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Enrico Luceri a cura di Gennaro Chierchia
Parla un po’ di te, che interessi hai oltre la scrittura per esempio.
Sono un grande appassionato di vini: oltre a frequentare l’enoteca di un amico, partecipo a degustazioni, manifestazioni e visite alle aziende, seguo corsi delle associazioni dei sommeliers e naturalmente sono sempre alla ricerca di una nuova bottiglia. Ho anche una piccola ma discreta collezione che conservo in un armadio cantina climatizzato che custodisco come una cassaforte! Mi piace anche il rituale di preparazione: la bottiglia servita alla giusta temperatura, il bicchiere più adatto, le condizioni ambientali per degustare il vino con l’attenzione che merita. Poi gioco spesso a calcetto, ho una squadra con gli amici del paesino vicino Orvieto dove vivo part-time, nelle pause del lavoro. Gioco in porta e la mole mi aiuta a evitare (troppe) brutte figure! Vorrei coltivare altri hobby ma ho un lavoro molto impegnativo che mi assorbe per quasi tutto il giorno e di tempo me ne rimane poco: cerco di gestirlo con praticità, perché devo ritagliarmi anche lo spazio per scrivere. E naturalmente per la famiglia.
Come è nata la tua prolifica carriera di scrittore?
Ho sempre letto tanti libri gialli, fin dall’adolescenza, soprattutto quelli della Mondadori, e poi andavo spesso al cinema: erano altri tempi, parlo della prima metà degli anni ’70, quando le distrazioni, finita la scuola, erano poche. Non c’erano discoteche, computer e internet, ma solo due canali tv. Ricordo tante partite di pallone con gli amici e tanti film nelle arene estive. Era l’epoca del giallo thrilling all’italiana, sull’onda del grande successo delle prime opere di Dario Argento. Se scrivere gialli è un specie di malattia, si può dire che l’incubazione dei germi di questa passione è avvenuta in questi anni lontani che ricordo con nostalgia. Mi piace pensare che ogni storia scritta sia un frutto che nasce, come in natura, dalla presenza di un seme, da un terreno adatto e dal clima della zona. Per me, il seme è la fantasia, il terreno tutto ciò che ho letto, visto e sentito sui gialli, il clima rappresenta la conoscenza di persone, avvenimenti e luoghi che ho vissuto e hanno ispirato le mie trame. Una combinazione che ancora adesso dà frutti, spero buoni.
Perché il racconto giallo.
In parte ho risposto nella domanda precedente, ma c’è un altro motivo: mi piace molto creare della suspense in maniera tradizionale ma non banale, cioè immergendo la storia gialla in un’atmosfera inquietante, fatta di personaggi, ambienti e circostanze ambigui e minacciosi, dove una tensione quasi cinematografica cresce e si sviluppa inarrestabile fino all’epilogo dove viene svelato il volto dell’assassino con il classico colpo di scena.
Perché i premi letterari.
Perché mi piace sottoporre le mie opere alla competizione con altre, che poi significa farle giudicare da chi spesso non ha mai letto un giallo, e men che meno lo ha scritto, ma poco importa. In fondo, anche se posso considerarmi soddisfatto dei riconoscimenti che le mie storie hanno raccolto in questi anni, mi piacerebbe riconoscermi nel motto decoubertiniano che è importate soprattutto partecipare. Ecco, mi gratifica partecipare ai concorsi, spero solo che l’onestà intellettuale dei giurati sia pari a quella dei partecipanti.
In “Vita segreta di uno scrittore di gialli” i protagonisti dei racconti sono tutti scrittori: anche tu, come loro, sei uno scrittore anche nella vita quotidiana, o scindi lo scrittore dall’uomo di tutti i giorni?
Ahimé, no. Lo scrittore di gialli è una delle personalità che convivono in me, che di professione mi interesso di tutt’altro. Infatti, da una ventina d’anni lavoro presso Società d’Ingegneria, un’attività che richiede molto impegno e sacrificio, e lascia poco tempo libero. Però negli ultimi dieci anni sono riuscito con una certa efficienza a disimpegnarmi fra un hobby e un altro, senza trascurare (troppo) la famiglia. E così anche le mie personalità continuano a convivere senza eccessive difficoltà. So che molti scrittori hanno un altro lavoro e ambiscono a ottenere, un giorno, quel successo che permetta loro di dedicarsi esclusivamente alla narrativa. Ebbene, io spero di poter continuare così, perché non vorrei rinunciare a un’attività che mi è costata molti sacrifici, dagli studi universitari e la laurea, a tutti i progetti che ho sviluppato, con fatica, come spesso accade nelle società private, ma anche qualche soddisfazione.
Alla presentazione al Maschio Angioino del volume “San Gennoir” che ho curato per la Kairós Edizioni (in cui tra l’altro sei tra gli autori), Francesco Pinto, direttore del centro Rai di Napoli, ha detto: 1«Nella città suggestiva della cappella di Sansevero, uno dei nostri monumenti più visitati, alcuni scrittori scelgono di dedicarsi al noir e non al giallo: quale sono le ragioni di questa preferenza letteraria? Il noir, forse, lascia più spazio all’interpretazione simbolica e rinuncia a trovare, sempre e comunque, una stringente logica negli eventi narrati: spazio all’irrazionale, all’ambiguo, al non risolto, al conflittuale. È questa ispirazione, credo, che riesce ad esprimere l’attuale e vero spirito partenopeo». Anche tu credi che nel giallo, alla fine, le cose si rimettano sempre a posto? E se sì, perché ciò accade?
Ho il massimo rispetto per il noir, come per qualsiasi altro genere letterario, anche il più distante dai miei gusti. Tuttavia, non posso fare a meno di notare che alcuni scrittori di noir o comunque di contaminazioni di generi (dal thriller all’horror) spesso si qualificano come autori di gialli. Mi sembra una forzatura, il giallo ha dei canoni ben precisi, consolidati da decenni, mentre il noir permette, e concordo in pieno con le parole di Francesco Pinto, una maggiore libertà espressiva e di sostanza. In sostanza, e qui mi aggancio alla domanda, il giallo, almeno nella forma che io frequento, ha una struttura che parte da uno stato di apparente tranquillità, la infrange in maniera violenta e traumatica (di solito, con un omicidio), tenta di ricomporla svelando l’identità dell’assassino e il movente che ne ha armato la mano, e si conclude senza lasciare dubbi, soluzioni alternative o finali aperti. È una funzione catartica che quindi rassicura il lettore, dopo averlo incuriosito e forse spaventato con la suspense. Leggendo i noir si misura la distanza sensibile che li separa dai gialli classici. Che poi i primi siano i più adeguati a rappresentare una certa società o periodo storico, è abbastanza verosimile.
La tua è una scrittura forbita eppure elegante; ti viene naturale oppure è l’unica possibile per raccontare un giallo?
Qui si torna alla vecchia questione del rapporto fra forma e sostanza: secondo me, nessuno dei due può sopravvivere senza l’altro, anche se la sostanza da sola ha molte più chances. Penso che una storia gialla debba avere una struttura valida, inesorabile, che non lasci dubbi, che la soluzione sia ineccepibile e riesca a spiegare tutte le tracce e gli indizi che l’autore ha seminato nel corso della trama. Stabilito ciò, la narrazione deve essere espressa con le parole adatte, senza cullarsi nel piacere di una frase a effetto o di sostantivi estetizzanti. Il respiro della frase deve ritmare i caratteri dei personaggi e le situazioni che si sviluppano, accompagnando la lettura, senza spezzettarla o frammentarla per puro gusto musicale. Naturalmente, queste sono opinioni personali, ogni autore crea la cifra stilistica delle sue opere secondo il proprio gusto e il piacere che prova nel rileggersi. Penso che un giallo classico debba essere narrato con uno stile discreto, cioè che accompagni il lettore senza enfasi ma nemmeno minimalismi.
Sul sito web LaTelaNera.com curi una rubrica di cinema giallo-trhilling: il cinema influenza le tue storie? E se sì, in che misura? Puoi elencarci i tuoi film preferiti?
Altro che! Con la fantasia impasto spunti offerti da letture di libri e immagini di film, gialli ovviamente. Ho raccolto nella mia piccola videoteca personale oltre 150 titoli, alcuni rari o introvabili, registrati con pazienza e fortuna, scovati nei palinsesti notturni di qualche tv locale. Questo spiega perché ho scritto un saggio sul cinema giallo thrilling all’italiana, visto che in materia esiste una buona documentazione, realizzata da professionisti e addetti ai lavori, tutta gente molto qualificata. L’ho fatto perché volevo dare la mia personale interpretazione della pellicola, che a volte ho visto più di una volta, per cogliere un aspetto o un altro della storia, senza riportare le opinioni altrui, ma solo le mie, giuste o sbagliate, innovative o risapute che siano. E poi la cinematografia influenza molto le mie storie anche per una motivazione tecnica: la sceneggiatura prevede ciò che si vede sullo schermo e non quello che pensano i personaggi, ovviamente. Anche nelle mie storie, che però nascono per essere lette e non viste, spesso i personaggi nascondono motivazioni inconfessabili che li spingono ad agire, se non addirittura altre identità. Insomma, se si potessero spiare i loro pensieri, a pagina 2 sapremmo già chi è l’assassino! Ecco perché sviluppo le trame come una via di mezzo fra una sceneggiatura e un romanzo, cercando l’equilibrio giusto. Nel creare la suspense devo invece procedere diversamente: nei film, l’evoluzione della tensione può essere assimilato all’andamento di un elettrocardiogramma, con le pulsazioni che crescono con picchi d’intensità, fino al delirio vero e proprio del finale; in narrativa, devo immergere la storia in un’atmosfera inquietante, popolata di personaggi ambigui e pericolosi, in un crescendo regolare verso il climax conclusivo. I miei film preferiti sono i primi di Dario Argento, soprattutto Quattro mosche di velluto grigio, poi altri degnissimi gialli come L’etrusco uccide ancora di Armando Crispino, La ragazza che sapeva troppo del “pioniere” Mario Bava, i gialli-horror di Pupi Avati e altri ancora.
Un’impressione sull’attuale situazione dell’editoria in Italia e sui siti web che si occupano di letteratura.
Mi ritorna sempre in mente un professore di Ingegneria, parecchi anni fa: era in grado, esaminando il foglio stropicciato, scarabocchiato, pieno di cancellature, di una prova d’esame di capire se lo studente aveva compreso il problema e aveva trovato la soluzione (o una delle soluzioni giuste), e in questo caso gli dava lo stesso un voto alto. Invece, un elaborato esteticamente perfetto ma sbagliato veniva bocciato sonoramente. Mi piacerebbe che le case editrici avessero del personale con lo stesso spirito da talent-scout, come quei cercatori d’oro che a mollo nei fiumi ne rastrellavano il greto con un setaccio e con molta fatica scoprivano una pagliuzza d’oro fra la terra. Troppo facile pensare che l’opera valida sia quella presentata con banale precisione di cartelle, numero di caratteri, sottigliezze grammaticali sulle vocali eufoniche e via pignoleggiando. Sono dettagli che un editor degno di questo nome aggiusterà dopo che l’opera è stata selezionata dall’editore. Neanche zio Paperone trovava pepite grosse come patate che luccicavano al sole, ma doveva picconare rocce o grattare letti di fiumi. Auguro alle case editrici di trovare tanti zio Paperone che le arricchiscano di nuovi talenti letterari tanto sconosciuti quanto validi.
Puoi rivelarci a cosa stai lavorando ora?
Sto seguendo un progetto editoriale che mi coinvolge in prima persona, una raccolta di racconti dal titolo Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe (un titolo che rappresenta una citazione di Agatha Christie e rende bene le mie tematiche), che verrà pubblicata in primavera dalla Prospettiva editrice. Sono otto gialli classici decisamente “cinematografici”, secondo la tecnica di cui parlavo precedentemente. L’anno scorso, con la collega e amica Elena Vesnaver, abbiamo scritto una raccolta di racconti, protagonisti, non a caso, altrettanti autori di gialli, la sua Sonia Leibowitz e il mio Walter Sabatini (che compare anche in Vita segreta di uno scrittore di gialli): si tratta di cinque storie, due a testa più una scritta a quattro mani. Abbiamo intitolato la raccolta Casa editrice omicidi: adesso stiamo valutando le possibilità editoriali. Poi collaboro con l’amico e scrittore Patrizio Pacioni negli Interrogatori impossibili del commissario Cardona, pubblicati fra le rubriche del sito Salottoletterario.it. Comunque le prospettive per il futuro non mancano, nella mia agenda ci sono pronte le trame e le scalette dettagliate di almeno quattro romanzi e una decina di racconti. E pensare che dopo il primo romanzo e due o tre racconti credevo di avere esaurito tutte le idee!
In sintesi, puoi dirci perché scrivi?
Anni fa, vidi in televisione una vecchia intervista al regista Dario Argento, che risaliva ai tempi del montaggio di Suspiria (quindi siamo verso la fine del 1976). Alla domanda su cosa lo spingesse a scrivere e dirigere i suoi film, quale fosse la molla vera che ne faceva scattare l’ispirazione e l’amore per il proprio lavoro, il regista rispose che lo faceva solo per un motivo: essere amato. Non per soldi, ribadì con decisione, né per fama o popolarità, o per appagare il proprio ego. Solo per essere amato. Vale anche per me, completamente. Se di tutti coloro che leggono una mia storia, anche uno solo riesce a stabilire un legame affettivo attraverso le parole stampate, e sente di volermi bene, allora ho raggiunto il mio scopo.
1«Roma», 10 dicembre 2006
Intervista rilasciata il 22 gennaio 2007 |
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