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Flavia Piccinni
a cura di Gennaro
Chierchia
Flavia Piccinni,
tarantina, vive a Lucca. Scrive per numerose riviste cartacee e altrettante
on-line. È appassionata di scrittori emergenti. Nel 2005 ha vinto il Premio
Campiello Giovani. Ha curato il volume collettivo Nulla è per sempre - 59
ultimi respiri (Giulio Perrone Editore, 2006).
Chi è Flavia Piccinni?
Grafomane,
disperatamente nervosa, iperattiva. Mi sa che sono proprio così. Se poi aggiungi
una sfrenata passione per la lettura, un’irrequietezza disturbante e una decisa
dipendenza dal fumo il ritratto è finito. Non chi è, ma com’è.
Cosa fai per
vivere?
Attualmente
gravo pesantemente sul bilancio familiare, mi divido fra collaborazioni mal e
ben retribuite, intrattengo (grazie ad uno stage) il settore marketing di
Repubblica. Aspetto l’uscita del mio primo romanzo.
Quando hai
scritto il tuo primo racconto e perché.
Avevo forse
sei anni, perché mi piaceva raccontare quello che succedeva intorno a me. Forse,
anche, soprattutto, perché a scuola andavo bene a italiano senza fare sforzi e
allora…
Hai vinto il
premio Campiello Giovani nel 2005. Parla di quell’esperienza e del racconto col
quale ti sei aggiudicata la vittoria.
Il Campiello è
stato un momento incredibile. Non ci speravo e quando mi hanno chiamato, mi
hanno detto che ero stata io a vincere ho continuato a non crederci. Tutti a
farmi i complimenti e io stordita. Stordita per quella storia che mi sentivo,
mi sento, dentro e che racconta di una vita al Sud in una scuola, una scuola
d’Italia, che profuma di menefreghismo e odio.
Ho letto da
qualche parte che stai per pubblicare il tuo primo romanzo, puoi anticipare
qualcosa?
Uscirà. Questa
l’unica certezza. A parte questo è una storia che ha protagonista Martina, una
studentessa liceale morbosamente attaccata alla sigaretta e alla parola, che si
consuma e si dispera fra la scuola e un suicidio.
Sei molto
presente su Internet. È una domanda che faccio spesso: cosa pensi del Web?
Che sia il
mezzo più veloce e immediato per raggiungere un pubblico diverso, a volte
attento, spesso sommerso di informazioni. Che non sia semplicemente uno
strumento, ma lo strumento del nostro presente. Del nostro, futuro.
Hai curato Nulla è per sempre - 59 ultimi respiri (Giulio Perrone
Editore, 2006), un’antologia piuttosto insolita perché parla di morte. Come ti è
venuta l’idea?
Credo che
tutti abbiano delle ossessioni. Dei punti fermi, dei pensieri ricorrenti.
Sviluppando uno di questi è nato Nulla che è cresciuto e ha sviluppato a
sua volta personalità. Sei, quasi sette, facce di uno stessa azione,
involontaria. Come quando il respiro ti viene a mancare.
Paulo Coelho
ha scritto a proposito della morte: «Camminiamo verso di lei, non sappiamo
quando ci toccherà e pertanto abbiamo il dovere di guardarci attorno, essere
grati per ogni minuto, ma essere grati anche perché essa ci induce a pensare
all’importanza di ogni scelta che facciamo o che evitiamo di fare. E pertanto ci
fa smettere di fare ciò che ci rende morti viventi, e ci spinge a mettere
in gioco ogni cosa, rischiare tutto per quello che abbiamo sempre sognato di
realizzare». Qual è la tua personale visione della morte?
Molto meno.
Molto diversa, mettiamola così. La morte è qualcosa che ti blocca e ti
dimentica, ti fa dimenticare. E, per ora, vuoi perché sono giovane, vuoi
perché irresponsabile mi appassiona. Come sempre, è quello che mi ossessiona e
mi rincorre. Con il suo dubbioso pensiero. Continuato.
Prima ti ho
chiesto cosa fai per vivere, a questo punto ti chiedo: e per sopravvivere?
Lo stesso
perché, alla fine, è scrivere che fa la differenza. Almeno per me. E,
sinceramente, scrivo (in ogni caso, tanto).
Intervista rilasciata
l’11 aprile 2006. |