Noir Story



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Hanno scritto 

“Una persona civile”

La stazione centrale di Milano. Una nottata vissuta da barbone, con sguardo acuto e sensi curiosi, pronti a cogliere discordi elementi di vita come i pulitori del treno di lusso e la “baldracca”. Calato in quella veste provvisoria il personaggio di G.C. coglie le sensazioni di chi così vive con lo stupore di dover riconoscere anche in se stesso adattamenti impensabili: l’abitudine permette un’accettazione che esclude dai sensi anche il lezzo della sporcizia.
Come si può giudicare la qualità della vita?
Una socialità costruita su valori di agi e apparenze determina oggi il modo di intenderne le qualità, e l’abitudine permette di accettare il proprio ruolo spesso con apatia e rassegnazione, concependo come sicurezza la stabilità. Eppure, si introduce il pensiero dello scrittore, Eraclito diceva che solo gli stolti preferiscono il certo per l’incerto: è l’inquietudine di una domanda sempre aperta che lo rende uomo libero. Libertà di essere che solo l’artista sembra possedere oggi.
Il pesonaggio di Chierchia vive un momento di disagio provvisorio (è in attesa di un lavoro che lo collocherà di nuovo fra amici “normali”), in lui la parte “civile” è ancora forte e lo dimostra nel rifiutare l’elemosina (mentre ha ancora qualche soldo in tasca) al vecchio che la chiede (elemosina che invece concede la giovane araba seduta accanto a lui), e, prima di lasciare la sala della stazione, nel residuo pudore con cui decide di mantenere il riserbo sulle proprie intime necessità.
Luciana Ricci Aliotta (http://www.con-fine.com)


“Tecniche di separazione”

Sette paia di scarpe ho consumate
di tutto ferro per te ritrovare...

Una passeggiata solitaria, mi correggo: un viaggio lungo qualche ora o una vita, da una profonda crisi identitaria a un impossibile ritorno.
Il racconto di un viaggio entro la propria città quasi senza vicende palpabili, ma con sottili variazioni che dall’animo del protagonista si riflettono sulla via percorsa e viceversa.
Già all’inizio il protagonista dichiara la propria disfatta con un volontario rifiuto ad ogni socialità per trovare se stesso nella solitudine.
Che la sua vita fosse prima conformemente sociale, legata agli altri, lo comprendiamo proprio dai suoi rifiuti: agli amici, alla festa che pure ha seguito dal balcone dei suoi; dal senso di colpa per non essersi fatto il segno della croce al passaggio della Madonna del Carmine in processione.
Ora, nella notte che segue, chiuso in una amara solitudine come un guscio vuoto tra i residui e gli scarti della festa, spenta la vitalità del paese (efficace l’immagine degli autoscontri fermi sulle piste come scarafaggi morti), vaga con le sue scarpe rotte (metafora che ne indica il consumo per un cammino ben più lungo di una notte) per un andare che vorrebbe rinnegare strade già percorse.
Ma nel silenzio irreale della città, il ricordo del risveglio rumoroso del mattino lo scuote e risveglia una certa nostalgia (le voci dei bambini, le porte sbattute, una imprecazione che ti fa compagnia... le case ammassate che paiono tenersi per mano in un girotondo). Compare un verbo, “affezionarti”, che esclude la freddezza: dietro fa capolino l’amore per la città che in fondo è la vita.
La umanità del viandante, la sua commozione non è morta, ma forse per questo il cammino è così doloroso.
Ed ecco che incontra lo spazzino e sforza un cenno di saluto, e così saluta l’edicolante, perché simili a lui in quella notte di smarrimento, o perché sta ritrovando un po’ di solidarietà umana?
Punta i piedi sulla strada, un passo sempre più veloce per arrivare, in gara con se stesso per non essere quello di ieri, aderisce alla via quasi identificandosi con lei, lumaca che striscia sbavando su un percorso sempre più duro...
Ed è al cortile di casa sua, al muro traguardo immaginario del suo ritorno e forse barriera invalicabile che da tanti anni ha sperato di ritrovare. Ma ritrovare come? Quello che si perde della propria vita non sarà mai più uguale a se stesso proprio perché per noi sarà sempre diverso dal nostro ricordo.
Luciana Ricci Aliotta (http://www.con-fine.com)


“Come due gemelli siamesi alla nascita indivisi”

Linguaggio sintetico volutamente affastellato da una sintassi tutta reinventata per corrispondere visivamente alla vivacità caotica di una esperienza in cui azione emozione stimolazione di sensi si fondono in una accelerazione emotiva senza tempo lineare.
Un quadro sapido e aggressivo.
Luciana Ricci Aliotta (http://www.con-fine.com)


“In Limbo”

È una favoletta morale questo “In Limbo [...]” l’ennesimo racconto del 33enne scrittore gragnanese Gennaro Chierchia, che ci porta in una storia solo apparentemente paradossale, con un finale da resurrezione laica. Manuele Arca è un uomo che fa la guardia giurata, un lavoro che non gli piace. Ora è anche tormentato e triste perché la sua ragazza, Angela, differente da lui in ogni suo aspetto di vita – lui quadrato fino al midollo; lei in cerca di parole nei libri che le indichino la strada nella vita – sparisce e si mette a fare la pornostar in un programma a pagamento. Manuele nel suo universo sentimentale (?) può contare solo sul suo capo Bastiano e su un amico che spaccia e si droga, vede gli alieni e vive in una casa al buio piena di candele bruciate. Il primo gli concede una settimana di ferie per ritrovare Angela, che da un sms scopre essere prigioniera di un produttore hard: Artemio. Il secondo gli presenta Gioele un sensitivo stregonesco, con cui formano un trio irresistibile sulle tracce della ragazza. In questi frangenti fatti di pedinamenti, crapule alimentari e dialoghi surreali Manuele impara che “la realtà delle cose è molto più raccapricciante” ed a “credere a qualunque cosa fino a prova contraria”. Ma soprattutto capisce che “la vita è piena di falle. Non ci spieghiamo tante cose eppure facciamo finta di niente perché se ci soffermassimo a trovare una risposta a tutto quello che non ci è chiaro non ci rimarrebbe più tempo per vivere”. Ritroverà Manuele la sua amata? , e che fine faranno i suoi amici bukowskiani? Lasciamo il busillis ai lettori. Anticipiamo solo che Manuele troverà il suo senso della vita quando capirà che “alla fine mi rispondo che sono uno fra tanti, che valgo quanto gli altri e che faccio quello che posso. È crudele: devo vivere la vita anche se non mi piace o mi piace a tratti o non mi piace per niente”. Di certo resta la lingua di Chierchia che è leggera, sfottente e triste allo stesso tempo, piena di stroncature per tutti quei linguaggi in corso privi di senso che ci avvelenano la realtà verbale quotidiana. Ma quando le persone capiscono che il dolore e la finitezza vanno affrontati, le vite non vanno avanti sospese, le colpe si annullano e vince la vita. Una vita un po’ pezzottata, ma piena.
Vincenzo Aiello (http://blog.libero.it/VincenzoAiello)

Mi piace molto la tua scrittura “pulita e precisa” cosa che credo stia diventando sempre più rara.
Gino Fienga

Direi che la storia, nonostante molte fantasie, è tristemente reale. Descrive bene secondo me il 90% dell’attuale generazione di “bambini” 25-35-enni. Ci sono rimasti pochi valori “veri” in questo mondo, o meglio, i valori ci sono sempre, ma nella mente della gente sono stati sostituiti dagli altri “pseudo-”. Molti appunto non riescono a comprendere che proprio la vita stessa sia il maggior bene che ci è stato dato e la “bruciano”. [...] I cambiamenti ci saranno sempre, bisogna essere attenti ai “sintomi” di cambiamento e correggere il nostro comportamento di conseguenza. Prevedere ed eventualmente prevenire qualcosa è più semplice rispetto a cercare di correggere gli errori, riparare l’irreparabile o rincorrere qualcosa che oramai è sfuggito. D’altra parte non sarebbe male essere meno egoisti e più sensibili alle esigenze degli altri, non solo di se stessi. Dovremmo cercare sempre prima di “dare” e poi di “pretendere” e “ricevere”. Il protagonista purtroppo ha capito troppo tardi questo (se ha capito). Comunque il libro mi è piaciuto. Grazie.
Vladimir Sirenko (http://www.con-fine.com)

Ti faccio i miei complimenti per il tuo romanzo In Limbo. Ho appena finito di leggerlo, e l’ho trovato davvero interessante. Soprattutto l’incipit che ho trovato davvero esplosivo.
Sergio Saggese

Ho letto il tuo ultimo romanzo In Limbo. Complimenti, è una storia appassionante. Spero che noi lettori avremo ancora la fortuna di leggere di Manuele Arca.
Michele Nicolosi

In Limbo mi ha sorpreso fin dalle prime pagine sia per il modo di scrivere dell’autore che è come piace a me asciutto e ironico sia per i temi trattati, assolutamente attuali. Il protagonista cerca disperatamente la donna che ama servendosi dell’aiuto del suo migliore amico (un ragazzo spacciatore e drogato che vive in un appartamento in perenne penombra) e di un sensitivo che sembra avere realmente poteri paranormali. Lui scettico e disincantato difende il suo amore contro tutto e tutti e a discapito della sua salvezza. È un libro che tocca principalmente la mancanza di valori cronica della società moderna e ne descrive lo squallore con estrema lucidità e con sottile sarcasmo.
Nadia Lazzarini (https://zazie.it)

Manuele Arca, il protagonista di questo romanzo, di professione fa la guardia giurata, lavoro noioso quanto la vita che fa, per questo la sua bellissima fidanzata, Angela, decide di piantarlo. Manuele come tutti i cuori infranti non ci sta. Crede, come al solito, che Angela abbia preso una decisione sbagliata, la cerca ma non la trova e lo sconforto diventa disperazione quando scopre, guardando la TV, che la sua ex è diventata una stelletta dell’hard di quelle che la notte si muovono, come capitoni impazziti, “coperte” da tanga e reggiseni microscopici su divani rosso fuoco vogliose di un pollo da spennare con la complicità dei gestori telefonici. Manuele rimane basito, sembra quasi pronto ad entrare nel ruolo dell’attore americano George C. Scott in “Hardcore”, il padre che scopre la figlia minorenne Kristen attrice in un film porno e a calci e pugni raddrizza la tragedia, ma quella di Manuele non è una tragedia hollywoodiana, quindi si rimbocca le maniche e parte, ma per dove?
È qui che gli viene in aiuto il suo miglior amico, un tossico che a sua volta conosce Gioele, uno stregone (o è un ciarlatano?) che vive in una roulotte come uno zingaro e, come il rabdomante per l’acqua, lui ha un sesto senso per scovare le persone scomparse!
In compagnia di questi due deficienti, pardon, amici, Manuele comincia un’avventura bukowskiana che lo porterà fino ad Artemio, produttore di film hard, che sembra tener prigioniera la bella Angela [...]
Luigi De Rosa (http://indicelibreriapianodisorrento.blogspot.it)

La mia a proposito di In Limbo, affinché vi venga la voglia di leggerlo: il protagonista, Manuele Arca, è un uomo pregno di tristezza che, per ripiego avendo fallito all’università, ha finito col fare la guardia giurata ugualmente a come un pachiderma depresso potrebbe mettersi a fare il ballerino. Arca ha un’insoddisfazione incallita dentro, proveniente da una situazione precaria non solo personale, ma universale, ed è tristemente frustrato, sebbene di una malinconia squisitamente amletica. Ancor più di lui è frustrata la sua ragazza, Angela, che lo molla, a un certo punto, per mettersi a fare la pornostar. Manuele riceve un suo sms, dal quale apprende che è stata rapita ed è tenuta prigioniera dal produttore hard suo nuovo compagno. Per questo chiede subito le ferie per mettersi a cercarla, come si vedesse costretto a venir fuori dal lavoro e dal quotidiano, vissuti per lui come una sorta di limbo da cui finalmente uscire adesso, per ricercare amore e amata. Il datore di lavoro gli concede una manciata di ferie a cronometro. È un uomo pratico, almeno apparentemente. Malgrado i toni burberi, assume nei suoi confronti degli atteggiamenti quasi paterni, sebbene cinici, e pare depositario di una singolare saggezza cauta e disincantata che urge a volte di trasmettergli, ma Arca poco raccoglie. Aiutato da un amico tossicodipendente visionario e un sensitivo, Manuele Arca si mette sulle tracce di Angela e la storia assume così i toni di un giallo, ma atipico, dove tutto sembra alla fine venir fuori tranne la soluzione del caso, perché ha un senso, in fondo, a questo mondo, per tutti quanti, soltanto la dissennatezza. La ricerca di Angela finisce col diventare per i tre “squilibrati” motivo di ricerca interiore. Perché anche questa, come tutte le storie, prende per uno svolgimento sia esterno che intimo, per mezzo dei quali assume alfine un dicotomico significato. Il protagonista fa Arca di cognome, il suo capo si chiama Bastiano, il sensitivo Gioele. Nella giostra dei nomi e dei cognomi c’è un che di biblicamente blasfemo, oltre che surreale. Con un’Arca fu fatto un viaggio di salvezza universale dopo un diluvio, ed Arca è il cognome (non a caso immagino) di Manuele, il protagonista che, dopo il diluvio intimo dell’abbandono, compie un viaggio una volta caricatisi dentro tutti i possibili valori e i sentimenti e i dilemmi umani salvabili. Un romanzo doloroso e profondo, scritto con uno stile asciutto e una “crudezza dolce” di linguaggio di cui soltanto la vera poesia è capace. Un autore da seguire, il caro Chierchia, secondo me, di una piacevole scrittura a ritmo serratamente cinematografico, sempre sopra le righe, che ti costringe ad alzarti sulle punte fino a farti scorgere l’Oltre. Uno scrittore che ti fa comprendere che forse soltanto le situazioni umane instabili sono, in fondo, generatrici di vera evoluzione.
Sergio Saggese (http://www.con-fine.com)

“In Limbo” [...] possiamo definirlo un romanzo di formazione, dato che i suoi personaggi hanno delle evoluzioni positive o negative quali siano, ma presenta delle caratteristiche riconducibili a più generi letterari, l’inserimento nella vicenda degli alieni, sembra toccare un romanzo fantasy.
Maria Vittoria Stella (http://www.reportweb.tv)

Gragnano (NA). Venerdì 26 aprile presso il Circolo Anziani di Gragnano si è tenuta la presentazione del libro “In Limbo” di Gennaro Chierchia edito da Con-fine edizioni. Davanti ad un pubblico di giovani attenti e numerosi, l’autore, incalzato dalle domande delle relatrici: Rita Sorrentino, Carolina Del Prete e Simona Orazzo, ha avuto modo di illustrare le avventure del suo protagonista Manuele Arca, personaggio che ricorda quelli che abbiamo imparato ad amare in “Trainspotting” di Irvine Welsh, invischiato in situazioni fra il grottesco e il surreale, penso alla cinematografia dei fratelli Coen. Un romanzo giovanile e divertente.
Luigi De Rosa (http://www.facebook.com)

Caro Gennaro, è stato davvero un piacere poter leggere “In Limbo”, mi ha fatto l’effetto di un pugno in pieno petto, perché la vita non è fatta solo di parole e frasi più o meno logiche, né esclusivamente di azioni (che nella maggior parte delle volte sono dettate dall’istinto), ma soprattutto di sensazioni. Mentre leggevo “In Limbo” non potevo fare a meno di pensare ad un altro racconto surreale, “Amrita” di Banana Yoshimoto, dove l’unica chiave di lettura è il lettore. Un libro pieno di sorprese con un inizio più che audace, in cui nulla è scontato come nella vita, dove le persone che sembrano fuori di testa risultano le più vere, che ti lascia interrogativi dai quali elaborare risposte... che non si affida al destino perché quello si può sempre cambiare, dove la gente non ordisce machiavelliche macchinazioni alle spalle altrui, poiché esiste un’entità più forte, a cui l’essere umano non può sfuggire, perché ha troppe opzioni che lo regolano ed è il Caso che può essere l’anagramma di caos... come dice il protagonista: «Credere a qualunque cosa fino a prova contraria».
Laura Cordone (http://www.con-fine.com)


“Campania ferox”

“Campania ferox”, curata da Gennaro Chierchia, ambienta [...] alcune delle sue storie [...] tra le strade ed i vicoli sorrentini, creando una Sorrento “underground” sicuramente da leggere.
Emanuela Rajola («Roma»)

La Campania da “felix” è diventata “ferox” come ebbe a dire Don Luigi Ciotti a Casal di Principe in una ricordo di Don Peppino Diana nel marzo 2009. Ora Gennaro Chierchia, giovane scrittore, ha intitolato “Campania ferox” [...], una raccolta di racconti di autori giovani e meno giovani, tutti campani. “È stata un’esperienza molto interessante e anche divertente - dice Chierchia - perché mi piace scovare nuovi talenti narrativi”.
Vincenzo Aiello («Il Mattino»)


“Speed. Soluzioni a breve termine”

Racconti brevi, sequenze che cambiano rapidamente l’una dopo l’altra; immagini, flash, costanti colpi di scena. Gennaro Chierchia sfrutta questi espedienti per proporre una raccolta di racconti che oscillano tra reale e fantastico. Non manca una fantomatica CRSN (Centro Recupero Spazzatura Napoletana) in una Napoli post eruzione del Vesuvio del 2040, omicidi a sangue freddo, assassini scheletrici che tornano nel proprio dantesco girone dopo una “vacanza” nel mondo dei vivi. Tematiche forti, violenze, orgie, droghe, legate a un meccanismo di narrazione vagamente onirico e surreale.
Le “soluzioni a breve termine” dei personaggi che si alternano all’interno di questa raccolta sono soltanto pretesti di situazioni più grandi di loro. Le scene sono descritte davvero con cura, pur essendo composte da frasi brevi, a volte fin troppo schiette e dirette. I toni accesi dei racconti più propriamente surreali, come “Una cornice storta”, o “La Terra dei Porci”, sono investiti da un umorismo pirandelliano: fanno sorridere, pur lasciando un sorriso triste dietro di loro. Evasione dalla realtà e soprattutto tanta paranoia e condizionamento sociale sono tematiche che vengono affrontate con questo tipo di umorismo, e senza mai scadere nel banale.
Le problematiche reali che si ritrovano a fronteggiare vengono risolte con soluzioni dalla brevissima durata, quasi sempre con un triste epilogo che ci farà uscire un sorriso amaro in bocca, e che non ci farà più capire da che parte leggere o guardare.
Interessante l’appendice, con il fumetto “Mani”, di sole quattro pagine, nato da un testo dell’autore stesso e dai disegni di Mario Natangelo e Stefano Donatiello; le mani sono essenziali per un disegnatore, o per uno scrittore, e per chiunque. E se queste sparissero, improvvisamente? La scelta di gettarsi dalla finestra è plausibile? O era un’allucinazione?
Flavio Quintilli (http://pub.librazioni.org)

Mentre gli scrittori cinquantenni tentano il grande romanzo rimescolando testi letti, ma senza empiti di realtà, i nuovi autori trentenni ci riportano realtà grottesche, che non facciamo fatica a vedere come più reali della realtà. È il caso di Gennaro Chierchia e del suo «Speed, soluzioni a breve termine» [...], una raccolta di racconti che potrebbe sembrare frutto di una fantasia malata, ma che è solo un tuffo nell’infinito mood contemporaneo. «To speed», in inglese, vuole dire «andare veloce», ma anche «accelerare» e di molti tipi umani «accelerati» dicono questi racconti, con soluzioni parziali di morte. [...] L’impressione è che nelle realtà di Chierchia si sia smarrito un senso minimo di umanità. Il tempo è solo qualcosa da temere e da riempire in qualche modo [...]. Anche il crimine è vissuto come un gioco [...].
Vincenzo Aiello («Il Mattino»)


“Ester”, “Supermarket”, “Ubiquità”

Gennaro Chierchia riporta su carta un monito sentimental modernista che esplica difficoltà nel rapporto a due, che rivela claustrofobia da non luoghi e un certo qual sano orrore per l’odierna fabbrica di miti catodici.
Alessandro Seri


“Tierra Caliente”

[...] il classico da “scuola dei duri” di Stefano Zucchi, uno stile in qualche modo accolto anche da Domenico Cosentino, da Gennaro Chierchia e da Sergio Paoli.
Elena Aguzzi (www.quartopotere.com)

È un racconto molto ben fatto. Ci sembra un lavoro piuttosto tecnico, stando a quello che il Chierchia ci ha detto sui racconti che hanno per protagonisti assassini di professione. La storia è intrigante al punto giusto, per quanto semplice e i personaggi sono tutti molto credibili, la ragazza soprattutto.
Homo Scrivens


“Lavoro in corso”

In piena crisi economica da ricaduta sull’economia reale della crisi dei mutui subprimes statunitensi forse quest’ultima raccolta di racconti di autori napoletani – “Lavoro in corso […]” – potrà risultare indigesta a molti, visto che il curatore Gennaro Chierchia pensa con Primo Levi che “l’amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Ma almeno la silloge narrativa mette insieme tante realtà lavorative e non, che possono con la loro varietà aiutare anche i meno fortunati. […] “Intro” dello stesso Chierchia è la cronaca ritmata in un inglese solo gridato dell’inizio di una giornata lavorativa di un meridionale in una città del Nord, la cui routine svilisce pensiero ed azione e dove conta solo la prima persona del verbo lavorare.
Vincenzo Aiello (http://blog.libero.it/VincenzoAiello)

Sulla scia della letteratura “precaria” (capofila “Mosca + balena” di Valeria Parrella) 23 racconti dolci-amari a cura di Gennaro Chierchia, autore di “Filming Carmelo”, disegnano i volti di un Sud dove il lavoro è poco e costa caro. Tra profili ultra-specializzati e bisogno di autonomia, i personaggi sfigati dei racconti delineano il disagio del lavoro a trent’anni, con toni ora realistici ora comici e grotteschi. Perché l’alternativa, lo suggerisce Chierchia nell’introduzione, è la scelta di una “città estranea” e fredda ove muoversi tra “integrazione e demolizione”.
Lucilla Fuiano («La Repubblica - Napoli»)

Una nuova raccolta di autori napoletani, “Lavoro in corso” [...], curata da Gennaro Chierchia, mette insieme tante realtà lavorative diverse in tempo di crisi.
Vincenzo Aiello («Il Mattino»)

Un’antologia di 23 racconti, che affronta l’argomento del lavoro in tutte le sue sfaccettature e in tutti i toni, scanditi quasi da “tempi” musicali: dall’“allegro” degli scritti umoristici in apertura, all’andante dei testi successivi, fino al “grave” dei racconti più seri. [...] Il lettore non si annoia mai; a volte sorride, a volte si commuove; e serba dentro di sé la sensazione che, la prossima volta che guarderà un insegnante, un impiegato, un operaio, un bancario... sarà con occhi diversi.
Chiara (http://www.chiarasangels.net)

Questo libro [...] ha un valore euristico, epistemico e gnoseologico, tre paroloni che stanno ad indicare ricerca e conoscenza. Insomma, se vogliamo sapere ed avere esperienza dell’attuale mondo del lavoro, è meglio di molti astrusi scritti sociologici o pseudo-tali.
Giuseppe Della Monica


“Dentro lo scarico”

I primi due (“Dentro lo scarico”, “Romanzo criminale 2007”, ndr) [...] sono a mio avviso i più riusciti, sia per l’originalità della storia, che per come è stata realizzata. Entrambi, poi, per quanto le trame siano del tutto differenti, sono imperniati sul problema della pazzia, nella fattispecie quella criminale; più ossessivo e anche assillante è il racconto di Ducceschi, mentre più leggero, a tratti ironico, mi è sembrato quello di Chierchia.
Renzo Montagnoli (http://www.internetbookshop.it)

L’autore ha divertito il lettore e chiuso il mistero con un’idea legata all’amore per la lettura.
Motivazione della giuria della prima edizione del Premio OperaNarrativa (Andrea Franco, Luca Di Gialleonardo - presidenti - Alessio Valsecchi, Lina Aielli, Giuliana Dea, Vincenzo Barone Lumaga, Fabio Musati).


“Curre!”

È un componimento dal ritmo serrato, che ben rappresenta la concitazione che caratterizza la vita della città (di Napoli, ndr), che non ammette rallentamenti, dove tutti corrono ma quasi nessuno sa dove vuole andare.
Giancarlo Marino


“Bourbon”

Non mancano i ragazzi per male: in “Bourbon” si racconta di un’aggressione vigliacca a un senzatetto.
dal sito http://www.leggendoscrivendo.it

In questa dedica all’antologia SCOOTER … con le ali ai piedi […] si dispiega un universo intero che, in questo caso, attinge dal mondo giovanile che si palesa nella sua molteplicità e complessità. […] GENNARO CHIERCHIA e il barbone Federico vittima di giovani scellerati.
Ida Di Ianni

Ogni racconto è una tappa di questo giro in scooter controvento – e talvolta anche contromano –, scritto in un linguaggio ed in uno stile fortemente realistici ed icastici, spesso arricchiti da volgarismi e dialettismi tipici della società giovanile. […] GENNARO CHIERCHIA, di cui ricordiamo il divertente romanzo “Filming Carmelo”, anch’esso pubblicato dalla ALBUSEdizioni, ci narra della terribile violenza subita dal barbone Federico, vittima di giovani scellerati.
Francesca Toglia


“Lettera mai spedita”

Tutte le lettere […] sono accomunate da un unico denominatore: l’amore e i sentimenti che caratterizzano l’animo umano. Sentimenti che spesso non si riesce a manifestare a voce, ma che riescono a mostrarsi nel loro splendore soltanto con la scrittura. Questo, infatti, è quello che accade ad uno degli autori delle lettere che formano il corpus del libro, scritta da Gennaro Cerchia (Chierchia, ndr). Il suo lavoro si intitola proprio “Lettera mai spedita” e testimonia la difficoltà che si riscontra nell’esprimere i propri sentimenti. «Questa lettera è per te, che mi vuoi solo come amico. Ma io amico tuo non ci voglio essere. Io voglio essere di più per te; io voglio amarti».
Paola Floriana Riso (http://www.bottegascriptamanent.it)

Bella e toccante la “Lettera mai spedita”, di quelle storie semplici, che possono toccare tutti e come tali non sono sempre semplici da scrivere, perché ci provano a riscriverle per sé tanti ogni giorno. È una storia palpitante che diventa reale, con quelli stati d’animo adolescenziali in cui tutti si ritrovano sempre, ma il tono è alla giusta distanza dalla storia, non c’è la fobia di chi è intrappolato dalle spire dell’amore che impediscono discernimento, ma allo stesso tempo è vicino a tutti gli animi e li spennella delicatamente, la delicatezza arriva a lui e a lei. La delicatezza continua a sorprenderci per un autore che sa affondare la penna quando vuole per far sanguinare le pagine con contraccolpi scioccanti. Belli i paragoni e la loro ripetizione che si richiamano in punti diversi del racconto, si susseguono introducendo elementi esterni, ampliando le immagini: “nonostante ti desiderassi come il caffé del mattino”, “nonostante non mi amassi più di quanto amavi i pesciolini rossi nelle bocce di vetro”. Una storia viva e ben scritta.
Homo Scrivens


“Filming Carmelo. Una vita senza copione”

[...] divertente romanzo in cui si racconta di un disperato metropolitano che arrotonda spacciando marijuana. L’aver girato uno spot pubblicitario lo autorizza a sentirsi attore e nonostante i fallimenti in tutti i campi – anche il furto e il ricatto – alla fine... Linguaggio e mentalità tipici dei nostri tempi, situazioni irresistibili soprattutto nella prima parte.
Rossella Martina («Il Giorno»)

Il libro si fa apprezzare per la validità dell’idea ispiratrice: la storia di un giovane che affronta il senso di vuoto e racconta la fatica di seguire, tra le rapide delle emozioni, una strada che non risponde ad un progetto determinato. Un soggetto quantomai attuale, insomma, che Chierchia affronta con ironia e sviluppa attraverso una trama bene articolata.
Ciò che più colpisce, e che merita grande attenzione, è la cura della scrittura: il linguaggio e lo stile non sono mai improvvisati e le descrizioni, dei luoghi come delle persone, contribuiscono a costruire immagini assai vivide. Lo stesso lessico scelto per caratterizzare i singoli protagonisti costituisce un elemento di assoluto valore.
“Filming Carmelo” è una storia che non pretende di porre astrusi quesiti esistenziali, dove le riflessioni fanno capolino tra le righe, lasciando alla discrezionalità del lettore un eventuale loro approfondimento: non ancora un’opera compiutamente matura, dunque, ma una lettura piacevole e divertente, il lavoro di un giovane che affronta con bravura la difficile sfida del romanzo.
Claudia Pacciolla («Inchiostro»)

Scene tragicomiche, arricchite da citazioni cinematografiche si susseguono rapidamente conducendo il lettore dallo squallido appartamento di Carmelo alle avventure americane. Il tutto descritto con uno stile ironico e istintivo che non ha nulla da invidiare ai narratori italiani di ultima generazione.
Lucilla Fuiano («la Repubblica - Napoli»)

Un esordio meritevole di attenzione per l’ironia con cui questo giovane esordiente volge quasi in parodia l’abusata love-story fra un “lui” squattrinato e fannullone e una “lei” bellissima e irraggiungibile. Non a caso, il protagonista è una comparsa con uno stuolo di balordi al seguito: Olmo, lo stuntman che non sa nuotare, Lotar, un improbabile talent-scout, Teo, il compagno di bevute. Tipi così si vedono solo al cinema, magari alle prese con B-movies dai titoli improbabili come “I fantastici licantropi alla conquista della terra” oppure vittime di situazioni paradossali (lo stupro subito da Carmelo ad opera di una ninfomane). Come in un affettuoso omaggio al “Grande Lebowsky” dei Coen, i personaggi sono perennemente “fatti”, solidali eppure pronti a fregarsi a vicenda, predestinati a smentire quegli illusi che pretenderebbero di organizzare loro la vita, destinata a svolgersi senza un copione prestabilito, affidandosi all’estro del momento o all’intervento benevolo del caso.
Monica Florio («Avanti!»)

Carmelo è un burbero, un disonesto, un disincantato, un uomo tutt’altro che integro, che vive improvvisando (da qui senza copione) e fa della necessità di sopravvivenza l’unico valore possibile, un personaggio negativo riabilitato e riscattato attraverso il suo grande amore per la giovane studentessa che lo arricchisce di una dolcezza inaudita, inaspettata, tirando fuori il lato più vero e più umano di lui, quello più commovente, quello in cui ciascuno di noi può riconoscersi al di là delle differenze caratteriali, sessuali e sociali: ricco-povero, buono-cattivo, leale-sleale, uomo-donna.
Il romanzo ha una prosa fresca, scorrevole, intensa, un ritmo incalzante, la scrittura è una scrittura quasi cinematografica, un romanzo-sceneggiatura che mette in risalto la grande abilità che Chierchia ha di evocare immagini. La sua passione per il cinema emerge dalle frequentissime citazioni di film più o meno famosi, o alle volte addirittura inventati di sana pianta. Come spiega l’autore, la gestazione dell’opera è stata molto lunga ma, il fortissimo desiderio di mettersi in gioco e di vincere una sfida con se stesso, hanno condotto questo giovane e promettente ragazzo fino all’ultima parola del suo libro. Alla domanda cosa c’è di te nel protagonista di “Filming Carmelo”, Chierchia risponde con disarmante spontaneità: Carmelo insegue un sogno, io anche, e poi nella vita a chi non è capitato almeno una volta di incontrare “Stella”?
Luciana Marchese («CAIVANOpress»)

Scritto con penna ironica e giovanile, l’autore racconta, il volenteroso riscatto di un ex spacciatore di marijuana che si ritrova attore, per caso. L’affannosa lotta per conquistare il successo hollywoodiano e le avventure tragicomiche del protagonista, incuriosiscono il lettore per 187 pagine. Non mancano spunti sentimental competitivi, regalati dal confronto costante con la ragazza, di cui è follemente innamorato.
Anna Rita Errichiello («Percorsi»)

A narrare la storia di “Filming Carmelo – una vita senza copione” è il bravo Gennaro Chierchia, giovane narratore napoletano al suo romanzo di esordio con il quale conferma la bravura e la scaltrezza di stile dimostrata con le sue passate partecipazioni ad antologie. Poliedrico nell’uso della parola, con questo romanzo Chierchia affascina il lettore e lo travolge portandolo nel “dorato” mondo del cinema.
Fantasioso ed esuberante, lo scritto, pubblicato dall’Albus edizioni, si pone di diritto nella nuova letteratura italiana da tenere sott’occhio.
Manila Benedetto (http://www.booksblog.it)

Carmelo è un personaggio decisamente moderno, frutto di una società dello spettacolo che fagocita gli individui più giovani, ne sfrutta le caratteristiche, senza dare loro nessun insegnamento per poi cancellarli, quando non sono più utili.
Questo libro rappresenta molto chiaramente il mondo attuale e la crescente mercificazione umana che lo contraddistingue. Non c’è nessun giudizio espresso chiaramente, ma la storia dà evidentemente un’immagine negativa di un sistema che è diventato la normalità.
Il protagonista diventa famoso solo, quando capisce che è necessario molto impegno per tentare di rendere possibili i propri sogni, e che le scorciatoie portano ad una realizzazione effimera.
L’autore sottolinea però anche il ruolo fondamentale del destino, sembra chiedersi quanto noi possiamo ritenerci fautori del nostro futuro, capaci di decidere della nostra sorte, essere partecipi della nostra ascesa o della nostra caduta; forse è realmente presente una forza superiore che ci spinge in determinate direzioni, ma anche se così fosse, noi abbiamo comunque la possibilità di scegliere, di modificare la nostra vita, di cambiare strada.
La decisione di partire è per Carmelo l’inizio di qualcosa di nuovo, il tentativo di trovare un percorso per realizzare i suoi sogni, ma a dargli un’opportunità reale è l’incontro con il suo vecchio talent scout, un incontro fortunato di cui il ragazzo usufruisce per crescere e darsi delle regole.
Importante da notare è la diversità del personaggio di Stella, che rappresenta l’altra faccia della medaglia; è una persona concreta, che sa cosa vuole dalla vita, sa che per ottenerlo deve impegnarsi ed è questo che la porterà a realizzare il suo sogno di diventare giornalista.
Il linguaggio scelto dall’autore si coniuga benissimo con il tema affrontato, è un linguaggio senz’altro molto attuale e colloquiale, ma non banale. Il testo risulta scorrevole alla lettura, e anche decisamente piacevole.
Maria Paola Selvaggi (http://www.bottegascriptamanent.it)

È un susseguirsi di episodi ed eventi che travolgono la vita del protagonista, impegnato a districarsi nel complicato mondo dello spettacolo, distratto da surreali vicende amorose e da un viaggio ad Hollywood alla ricerca della consacrazione internazionale. “Una vita senza copione” come riporta il sottotitolo del romanzo, ironico e coinvolgente, mai scontato, che tiene desta l’attenzione del lettore.
Antonio Longo (http://www.siciliatoday.net)

La trama di “Filming Carmelo” [...] potrebbe essere fraintesa e scambiata come l’ennesima storia di una felice realizzazione personale: in realtà, al di là della “scalata”, che porta un giovane ex spacciatore di marijuana a recitare ad Hollywood, ecco svelato, pagina dopo pagina, un doloroso processo per la conquista della propria consapevolezza [...] lo stile fresco e leggero, la propensione all’ironia ed al gioco (lessicale e semantico) non nascondono gli intenti essenziali (e più profondi) dell’autore, che mescola, continuamente, l’indagine introspettiva e quella sociologica. Carmelo, infatti, è un “escluso”, uno di quelli che Beckett avrebbe chiamato “penultimi”: un’esistenza di piccole truffe si accavalla con l’iniziazione casuale al mondo dello spettacolo. Video, spot pubblicitari e poi un film: Carmelo, come tanti self-made men del cinema e della televisione, compie una corsa vorticosa, che lo catapulta tra flash e obiettivi, set di scena e luci abbaglianti. In verità, le luci sono soltanto momentanee e Carmelo oscilla in continuazione tra l’identità costruita e l’identità profonda, reale: su questa scissione, su questa doppiezza psicologica, si innesta l’amore per una ragazza, Stella, che riuscirà a ridare un senso ad un viaggio esistenziale confuso e precario.
Antonella Carlo (http://www.iuppiternews.it)

Una scelta coraggiosa per un esordiente: [...] l’autore sceglie una storia molto sopra le righe, con personaggi a tratti groteschi, correndo il rischio di cadere nel cattivo gusto o nell’esasperazione per strappare il riso.
In realtà il ritmo è buono e, fatta eccezione per qualche passaggio, la storia scorre fluida e appassionante.
Chiara Bertazzoni (http://www.thrillermagazine.it)

Un romanzo gradevolissimo e ben scritto.
Giuseppe D’Emilio (http://www.paginatre.it)

È questo il romanzo d’esordio di Gennaro Chierchia, autore napoletano già incluso in numerose antologie e curatore della bella raccolta su Napoli “San Gennoir” (Kairós 2006). Chierchia, appassionato di noir, questa volta ha voluto raccontare una storia tragicomica sinistramentamente moderna, che si svolge in un’Italia di veline e vallette, di aspirazioni cinematografiche dettate dall’amore, di marijuana e di compromessi.
Protagonista del rocambolesco romanzo è Carmelo che sogna di diventare una stella di Hollywood.
Il personaggio, dipinto forse in modo eccessivamente macchiettistico, si trova coinvolto in numerose sciagure che servono a Chierchia per evidenziare come l’uomo, per un po’ di momentanea fama, sia ben pronto anche all’umiliazione.
Flavia Piccinni (http://www.loschermo.it)

Forse una volta l’avremmo chiamato feuilleton ma ...che c’è di male a divertirsi leggendo? Alle volte si sente proprio la necessità di sedersi in poltrona e lasciarsi guidare senza fatica attraverso una storia. Se poi la storia ti piace, ti fa sorridere, ti fa venir voglia di sapere cosa succede al capitolo successivo allora direi proprio che un romanzo ha raggiunto il suo scopo. Analisi politologica?! Neanche l’ombra. Ironia e divertimento? Sì! Penso che lo presterò agli amici.
Franco Favero (http://www.internetbookshop.it)

Ho letto il nuovo romanzo di Gennaro Chierchia e sono rimasta esterrefatta. La sua penna è straordinaria...
Non sembra affatto quella di uno scrittore esordiente. Le sue metafore, poi, sono la sintesi di una grande capacità descrittiva, degna di un grande scrittore. Leggetelo. È fantastico!
Marianna Scagliola (http://www.albusedizioni.it)

Voglio farle i miei più sinceri complimenti per il suo romanzo “Filming Carmelo” [...]; davvero bello sia per la forma che per il contenuto, è un libro che si lascia leggere velocemente anche per l’incalzante ritmo narrativo che ho trovato una delle caratteristiche più accattivanti e interessanti del libro, al di là dell’efficacia ironia che sembra quasi faccia da fondale all’opera. Complimenti ancora!
Giuseppe Gambini

Ho letto “Filming Carmelo” e mi è piaciuto tanto. Mi ha coinvolta e anche divertita dalla prima all’ultima pagina. Carmelo è un personaggio a cui, sono sicura, ogni lettore si affezionerà. A me già manca... lo penso spesso quando faccio il caffè e mi viene in mente l’espressione: “Carico, monto e metto la moka sul fuoco in venti secondi”. Così sorrido.
Altra particolarità che apparentemente sembra solo una caratteristica della tua scrittura ma in realtà contribuisce a suo modo a far affezionare al testo, è il ripetersi cadenziale che si trova di tanto in tanto in qualche proposizione: sostantivo-e-sostantivo-e-sostantivo-e.
E poi quando Carmelo pensa “Orrore”.
Mi piace come scrivi. Complimenti davvero.
Carmelo piace e colpisce per la sua grande capacità di amare. Per amore è sempre pronto a mettersi in discussione e a tratti “rinnegare se stesso”.
Albus (la casa editrice che ha pubblicato il romanzo, ndr) ha iniziato bene, partendo da te.
Elena Grande

Ho letto il tuo romanzo, devo dirti che mi è piaciuto! Quando un romanzo non mi convince, anche quelli scritti da professionisti, mi fermo per strada, non riesco a finirlo, il tuo devo dire che l’ho letto d’un fiato, è una storia scritta bene ed in modo scorrevole. Molto belle le immagini di STELLA antecedente ad ogni scena o comunque filo comunicante con la realtà. Anche se tutto il romanzo è un continuo rincorrersi tra scene reali e scene da films. Queste seconde, in un primo momento mi sembravano un po’ lunghe e sembravano distogliere l’attenzione da CARMELO, ma servono a dare il giusto distacco -minimo- che c’è tra le due realtà.
Giuseppe Bianco


“Il tunnel”

Mi è piaciuto: ci ho trovato un misto di Bradbury e Carver.
Mario Gamba

Una specie di “Indiana Jones” della spazzatura è lo stimolante racconto di Brancato come “Il tunnel”, il Blade Runner di Chierchia.
Francesco Di Domenico (http://www.zappingrivista.it)


“San Gennoir”

[…] una teoria di storie di sangue, delitti e disperazione, messa nero su bianco da alcune promesse della narrativa italiana, e raccolta dalla cura attenta e vigile di Gennaro Chierchia, compone la felice miscellanea di questa recente pubblicazione delle Edizioni Kairós, che ha già sortito l’attenzione degli addetti ai lavori e il favore dei lettori.
Victoriano Papa («Il Brigante»)

“San Gennoir” raccoglie diverse voci, più o meno note, dell’entourage creativo della nostra città (e non solo): […] tutti, con diverse soluzioni espressive, scelgono di costruire un noir atipico, che si rimescola nelle geometrie, nelle ritualità, nelle tradizioni di Napoli.
Antonella Carlo («Roma»)

Un testo che fa riflettere tutto da leggere.
«la tófa»

Un’antologia di racconti neri, egregiamente curata da Gennaro Chierchia.
«l’Espresso napoletano»

Chierchia - il suo «Carmela» è uno dei più belli del novero - è del 1979 ed ha invece il passo del genere noir: la giusta dose di sangue che però schizza non da sceneggiature fumettistiche splatter, ma dall’attenta osservazione degli inesistenti rapporti umani che regolano il nostro quotidiano da cronaca in diretta.
[...] come esce Napoli da questo miscuglio di sangue, camorra, pensieri perversi e sciarade?
Certamente con molte attinenze alla realtà di questi giorni ma anche con la voglia di una necessaria fuga che, utilizzando le parole di un racconto (“Carmela”, ndr), fa dire ad uno dei protagonisti, come extrema sententia, «avrei caricato il denaro nel bagagliaio e lasciato per sempre Napoli: i rimasugli di una vita che con i suoi orrori mi aveva incattivito come una bestia che ha contratto la rabbia».
Vincenzo Aiello («Il Mattino»)

Chissà cosa avrebbe pensato Raymond Chandler, leggendo queste storie ironiche e crudeli, a volte riuscite, a volte no. Un po’ rosso sangue e un altro po’ rosso ragù.
Dario Pappalardo («la Repubblica – Napoli»)

Napoli in nero, o meglio, in noir. Declinato in tutte le sue possibili varianti. Attingendo alla cronaca e alla leggenda. Dalla camorra al Principe di San Severo. Un’infinità di sfumature che raccontano la città offrendo una chiave di lettura per accedere ai suoi anfratti più segreti, alla sua anima più profonda. Solo in qualche caso l’ambientazione è puramente strumentale. Usata per adeguarsi al tema che fa da denominatore comune all’antologia. E che è quello di leggere la realtà di questa città, così complessa e articolata, attraverso la lente – deformante, ma per altri versi illuminante e rivelatrice – della letteratura di genere.
Utilizzata qui, nei racconti migliori, come un grimaldello con il quale forzare porte segrete e scardinare doppi fondi, ma anche come un fascio di luce con cui illuminare in maniera nuova e originale realtà già note e risapute. Sono trentatre i racconti antologizzati in “San Gennoir”, a cura di Gennaro Chierchia e pubblicati dalla Kairos Edizioni nella nuova collana Homo Scrivens. E rappresentano altrettanti sguardi e prospettive attraverso i quali viene scandagliata minuziosamente la cronaca, ma anche la storia e il mito della città. Seppur, come è ovvio, con risultati che si differenziano da racconto a racconto, l’operazione, nel suo insieme, può dirsi pienamente riuscita.
Antonio Tedesco («Il Napoli»)

Trentatrè perle di narrativa noir, impresa di altrettanti autori, legati per amore e appartenenza al panorama partenopeo. Rapimenti, omicidi, fantasmi. Il tutto è incastrato nei vicoli e nelle periferie di Napoli, città dai mille e contradditori volti, dalle realtà più cupe e surreali. Lo stile pungente, a tratti grottesco, riesce quindi nell’arduo compito di presentare con un pizzico di humour, una verità campana non sempre decifrabile. Spazio dunque alla fantasia tinta di gialli e velate denuncie sociali.
Caterina A. Stuppia («La Torre»)

[…] Gennaro Chierchia, curatore di questa brillante antologia ed autore non solo del racconto “Carmela”, ma anche della simpatica introduzione nella quale lo scrittore spiega come è nato “San Gennoir”.
Virginia Tortora («il Torrese»)

[...] Il rischio, quando di parla di sud, di Napoli in particolare, è sempre quello di cadere negli stereotipi, nella macchietta che ridicolizza e deforma; qui per fortuna (e sapienza) il rischio è pienamente scampato, dato che le narrazioni sono affidate a scrittori che hanno un forte legame coi luoghi narrati, per nascita o per elezione. La loro bravura sta nel giusto equilibrio tra il descrivere una realtà difficile senza ipocrisie e il non esagerarla per creare un effetto più “patetico”, nel senso originario del termine. [...] il livello qualitativo è molto alto in tutti i testi, e il maggiore o minore piacere deriva unicamente dal gusto personale. Per quanto riguarda l’edizione in sé ho trovato molto gradevole la scelta della copertina e del colore, ma anche quella di inserire gli autori, davvero tanti, sulla prima, benché fosse un’operazione complessa. Ottimo anche l’editing.
Livia Di Pasquale (http://liblog.blogdo.net)

L’antologia curata dal bravo Gennaro Chierchia, titolata (in maniera divertente e dissacrante) “San Gennoir” è fatta di materiale simile all’opera di Saviano. […] Il volume […] mostra pregi. Visibili doti. Al di là del contenuto e della forma dei racconti che espone, persino. È proprio vero che queste dita hanno fatto Napoli più nera di quello che è già. Ma i colori forti, tante volte, come in questa occasione, sono utili a offrire un percorso di lettura divertente, per quanto è possibile. Nel senso che il filo rosso e gli interstizi neri, in tante pagine dell’antologia, servono buone razioni di suspense. E tanti tocchi di batticuore. Cose sempre e ovunque piacevoli.
Nunzio Festa (http://www.fenomenoantologie.splinder.com)

Anna Maria Ortese nel 1953 fu la prima a fare Napoli più nera di quel che è, nelle indimenticabili pagine de “Il mare NON bagna Napoli” – stampatello mio. [...] Un altro grande maestro, Domenico Rea, tratteggiò a tinte iper-realiste i bassi partenopei in varie sue opere (non ultima “Il fondaco nudo”). [...] Il grande Eduardo, poi, si rese meritoriamente Mecenate di un giovane squattrinato e talentuoso drammaturgo, oltre a far rinascere il teatro San Ferdinando. [...] Accostamenti forse arditi, questi miei, dovuti alla felicità per aver letto un’antologia (oggi se ne fan tante); di noir (genere iper votato alla fast-literature; leggi: letteraturicchia mordi e fuggi) oltretutto, in cui finalmente traluce – udite udite! – una vera e propria denuncia sociale.
Coraggiosa denuncia, perché filigranata in una trama (Napoli = ventre molle dell’italica genia) che rischia di per sé di causare le ire dei soliti benpensanti pronti a vedere strumentalismi e retoriche in ogni rigo di qualsiasi pagina che oggi voglia parlare di qualcosa, oltre che di se medesima e del suo Narciso-Autore.
[...] Non mancano, ovviamente, le principali tipologie di criminali: [...] lombrosiani “natural borned killers”, che basta il la, provocato, intenzionalmente o meno, [...] da una moglie fedifraga (la “Carmela” di Gennaro Chierchia, che molto fa pensare alla Carmen di Bizet versione caricatural-grottesca), ad accendere e far partire manco se si trattasse di un’automobile.
Elisabetta Blasi (http://www.kultvirtualpress.com)

Questa antologia, nella sua varietà (trenta storie molto diverse) mantiene un livello medio dei racconti piuttosto alto, spaziando tra polizieschi tesi e ricchi di azione, storie di (stra)ordinaria follia e disperazione, gradevoli affreschi barocchi (più volte fa capolino la misteriosa figura del principe Raimondo Di Sangro, e i misteri della sua Cappella di San Severo) e persino racconti che virano verso il misterioso e sovrannaturale. Nel mare magnum di queste 30 piccole opere vi sono alcune vere perle.
Vincenzo Barone Lumaga (http://www.scheletri.com)

Napoli l’hanno fatta nera. Più nera dell’asfalto delle sue vie sgangherate, sotto le quali, si sa, questa città è tutta buchi. Più nera di un gatto nero che (povera bestia…) se ti attraversa la strada, qua dicono che porta male. Più nera del caffè nero, quello forte, intenso e bollente, che ti scotta la lingua e ti gorgoglia nello stomaco e ti devasta le viscere, ma ti risveglia i neuroni. Cchiù nnera d’a mezzanotte, che quando arriva manco te ne accorgi, e ci sei già dentro, fino al collo.
Gianluca Calvino (http://www.librincircolo.it)

Napoli, città solare, oscura, dalle antiche credenze che fondono la fugace vita con l’inesorabile morte. Nella ritualità napoletana la morte non è memoria da allontanare o negare, ma realtà da ricordare e smitizzare. Essere scrittore a Napoli vuol dire, anche tener presente questa peculiare caratteristica, che rende unica, nel mondo questa metropoli.
Napoli possiede un volto “noir” che si completa, non si nega con il sorriso solare delle sue indimenticabili cartoline.
Con abile mossa editoriale, Kairòs materializza, in “San Gennoir”, […] tutte queste caratteristiche. Autori napoletani raccontano, in brevi episodi, le assurdità dell’essere umano. Ogni racconto, come tassello, contribuisce a ricostruire la psicologia della città nel suo insieme. Ogni racconto, ogni scrittore non nega l’altro, ma lo completa e lo coadiuva, rendendo i racconti un unico racconto.
Flavio Gioia (http://www.zappingrivista.it)

Uno legge i primi racconti e rimane subito colpito dalla qualità; pensa che avranno messo i più belli all’inizio… e magari di essere ben disposto perché ci sono racconti scritti da amici suoi. Poi continua a leggere, senza riuscire a smettere, e vede che il livello rimane sempre alto, per ben trentatré racconti.
Giuseppe D’Emilio (http://www.paginatre.it)

Una caratteristica simpatica della raccolta è che molti autori sono giovani, esordienti o quasi, ai quali è stata offerta l’occasione di dimostrare le loro capacità al fianco di autori più maturi e affermati. Non potendo, per ragioni di spazio, recensire tutti i racconti, ne abbiamo scelti tre (“L’uomo della folla”, “Irrefrenabile passione”, “Mammarella”, ndr). L’antologia San GenNoir contiene atri pregevoli racconti e la raccomandiamo all’attenzione di chi ci segue.
Luciana Scepi (http://www.napolinoir.it)

Curatore della raccolta, lo scrittore Gennaro Chierchia che, tra mille impegni, è riuscito abilmente ad amalgamare tanti autori e a inserire anche un suo racconto “Carmela”, storia di sangue e tradimento con un finale inaspettato.
Valentina Coppola (http://www.thrillermagazine.it)

Le antologie sono luoghi decisamente strani. Ad un lungo filo di colore unico vengono appesi racconti diversi. Il ritmo si spezza di conseguenza nulla di ciò che è contenuto nel primo racconto sarà ripreso nel secondo o nei successivi.
Qui il filo a cui sono appesi questi racconti è il “noir a Napoli”. La città però è sempre sul fondo e non diventa mai la vera protagonista. È una scenografia cortese e mai invadente con cui si misurano anche autori che napoletani non sono.
E nelle antologie si sa ci sono racconti più sorprendenti di altri, alcuni più brillanti, altri più spenti. Si ritrovano personaggi noti, il commissario Ricciardi di di giovanni, ma anche assassini assolutamente sconosciuti e casuali, nel senso che molti non sono assassini di professione. Sono persone normali che si trovano ad uccidere come ultima spiaggia, come ultima possibilità o risorsa di una vita in cui nulla è andato come lo desiderava o lo si era sognato. L’assassinio diventa così un modo per rimettere ogni cosa al suo posto e ritrovare equilibrio.
L’idea che tutti, in opportune condizioni, potremmo diventare degli assasini è alla fine l’aspetto più inquietante.
dal sito www.anobii.com

Una raccolta di storie noir, fresche, scorrevoli e per nulla scontate. Alcuni racconti meritano un attenzione particolare, tra questi nuovi scrittori si intravede già un gruppo emergente.
dal sito http://www.internetbookshop.it

Gennaro Chierchia, Aldo Putignano e la sua equipe hanno avuto una grandissima idea, e il nome della raccolta è sinceramente una bomba. Questa deve essere un’ottima antologia; la trovo fresca, originale, non “forzata”.
RagnarockLopez (http://www.scheletri.com)

Lo consiglio: dico questo e basta
Christian Di Masi (http://christiandimasi.spaces.live.com)

È evidente che in una raccolta di racconti noir dal titolo “San Gennoir”, l’ambientazione non può che essere Napoli e dintorni. Ovviamente, una storia ambientata a Napoli non può dirsi tale di diritto solo perché il teatro in cui si svolge è fisicamente un luogo di Napoli: le sue strade, le sue piazze, il suo panorama. No. La storia deve raccontare Napoli, cioè deve essere compatibile con la “natura” della città e dei napoletani: modo di essere, di pensare, modo di rapportarsi con il lavoro, con la famiglia, con la società, con se stesso. Penso che, dopo aver letto una storia, indipendentemente dai riferimenti fisici del territorio che ne delimitano il teatro d’azione, si dovrebbe poter dire “questa è una storia di Napoli” o, meglio ancora, “di napoletani”.
Posso affermare che molti racconti rispondono, pienamente, a questo canone, nel senso che si possono di diritto definire storie “su” Napoli e “di” Napoli.
[…] mi preme sottolineare la caratteristica dei racconti raccolti in “San Gennoir”: molti affrontano problematiche sociali, ambientali e politiche, e contengono un atto di denuncia sociale nei confronti delle responsabilità della politica e delle istituzioni che consentono il mantenimento del degrado sociale, economico e morale di Napoli e delle sue periferie. Per incapacità? Per indifferenza nel solco di quella filosofia del “tiriamo a campare”, o per connivenza? Emerge continuamente il contrasto tra i fatti di sangue, o comunque di violenza che accadono tra la minoranza violenta: camorristi, spacciatori, prostitute, truffatori, e la maggioranza sana, “normale”, che sa e vi convive, subendo molti limiti alla qualità della propria vita, alla propria libertà, afflitta com’è da una cronica e storica rassegnazione e impotenza, in assenza di reale alternativa. Mentre lo Stato sta a guardare.
Giovanni D’Amiano


“Quando si dice amore e morte”

La recensora, però, intende qui focalizzarsi [...] su tre contributi, di tre giovani narratori presenti in questa sorta di esorcismo collettivo (“Nulla è per sempre. 59 ultimi respiri”, ndr): Eliselle, Gennaro Chierchia, Gianluca Colloca. Perché adottano il punto di vista di personaggi molto interessanti: rispettivamente La Casalinga Frustrata (e) Psicopatica; Lo Scrittore Gay che non s’accetta; I Moderni Cineasti Dilettanti. Perché questo punto di vista viene reso con un registro narrativo che bene esplica la loro complessità ed i loro ritmi differenti di vivere… e morire. Perché parlare di loro vuol dire rinviare a tematiche di fondo molto molto attuali e delicate [...] Onore al merito, dunque, di questi ragazzi, che riescono ad inserire doverose denunce sociali in un genere (il noir) di pura evasione.
Elisabetta Blasi (http://www.kultunderground.org)

Il racconto di Gennaro Chierchia è estremamente originale. Nonostante esso risenta l’influsso di qualche stereotipo di troppo.
Nunzio Festa (http://scritture.blog.kataweb.it)

Ho letto il suo racconto, e posso dirle che per me è uno dei migliori in antologia (“Nulla è per sempre. 59 ultimi respiri”, ndr) perché trasmette un monito che va al di là del genere noir: attento, scrittore, alla tua vanagloria; attento anche tu, omosessuale maschio irrisolto. Inoltre, la caratterizzazione della psicopatica rende bene gli estremi sadici che può toccare un’anima, quella femminile, cui tocca un carico di violenza sociale ben più duro – ancorché impalpabile – rispetto a quanto tocchi agli uomini. Un filo rosso, questo della violenza delle/alle donne, che accomuna il suo racconto a “Venere, io t’amerò” (romanzo di Monica Cito, ndr). Altro punto di tangenza: l’io narrante scrive, ed è tra l’altro omosessuale...
Elisabetta Blasi


“Arancia meccanica”

Sovvertendo ogni regola, questi coraggiosi neoscrittori hanno agito non solo sul contenuto e sullo stile ma persino sulla struttura del testo: “Arancia meccanica” di Burgess è diventato così un cruciverba...
Monica Florio («L’Avanti»)

Originale L’arancia meccanica di Gennaro Chierchia che diventa un gioco, un puzzle.
Sonia575 (http://www.ciao.it)

Varie e innovative sono le tecniche di riscrittura: [...] e persino Arancia Meccanica come un gioco enigmistico.
Gabor (http://rcslibri.corriere.it/speakerscorner)


“La cornice storta”

È veramente bello. Una storia semplice, raccontata con leggerezza. È divertente e sentito. È coinvolgente intrigante e intelligente, il tutto condito dal gusto del Chierchia per certe ambientazioni e soprattutto per certi personaggi. Tecnicamente è pure molto buono, i tempi in cui si svolge la vicenda sono corretti (francamente era anche difficile sbagliarli…), i dialoghi sono nella loro assurdità e schiettezza più che credibili. In più, pur essendo chiaro e forte il pensiero del Chierchia, anzi il messaggio racchiuso nel racconto, è riuscito a renderlo perfettamente in una storia, con capo e coda, perfettamente seguibile (tra l’altro ottima la scelta di non usare la parola inferno) e apprezzabile. Gli stessi personaggi, il grassone in testa, risultano tutti non solo credibili, ma quasi simpatici. Ancora è ottimo il modo di procedere tra pensiero e narrazione dei personaggi, di cui il Chierchia ha fatto benissimo a non rivelare il nome.
Homo Scrivens

Un racconto molto particolare che sembra essere fatto apposta per dividere i lettori tra “favorevoli” e “contrari”.
Gino Spaziani

Per niente banale, per certi versi rischioso, eppure molto ben calibrato nei tempi ed il ritmo. A dimostrazione che scrivere bene non significa solo svolgere un compitino senza errori, la personalità è fondamentale.
Alessia Trimarchi

È originale. In un panorama in cui è difficile individuare spazi di novità, questo racconto mi è piaciuto perché è indubbiamente originale. Non é facile trattare il tema dei demoni spiazzando il lettore e il Chierchia ci è riuscito. Altra nota positiva la brevità del racconto. Niente fronzoli, dritto al punto, ottimo davvero.
Giuliano Pistolesi


“Pusher”

Ernest Hemingway una volta disse: “Voglio continuare a scrivere il meglio e il più sinceramente che posso finché morirò. E spero di non morire mai”. Basta questa piccola frase per dare l’idea di quanto sia importante la scrittura in una persona, che prima di ogni altra cosa, lo fa per passione. Gennaro Chierchia rientra in questa categoria. Ebbi modo di leggerlo, per la prima volta, in occasione del Premio Città di Caivano edizione 2003. La lettura del suo racconto “Pusher”, nonostante trattasse argomenti drammatici, mi impressionò positivamente, grazie anche ad uno stile accattivante. Attraverso vari siti quali www.homoscrivens.it e quello suo personale www.gcwriter.com ho avuto modo di leggere altri suoi racconti, altre storie metropolitane che mi hanno riconfermato il suo talento. Pur se ha uno stile molto personale, i suoi personaggi tanto veri da sembrare astratti e i suoi dialoghi, crudi e nel contempo colorati mi ricordano molto Charles Bukowsky: pagine di storie possibili dove con ostentata indifferenza si vive, si sopravvive o si muore. Penso che uno scrittore oltre che a scrivere bene, debba riuscire a dare alla storia che racconta un momento in più: quell’attimo dove “il racconto” lascia le pagine ed entra nel lettore… e Gennaro possiede questo guizzo letterario.
Giuseppe Bianco (http://www.leparoleperte.it)

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