Racconti

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Freaks

di Airon

 

Bella. Bella monnezza.

Siamo un meccanismo inceppato che non può più tornare indietro.

C’è qualcosa in comune in tutte queste persone, ovvero in tutti noi, reduci di una morte improvvisa e inaccettabile, che si annida ora in questa forma, ora in un’altra.

Quando ci incontrate siamo dei fantasmi, ciò che rimane è l’ombra di quello che era, abbiamo solo una vita da fare e ce ne strafottiamo di tutto il resto.

Se vi dice male, amen. Chi lo sa, si fa il segno della croce e tira dritto.

E chi non lo sa lo impara.

 

***

 

Da quando il tempo non scorre più lineare mi divido la vita con le mie nuove amicizie. Conforto squisitissimo, non c’è che dire.

Geghe nel quartiere è molto conosciuto perché vive on the road.

Usa un linguaggio simbolico vecchio di secoli, sottoforma di fiore, sole, teschio. Quando parla stacca le parole e calca l’accento sull’inizio di ognuna. Per lui l’amore è l’ammore.

Assomiglia ad Orazio, nella sua vita precedente aveva anche una Clarabella ed un figlio ma gli sono morti. Lo potete facilmente trovare al BarDelCorso dove a giorni alterni tiene comizi sull’imminente inizio di una nuova era che coincide con l’avvento di Jack Il Drastico.

La sera gioca a Risiko a casa mia. Ultimamente però lo sto convertendo al burraco, elegante gioco di carte che potrebbe permettergli, in futuro, di frequentare ambienti più altolocati.

Jay più che altro sfugge al curatore fallimentare. La sua massima aspirazione, al momento, è la frode bancaria.

La sua vita segue quell’equazione lineare per cui, a contratto scaduto, corrisponde una monocromia non lavorativa perenne. Il padre ha avuto la brillante idea di tirarsi una pallottola in testa quando lui aveva 15 anni.

Si buca da un lasso temporale pari a quello impiegato da Heidi per ricongiungersi con l’amato fiocco di neve ma col trascorrere degli anni assomiglia sempre più a Cico, il fedele compagno di Zagor.

È destinato a morire felicemente in un angolo polveroso di qualche stazione per una volta di troppo in vena. Anche lui la sera gioca a Risiko a casa mia ma dubito che riuscirò mai a convertirlo al burraco.

Maya è l’eletta. Le è morto il fratello qualche anno fa ed è l’unica serena tra noi. La sfiga di Candy Candy nel corpo di Jessica Rabbit. Si comporta sempre come se quello che succede nella vita abbia un senso o sia comunque un percorso. L’ho conosciuta ai tempi in cui Geghe viveva nella Uno parcheggiata sotto il mio portone e lei veniva a portargli coperte e cibo. La sera anche Maya ci raggiunge a casa e mentre noi giochiamo a Risiko lei recita i suoi mantra. E cerca di convertirci al buddismo.

Io, invece, sono sempre in attesa di ritrovarlo da qualche parte. Lo so che è un barbatrucco ma è meglio così. Nel momento della verità imploro la coscienza di non procedere, perché tutte le cose che pensi hanno un’eco che dopo non riesci più a controllare.

 

***

 

Cometogether: stasera siamo tutti qui riuniti, manca solo Quasimodo e poi siamo a posto. Forse c’è una antica maledizione assira che ci lega e il nostro destino è davvero già scritto come dice Maya.

Geghe è tutto contento perché ha avuto in regalo un vecchio giubbotto di Jay, io sono al computer e Maya cucina. Siamo tutti quasi tranquilli e non è poco.

Bussano alla porta e quando vedo che sono i miei due vicini Playmobil io già lo so che va a finire male.

La signora è sempre in jeans e camicetta bianca appena stirata, occhiali griffati, zainetto della Kipling. Il gorilla attaccato allo zainetto non ci sta perché se lo porta accanto mano nella mano, è alto 1.80, largo 2 e si chiama Mario.

Lei è una di quelle che ha sempre un qualche male da qualche parte e a occhio e croce sono dieci anni che vive abbracciata al maritino, lui è il tipo che si rivolge in tono amichevole verso di te dicendoti “pirla” credendo di suscitare ilarità.

«Ciao», fa lei amabile.

«Ciao», rispondo io con lo sguardo fisso di un luccio che ha perso il suo branco.

Dai cocca, se devi dirmi qualcosa sbrigati.

Sono tesa ma fiduciosa, loro dovrebbero essere di buonumore, visto che da un paio di settimane vagano per il palazzo tutti fieri del loro loft acquistato per pochi milioni di euro.

«Come va?», fa lui finto amichevole.

Suvvia, siamo seri.

«C’è qualcosa che volete dirmi?», faccio io sorridente ma glaciale.

«Effettivamente sì», fa lui tutto contrito mentre lo sgomento gli si arrampica sulle basette.

Ordunque. Sembra che una equipe di esperti, formata da Frate Indovino, Suor Germana e alcuni personaggi di Dallas, reputi pericolosa la presenza di Geghe all’interno del nostro beneamato condominio.

È presente anche il cane Mimmo a confermare il tutto.

«Sai, non è per noi, figurati, è che ci sono dei bambini… e… insomma… siamo preoccupati, ecco».

Il senso è che siamo tutti una grande famiglia con una bella casa sull’albero, a patto che ognuno stia sul ramo suo.

Ci guardiamo in faccia a guisa di putti del Caravaggio.

’tacci tuoi, lo sapevo.

A questo punto mescolare il tutto con l’intervento della dirimpettaia, una sorta di nonna papera cafona con lo sguardo da mignatta preoccupata: «Hanno ragione. Io che sono mamma posso capire».

Eh certo, ci mancherebbe.

Sul pianerottolo adesso siamo in coda come al supermercato, perché si sono affacciati anche gli altri tre miei fratelli spirituali di sfiga. Manca all’appello solo il marito della dirimpettaia, probabilmente impegnato a leggere il Codice Da Vinci su una gelida tazza di ceramica smaltata.

Improvvisamente si è aperto un varco tra mondi paralleli.

Loro sono la metafora della vita solida e resistente e ci evitano come eviterebbero Paperopoli dopo una epidemia di aviaria.

Noi siamo un far west, anche se le strade della California sono lontanissime.

Geghe ovviamente ha ascoltato tutto e in un nanosecondo è già fuori dal portone.

Io penso che tutto questo odio sarà l’olio che alimenterà la pira.

 

***

 

Scendiamo in strada in ordine sparso e subito ci dividiamo. Siccome non sono né tossica né esaurita ma soltanto disperata, vengo mandata da sola a cercare Geghe mentre Maya scorta Jay nelle ricerche. Io già mi immagino violentata e squartata nel primo angolo buio e penso che così raggiungo te, Babe. E sinceramente non mi dispiacerebbe neanche. Si può capovolgere quasi tutto sotto la luce di questo sole ma alcune cose vogliono comunque andare dalla stessa parte.

Cammino con un passo veloce gastemando in una antica lingua fenicia: non voglio confondere i miei confini con i loro, il mio fottuto dolore è diverso, il mio lutto più nero e le mie lacrime più salate. La sofferenza è come tutto il resto: si resta egoisti anche nel dolore più estremo, e infelici ognuno a modo suo.

Senti un po’ che silenzio, madonna, nell’aria immobile il fiato che animava un altro tempo, tra nostalgia e rimpianto per un passato che non potrà più tornare.

È tutto lontano, le macchine che passano, i cani che abbaiano e le luci accese. Ma è sempre lo stesso sentimento che muove. Tutta una vita a fermarsi al rosso e ripartire al verde.

Lo becco seduto per terra sotto la luce tremula di un lampione. Dalla bocca gli escono solo un groviglio di pensieri senza alcun capo.

«Vorresti tu, Lucia…».

Certo che vorrei, avrei risposto.

Ecco. Un’anima semplice del tutto all’oscuro delle più elementari regole della lingua italiana.

Mannaggia, Geghe, mi dispiace, giuro che mi dispiace. Lo aiuto a rialzarsi. Lui si appoggia a me come ad una gruccia.

«Forza, andiamo da Maya», faccio io insolitamente premurosa.

Non potevamo sapere fosse un’illusione e non è facile vivere vicino al dolore.

Ma altra scelta non c’è. Una bella pedata nel culo a Cupido e finiamola una buona volta. Dormi bene e per sempre.

Perché tanto lo so e lo sappiamo tutti.

Che non sarà mai più ammore.


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