| Interviste | |
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Giovanni Buzi a cura di Gennaro Chierchia
Racconta un po’ di te, quello che fai per vivere per esempio.
Insegno lingua e cultura italiana al Parlamento Europeo di Bruxelles e, sempre nella stessa città, insegno storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti.
Scrivere è sempre stata una tua passione o è nata col tempo, magari in seguito a qualche riflessione, qualche momento particolare che hai vissuto.
Io “nasco” come pittore. Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Roma e la mia prima mostra “seria” risale al 1985. Quest’attività mi ha molto impegnato e continua a occuparmi. Di scrivere non ci pensavo proprio. Leggere invece è stata, da sempre, una delle mie passioni. Ho iniziato a scrivere quando ero ancora a Roma, agli inizi degli anni ’90; direttamente un romanzo. Mi ci sono divertito a scriverlo per quasi dieci anni, non so più quante versioni, una più ridicola dell’altra. Spero proprio, per il bene di tutti, che non venga mai pubblicato, però non ho il coraggio di buttarlo, come spesso ho pensato di fare.
Cosa hai pubblicato e presso quali case editrici.
Il primo libro che ho pubblicato è stato un manuale di storia dell’arte nel 1993 con la Sovera Multimedia di Roma. Verso il 1995, ho iniziato a scrivere il romanzo “Faemines”, pubblicato nel 1999 da Libreria Croce. Si tratta d’un romanzo, pur lontano da quello che scrivo oggi, a cui tengo molto: il primo romanzo che vedi stampato col tuo nome, credo sia una delle emozioni più intense che si possano mai provare nella vita, almeno questo è stato per me. Del 2000 è il romanzo “Il Giardino dei Principi”, edito da Roberto Massari. Del 2004, sempre con Massari, il saggio su William Turner in Etruria, un pittore che adoro. Dello stesso anno la mia prima raccolta di novelle “Fluorescenze” con Il Filo. Questa raccolta m’è molto cara anche perché mi ha dato la possibilità di conoscere Alda Teodorani, la grande signora della scrittura horror italiana, che ha avuto la generosità di fare la prefazione alle mie novelle. Felicissimo sono anche stato quando è stato pubblicato nel 2005, in francese a Bruxelles, il mio testo poetico “La neige” all’interno di “Christian Dotremont, Mémoire de neige”, Editions Tandem. Altra grande soddisfazione la pubblicazione, nello stesso 2005, di “Sesso, orrore e fantasia” (Massari), una raccolta di novelle in italiano con traduzione francese e inglese e 65 miei acquarelli a colori. Un grazie ancora ad Alda Teodorani per la bella prefazione riguardo le novelle e al critico d’arte belga Olivier Duquenne per la presentazione (posso dire “ispirata”?) per le opere figurative. Sempre del 2005 è la pubblicazione del mio romanzo, a cui forse tengo di più, “Agnese”, edito da Tabula Fati, dedicato a mia madre, con una bella prefazione di Giuliana Cutore. Molti sono i racconti che ho pubblicato in antologie di autori vari che non sto qui a citare per non dilungarmi troppo, a cui però tengo molto. Mi piace vedere un mio scritto accanto a quello d’altri. Per ultimo vorrei citare il mio racconto “La collana di perle celesti”, inserito nel n. 2896 del Giallo Mondadori dell’aprile 2006 che contiene “I delitti del mosaico” di Giulio Leoni.
Quali sono i personaggi delle tue storie e perché scegli di far “vivere” proprio quelli.
Più d’una volta, ho avuto l’impressione che i personaggi delle mie storie esistano davvero, da qualche parte. Spesso, sono personaggi surreali, in preda a metamorfosi fisiche e mentali, sempre in cerca di qualcosa, di qualcuno, di un “altrove”. Me li sento molto vicini i miei cari mostriciattoli…
Quanto c’è di te, della tua vita privata, in quello che racconti?
Forse, molto più di quello che io possa pensare.
Parla del tuo stile e di come lo ottieni o se ti viene naturale.
Prima di tutto, devo avere intorno a me, quasi tangibile, un’atmosfera. Sentirmici dentro. Sentirmici “fisicamente” presente. Una volta che vedo e sento intorno a me quest’atmosfera, cerco di vedere i personaggi che in essa prendono forma. Raramente so, o solo posso immaginare, quello che sta per succedere.
Quale credi che sia il tuo lettore tipo.
Spero siano persone che, per vari motivi, non s’accontentino del reale, di quello che sta intorno a loro ogni giorno. Persone che hanno una forza dentro che li spinge verso un qualcosa d’indefinibile. Vorrei che i miei lettori tipo fossero degli archi tesi, pronti a scattare, col corpo, con la mente e con quel qualcosa d’indefinibile che lega i due.
Sei sempre soddisfatto di quello che hai pubblicato o rileggendoti cambieresti qualcosa?
Una volta pubblicato, evito di rileggere quello che ho scritto. Mi sembra che la carta e l’inchiostro abbiano bloccato, in una sorta d’incantesimo malefico, i miei pensieri, le mie visioni, le atmosfere e i personaggi che io sento sempre vivi e mutevoli. Cosa cambierei, se dovessi rileggere quelle pagine? Forse tutto.
Il tuo libro perfetto. Parla di come dovrebbe essere o se lo hai già scritto.
Spero di non scriverlo mai; se succedesse non avrei più niente da immaginare e sognare.
Intervista rilasciata il 1° novembre 2006. |
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