamente acceso, giorno e notte, che lei fosse o meno in casa. Diceva che le piaceva, quando rincasava, venire accolta dalla sensazione che vi fosse dell’animazione fra quelle quattro mura, e che sentire delle voci svegliandosi le tirava su il morale e l’aiutava ad affrontare un’altra giornata. La signora Bonini, la ex-signora Bonini, era una collega d’ufficio del ragioniere – lei stava allo sportello vaglia postali e lui a quello vicino, raccomandate. Per anni erano stati seduti otto ore al giorno ad un metro di distanza scambiandosi poco più che i saluti, qualche scarno commento sul tempaccio o sul traffico, e gli auguri a natale e capodanno. Poi, essendo stata sfrattata e avendo difficoltà a trovare un altro appartamento, alla signorina Forte era venuto in mente che sposare quel tranquillo collega poteva non solo risolvere il suo temporaneo problemino di alloggio ma anche evitarle di continuare a venir chiamata appunto con l’appellativo di “signorina” – termine che l’età ormai non più giovanile ed una evidente corpulenza le facevano suonare come poco dignitoso. E ancora, l’allora signorina Emma, da sempre dotata di un aspetto poco attraente e di un carattere poco invitante, aveva l’inconfessata voglia di provare cosa fosse nella realtà quel “sesso” di cui tanto era questione sullo schermo del suo televisore, compagno fedele di tutto il suo tempo libero e maestro di vita. Il collega Bonini non aveva certo l’aria della persona più adatta a sperimentazioni del genere, ma era pur sempre un uomo, che per di più poteva diventare un marito – ruolo nel quale il “sesso” aveva un’indiscutibile e ben riconosciuta collocazione. Il ragioniere stentò non poco a comprendere quale fosse il proposito che animava l’imprevedibile interesse nei suoi confronti da parte dell’impiegata dello sportello vaglia postali, anche perché, seguace saltuario e distratto della televisione, i segnali inviatigli dalla signorina Forte, che dal linguaggio di questa erano ispirati, gli riuscivano estremamente oscuri. Infine lei ebbe a spiegargli chiaramente a cosa tendeva: mossa che lo disorientò a tal punto da rendergli impossibile riuscire ad opporle un rifiuto. Alla opportunamente semplice ed alquanto imbarazzata cerimonia nuziale seguì la molto meno semplice e molto più imbarazzata cerimonia del “sesso”. Faccenda altrettanto inconsueta per lui, che verso le donne aveva sempre nutrito più diffidenza che attrazione, di quanto non lo fosse per la speranzosa controparte. Fu un fallimento completo, né qualche successiva sporadica replica diede miglior risultato, per cui tale aspetto del matrimonio venne ben presto definitivamente e senza rimpianti di comune accordo archiviato. Emma si impegnò con gran cura a cancellare totalmente dalla propria memoria le insoddisfacenti esperienze personali in materia, in modo da poter riprendere a godersi appieno quelle presentatele dallo schermo. Lui ritrovò quella serenità che il doversi lanciare in manovre bizzarre insieme ad un essere misterioso quale una donna aveva seriamente compromesso. Restava la convivenza. Che per il signor Bonini significò essenzialmente convivenza con il televisore. Una penosa convivenza, cui prese rapidamente a far da contr’altare la gravosità per la signora Emma di convivere con il vizio insospettato del marito: il russare. Il ragioniere, costretto dal fatto che la loro abitazione era sempre quello stesso monolocale in cui la sua esistenza solitaria aveva trovato ottimamente capienza, finiva regolarmente per addormentarsi dinanzi a quel televisore perennemente acceso cui la sua consorte invece dedicava un’attenzione instancabile. Ma, se così cessava infine il suo tormento, iniziava invece parallelamente quello della spettatrice, cui il sonoro russare disturbava al più alto grado l’ascolto – né gli sgradevoli vicini di casa consentivano senza vive proteste il sensibile incremento delle emissioni sonore del televisore che sarebbe stato indispensabile per sovrastare il ritmico suono molesto. Fu infine la signora Emma che, con non poco sollievo del ragioniere, decise di por termine alla vita in comune, grazie anche alla fortunata circostanza di un appartamentino liberatosi proprio a due passi dall’ufficio postale, di fitto modico e già dotato di antenna televisiva. «Metem... cosi. Comincia proprio con “metem”, poi restano tre spazi vuoti, e finisce con “cosi”. Ma cosa diavolo sarà, questa parola lunghissima che finisce in “cosi”? E la definizione è perfettamente inutile provare a rileggerla, perché non capisco proprio che accidente significhi. In verticale poi c’è la solita opera postuma di uno col nome illeggibile e l’immancabile simbolo dell’iridio – ma vedi se ti devono prendere in giro in questo modo!». Era nervoso Bonini, quella sera. Un po’, certo, perché l’imprevista decisione di fare un cruciverba fuori programma lo costringeva, avendo già esaurito quelli cui solitamente si dedicava, ad impegnarsi in uno di quelli difficili che di norma saltava senza degnarli nemmeno di un’occhiata, ma in parte anche perché la cena leggerissima non bastava a fugarne l’irragionevole timore di vedersi apparire un’altra volta l’ometto nudo della sera precedente. L’inconsueto commentare ad alta voce, d’altronde, serviva a riempire in qualche modo il vuoto della stanza, così come la lampada al soffitto “inavvertitamente” lasciata accesa. Il ragioniere stava già per lanciarsi in un altro monologo quando una specie di bisbiglio proprio dietro lo schienale della poltrona lo raggelò. Come se qualcuno volesse discretamente attirare la sua attenzione. Rimase immobile, la matita a mezz’aria, guardando fissamente la pagina. Silenzio. Cautamente posò la matita e si accese una sigaretta, facendo comunque ben attenzione a non volgere lo sguardo all’indietro. Riprese la matita e si rimise a fissare lo schema ampiamente scarabocchiato – usava spesso scrivere delle parole di cui non era perfettamente certo, se solo gli incroci gli fornivano qualche spunto, e quindi doveva poi correggerle quando ulteriori incroci gli mostravano che la parola giusta non poteva essere quella. Quella sorta di leggero “ps ps” tornò a farsi udire, proprio ad un passo dietro di lui. Questa volta istintivamente Bonini volse il capo, a destra poi a sinistra. Nulla. Si alzò e fece il giro della poltrona. Nessuno. Nessun ometto nudo. Ridacchiò, un po’ forzatamente. Andò a prendersi un bicchiere d’acqua e lo bevve d’un fiato. Poi tornò a mettersi in poltrona e ad armarsi di giornale e matita. Ma rimase immobile, lo sguardo fisso sulla parete in fondo e l’orecchio teso. «Psi, psi». La voce era più forte e più chiara, adesso. Sempre dalla stessa parte. Non era un richiamo, aveva invece un tono come stizzito. Bonini decise di far finta di non aver udito niente, e riprese a guardare a casaccio delle definizioni, tamburellando con la punta della matita sul foglio. «Psi, buon dio: metem, psi, cosi. Metempsicosi, suvvia». D’un balzo meccanico Bonini schizzò in piedi e si voltò verso la vocina stridula che aveva pronunciato quella sfilza di parole dal senso incomprensibile. Non aveva minimamente afferrato il significato dei suoni uditi, ma ne aveva perfettamente percepito il tono, fin troppo familiare, da capoufficio che ridicolizza la balordaggine di un suo subordinato. Di colpo era svanita ogni parvenza di soprannaturalità da ciò che gli stava accadendo, ed un realistico riflesso di autodifesa già gli faceva affluire alle labbra il consueto repertorio di giustificazioni buone per tutte le occasioni. Ma di fronte a lui, nell’angolo dietro la poltrona da dove senza dubbio proveniva la voce, non c’era anima viva. Il ragioniere ne restò a bocca aperta. «Non mi dirà che lei non sa cos’è la metempsicosi, caro signore». Sempre quell’intonazione condiscendente, da presa in giro facile. E sempre nessuno là dove avrebbe dovuto essere l’ometto pallido e panciuto. Perché Bonini era certo che quella fosse la voce dell’ometto della sera prima. Aveva proprio un’aria da capoufficio irrancidito, quell’ometto – trent’anni di esperienza all’ufficio postale, in una sede periferica e sgradevole dove non sbarcavano che funzionari il cui passato escludeva che potessero avere un futuro, avevano ben acuito il fiuto del ragionier Bonini. «Ma risponda, dica qualcosa, per dio. Ammetta di non saperlo, o s’inventi che se n’era dimenticato perché ormai di norma non si fa più o che pensava si trattasse di un termine dialettale poco elegante inadatto a figurare su un cruciverba, o qualunque altra scusa che io possa decentemente prendere per buona e così chiudere questa inutile conversazione!». Bonini, che cominciava ad averne abbastanza di esser trattato così da una voce che veniva dal nulla, stava per lasciarsi andare a rispondere che lui quella parola non l’aveva mai sentita in vita sua e che pensava di poter continuare a farne a meno per il resto dei suoi giorni, quando l’omino panciuto cominciò ad apparire là dove sorgeva la voce, dapprima come avvolto in una fitta nebbia poi chiaro e nitido. Nudo e bianchiccio anche adesso. «Ma parli, per dio, invece di star lì a guardarmi a bocca aperta!». Le labbra dell’ometto si erano mosse come se egli stesse pronunciando parole diverse da “ma parli per dio”, anche se l’espressione del suo volto era proprio quella di uno che sta dicendo “ma parli per dio”, e Bonini era sicuro di aver sentito proprio “ma parli per dio”. Il ragioniere restò per un attimo interdetto. «Allora è proprio lei, quello di ieri sera! Quindi non era la salsiccia!», esclamò infine, passando sopra a quella stranezza del movimento delle labbra, in fondo non la più cospicua di tutta la faccenda. «Guardi che io non la conosco affatto, caro signore, ed ancor meno so delle sue, presumo disgustose, storie di salsicce». «No, no, non s’offenda. Lei in verità con le mie salsicce non ha nulla a che fare. Era solo una mia riflessione...». «Ebbene, allora se ne torni alle sue riflessioni sulle salsicce, e non si occupi più di metempsicosi». «Dimentichi le mie salsicce, la prego, e mi dica invece cosa sarebbe questa sua metempsicosi, che mi sembra le interessi tanto», ribatté con appena un filo di sarcasmo il ragioniere, che cominciava ad averne abbastanza di quel tono da capoufficio in un omuncolo nudo e che faceva strani movimenti delle labbra quando parlava. «Ma innanzitutto, – aggiunse con un pizzico di cipiglio che il proprio precedente sarcasmo gli dava il coraggio di inalberare – mi dica lei chi è e da dove diavolo arriva così in casa mia». «In casa sua?». L’ometto parve trasalire, poi si volse dall’altra parte, verso la parete, e si mise a parlare animatamente. O meglio a fare come se stesse parlando, poiché Bonini adesso non lo sentiva, così com’era avvenuto la sera prima. L’invisibile interlocutore evidentemente rispose, perché l’omino panciuto sembrò stare un po’ ad ascoltare, quindi ribatté con apparente vivacità, sbuffando e facendo ampi gesti di diniego. Infine si voltò nuovamente verso Bonini, lo squadrò come dall’alto – benché non gli arrivasse nemmeno alla spalla, piccolo e minuto com’era, da sembrar quasi un pupazzo animato – e con una voce fredda, quasi di schifo, gli chiese: «Ma lei, sarebbe per caso ancora vivo?». «Come, ancora vivo? Certo che sono vivo!», rispose di slancio il ragionier Bonini. Poi, dopo una lunga pausa, aggiunse quasi sottovoce, con tono incerto: «Perché, lei... lei non è... vivo?». L’omino, l’espressione soddisfatta di chi finalmente ha sotto controllo la situazione, di chi ha capito come stanno le cose e lo ha capito per primo, riprese l’atteggiamento sprezzantemente ironico per chiedere: «Ma lei, caro signore, ha mai visto un fantasma vivo?». «Veramente...», cominciò titubante Bonini, poi ripensando al tono canzonatorio della domanda, continuò con aria di sfida: «Veramente, io di fantasmi non ne ho mai visti, né vivi né morti». «Non ne “aveva” mai visti, vorrà dire, prima di stasera. Poiché stasera ha incontrato me e il mio carissimo amico...», e pronunciò, indicando con la mano verso la parete, un nome che il ragioniere non arrivò a comprendere, notando però benissimo il sorrisetto di scherno con cui queste parole venivano pronunciate e traendone, affrettatamente ma con un certo sollievo, la conclusione che lo si stava prendendo in giro. «Non ho visto nessun suo amico, – disse, acido – da quella parte non c’è che il muro, il muro di casa mia. Nessun amico». L’ometto, sempre sorridendo con degnazione, si volse senza rispondergli verso la parete e pronunciò alcune inaudibili parole accompagnandole con un ampio gesto di invito. Bonini fece quasi un balzo all’indietro quando dal muro vide uscire una sorta di gigante, nudo anch’esso ma di pelle nera come carbone, con una candida chioma riccioluta e un largo naso schiacciato. Ormai era difficile continuare a pensare ad uno scherzo. Non sapendo cosa pensare, decise di non pensare nulla. «To’, un negro, adesso», mormorò, e aggiunse quasi suo malgrado: «Non pensavo che ci fossero fantasmi negri». Nessuno dei due parve sentirlo. «Allora, caro signore, adesso vede che c’è anche lui». Poi, cambiando intonazione e prendendo i modi di un maestro alle prese con uno scolaro particolarmente testone: «Il mio amico ed io, caro signore, siamo entrambi dei fantasmi. Siamo morti, insomma, se così la cosa le sembra più comprensibile». Il ragioniere, che alle storie di fantasmi non aveva mai prestato il minimo credito, che amava credere solo a quel che toccava con mano ed evitava di metter le mani dove non era proprio costretto a farlo, cercò di farsi una ragione di quel che gli stava capitando, ma la sola conclusione cui riuscì a giungere lo scosse al punto da lasciarlo di stucco. «Ma allora, – arrivò infine a dire con una strana voce fioca e rotta, che mentre parlava parve a lui stesso una voce “cadaverica” – allora, se io parlo con i morti vuol dire che sono un morto anch’io». «No, caro signore, se lei fosse stato un morto avrebbe visto e sentito il mio amico anche prima, senza che quel muro di cui parlava poc’anzi glielo impedisse. Noi morti non percepiamo più gli oggetti materiali, nel mondo in cui ci troviamo essi non esistono. Noi stessi non abbiamo più alcuna materialità: non ci vediamo né ci sentiamo né possiamo toccarci. L’uno dell’altro avvertiamo soltanto la presenza, o la prossimità, direi meglio una certa sintonia che ci consente di metterci in contatto. Per spiegarmi in maniera più comprensibile per lei, potrei forse parlare dell’esistenza di un “sesto senso”, come si usa dire fra i vivi. Anche lei, io la percepisco solo in questo modo, non la vedo né la sento, non so che aspetto lei abbia né che lingua parli. E lei, mi dica, lei si direbbe che possa vederci e sentirci. È così?». «Io vi vedo, sì, ma vedo lei piccolo piccolo come fosse un nano, e il suo amico enorme come un gigante. E sentirvi, ha ragione lei, in effetti non sento le vostre voci, è come se io mi immaginassi cosa dite». «Eh sì, caro signore, lei non è morto. O almeno non del tutto. Le spiego, non è un fenomeno poi cosi eccezionale. Lei è vivo, ma non proprio del tutto. C’è chi non passa d’un sol colpo dalla condizione di vivo a quella di morto, ma lo fa per gradi, chi comincia a morire mentre è tuttora vivo. Non così rari, sa, non sono poi così rari, questi casi. A me non era mai capitato finora di incontrarne personalmente, ma ne avevo sentito parlare da altri cui era successo. Situazioni molto divertenti, mi s’era detto». «Sarà divertente per lei, – lo interruppe acido Bonini – io non mi sto divertendo per niente. Anche perché, se lo lasci dire, lei è alquanto antipatico, con tutte quelle arie che si dà sol perché è morto». «No, no, si sbaglia. Guardi che io ero antipatico anche da vivo. Mi dicevano sempre, quelli che si potevano permettere di dirmelo, che mi davo tante arie. E quelli che potevano proprio permettersi tutto con me – e non erano nemmeno pochissimi – aggiungevano che non ne avevo assolutamente alcuna ragione, di darmi delle arie. Ma questa era pura malignità, me lo dicevano solo per offendermi, per umiliarmi, mossi dall’invidia, perché sapevano bene che se erano più forti, più potenti di me, lo dovevano soltanto alla fortuna e non all’essermi veramente superiori. Me lo lascia intendere anche lui, guardi, il mio amico qui, che mi trova piuttosto poco simpatico, anche se fra di noi non c’è alcun problema. Come potrà immaginare, fra di noi morti non possono esserci problemi. Stiamo sempre a discutere, noi due, e spesso accanitamente, ma senza alcun motivo o alcuno scopo. Noi non abbiamo più motivi né scopi. Abbiamo solo i nostri caratteri, e quando si incontrano i nostri caratteri reagiscono fra di loro più o meno come avrebbero fatto da vivi. Anche fra vivi, d’altronde, ci si comporta spesso in un determinato modo senza motivo o scopo alcuno». Il ragionier Bonini aveva qualche difficoltà a seguire le giravolte verbali dell’ometto, anche perché stava cercando piuttosto di capire cosa significasse quello stato in cui secondo quell’altro egli si sarebbe trovato, di via di mezzo fra l’esser vivo e l’esser morto. E rimaneva lì, come imbambolato, a ripetersi che lui era sicuro di non esser morto – “diamine, ci se ne accorgerà, di morire”, si diceva e ridiceva con puntiglio, aggrappandosi a quest’idea come ad un salvagente – e che quindi doveva essere vivo. Quanto al fatto di vedere quei due che pretendevano di essere dei fantasmi, ebbene doveva esserci una qualche spiegazione... magari una di quelle solite diavolerie elettroniche giapponesi, e alla fine avrebbe scoperto che era tutta una pubblicità per chissà che cosa. «Vede, caro signore, – continuava intanto imperterrito l’omino, che aveva ritrovato il suo odioso sorrisetto – lei evidentemente ogni tanto è così poco vivo da cominciare a far capolino in quello che pomposamente si usava chiamare il regno dei morti. Ovviamente lei resta clinicamente vivo, ma il suo spirito si potrebbe dire che talvolta se ne dimentichi e ritenga che lei sia già morto. E così passa dall’altra parte. Dove stavolta, per un puro ed alquanto improbabile caso, lei ha incontrato noi. Eh sì, non deve credere che nell’aldiquà si incontri gente ad ogni pie’ sospinto, perché anche se probabilmente siamo qui in tanti non c’è uno spazio che ci confini. Anche fra noi ci si incontra molto di rado, e rarissimamente in più di due. Né pare che qualcuno qui abbia un’idea di come avvengano questi incontri. Ho conosciuto gente morta da secoli, che non ci si raccapezzava molto più di quando era arrivata. L’unica cosa su cui c’è un’opinione piuttosto diffusa è che da qui poi ad un certo punto si sparisca». «Per dove?», interloquì improvvisamente Bonini, in cui quest’ultima affermazione aveva destato un barlume di interesse. «Metempsicosi, forse. – gli rispose ridacchiando l’omino – Com’era la definizione del suo cruciverba?». Il ragioniere rimase un attimo perplesso, a questa inattesa svolta che lo riportava bruscamente al punto di partenza, poi la definizione, che aveva letto e riletto cercando invano di comprenderla, gli tornò alla mente, illuminante. «Qualcosa sul tornare a vivere dopo morti!» esclamò trionfante, e una nuova speranza gli nasceva in fondo al cuore, ora che cominciava a sentirsi prossimo a raggiungere a sua volta il regno dei morti. «Proprio così, caro signore, quella bizzarra idea indù secondo cui la morte non sarebbe che una sorta di vacanza fra una vita e la successiva. Oh, che sia riposante non c’è dubbio, ma come tutte le vacanze piuttosto noiosa, no?», concluse rivolgendosi al suo taciturno compagno, che si limitò ad annuire sconsolatamente. «Ma si può pensare anche ad un’altra ipotesi, – riprese l’ometto, con tono saccente – intendo riferirmi a quell’altra, non meno bizzarra, idea del purgatorio, dove le anime dei morti sosterebbero in espiazione di peccati non sufficientemente gravi da meritar loro l’inferno. E questa nostra condizione attuale potrebbe ben essere una qualche condanna, non credi?», chiese nuovamente all’indirizzo del suo silenzioso compagno, che questa volta annuì con maggiore convinzione, lanciandogli un’occhiata penetrante. «Eh sì, circola qui anche il dubbio che l’elemento punitivo di questo nostro stato risieda non tanto nella noia di un’esistenza del tutto vuota, quanto nei pur sporadici contatti che abbiamo fra di noi. Questi incontri, di cui non siamo padroni di decidere né l’inizio né la fine, appaiono infatti a tutti non parentesi gradevoli in un vuoto che pesa ma piuttosto momenti decisamente fastidiosi, dai quali il ritorno ad un periodo di solitudine consente appena di riprendersi prima che si verifichi un nuovo contatto. È opinione comune, infatti, che a ciascuno di noi capiti di incontrare soltanto gente che gli sia altamente antipatica, gente che non può soffrire». Nel pronunciare quest’ultima frase, scandita seccamente, guardava con aria di sfida, sprezzante, il suo taciturno compagno. Ma questi si limitò ad alzare gli occhi al cielo. «Vede, caro signore, quello lì, con la sua aria di saggezza superiore, con quel suo atteggiamento col quale vuol significare che di parlare con me non vale nemmeno la pena, con il suo acconsentire come si fa con gli scemi, quello lì mi dà sui nervi da farmi a volte diventare idrofobo. Quasi quanto la donna che avevo incontrato prima di lui, che ad ogni cosa che dicevo rispondeva che non avevo capito nulla e che era meglio che me ne stessi zitto. E son sicuro che sia a lui che a quella donna la mia compagnia era altrettanto sgradevole che la loro a me. Questo trova che le mie ciance lo infastidiscono, quella che la mia stupidaggine la irritava». Il ragioniere poteva notare sul viso del gigante nero un sorrisetto di annoiata sopportazione, che divenne una vera smorfia di fastidio quando riprese imperterrito a parlare. «Peraltro, guardi che non basta questo a dar la certezza che i nostri incontri siano da qualcuno scelti appositamente quale punizione. E le spiego perché potrebbe non essere così. Qui, come le ho detto prima, siamo immersi nel nulla, non ci serve nulla, e nulla esiste che possa modificare il nostro stato. Quindi anche il nostro prossimo non può esserci di alcuna utilità. E allora è forse strano che non ci sia simpatico, che i suoi difetti ci siano insopportabili, se non v’è nessun utile che da essi possiamo trarre, e i suoi pregi a noi altrettanto inutili ci lascino perfettamente indifferenti se non ci infastidiscano addirittura?». «Comunque, – riuscì ad interloquire, approfittando della pausa, Bonini, che del discorso dell’ometto aveva già da un pezzo perso il filo – non è una cosa di cui aver gran paura, questa morte, mi sembra di capire». «Ma no, certo no, e particolarmente per uno come lei, che ha già cominciato a morire, e non se ne è nemmeno accorto. Le ripeto, questo nostro stato attuale è soprattutto noioso, ma presumo che la sua personale condizione, da vivo, non debba esserlo molto meno, al punto che lei già tende a sconfinare da questa parte. Sappia che non è detto che questa sia la sua prima puntata di qua, perché qui come le dicevo prima è anche per noi l’eccezione incontrare qualcuno. Di solito attorno a noi c’è il vuoto più totale, ed in tal caso lei non si renderebbe nemmeno conto di esser passato da questa parte, se dall’altra la situazione era già analoga. Lei deve sapere poi che, contrariamente a quanto si tende a supporre nel mondo dei viventi...». La frase si perse in un mormorio indistinto, mentre una sorta di nebbia inghiottiva rapidamente i due fantasmi. In un attimo la stanza fu vuota di ogni presenza al di fuori di quella consueta del ragionier Bonini. Questi si ritrovò in piedi di fronte al muro, il giornale di cruciverba in una mano e la matita nell’altra. Si guardò lentamente tutt’attorno. Tutto era come sempre, immoto e silente. Bonini allora tornò a sedersi lentamente sulla sua poltrona, lo sguardo perduto nel vuoto. Poi allungò una mano sul tavolino a prendere una sigaretta, e l’accese. Abbassò lo sguardo sul cruciverba, e scuotendo la testa scrisse “psi” fra “metem” e “cosi”. |
|
|
|
|