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Factotum

di Charles Bukowski

a cura di Gennaro Chierchia

 

“Factotum”, ovvero, “tuttofare”. È questo che è stato il vecchio Buck in vita, è questo che ha fatto, oltre che scrivere, ovviamente. Buck ha fatto di tutto, e da come lo racconta, sembra averlo fatto sul serio. Cambiando impiego di settimana in settimana, ma sempre con una costante: bere e andare a donne. Questo il fil rouge che lega il suo incessante peregrinare da un ufficio di collocamento a un altro, da un magazzino a un altro, da un albergo a un altro. La bottiglia lo segue ovunque, e smorza quella vita grama che pur gli tocca di vivere; le donne, quelle un po’ meno, visto che sono tutte ubriacone come lui, a volte pure brutte come il demonio. Campare alla giornata, senza chiedersi cosa accadrà domani, senza preoccuparsi minimamente del futuro. Avere però la certezza che si può lasciare il lavoro quando si vuole, questo è Buck. C’è libertà in questo modo di vivere; chissà quanti lavoratori: impiegati, uomini d’affari, manager, fantasticano di piantare telefonino e scrivania su due piedi e di andarsene così, a zonzo per la città, senza alcun grillo per la testa, semplicemente perché lo desiderano. È questo che fa Buck, o il suo alter ego Henry, Hank, per gli amici, è questo che ci insegna. La libertà, che per il novanta per cento, per Buck, equivale a starsene solo, solo con la sua bottiglia, e i suoi pensieri sul mondo, un mondo che va in malora. Eppure quanta ironia in questi brevi episodi di arrangiamenti, di assunzioni e licenziamenti, di scopate rimediate in bar puzzolenti. E quanta maestria nel ritrarre un sottobosco di personaggi che solo la strada, quella vera, può regalare. Ridere di se stessi e dei propri drammi. Semplicemente fantastico.


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