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Eduardo De Filippo
Il teatro e la
poesia di un maestro di maschere
a cura di Simona
Vassetti
Eduardo De Filippo si
può considerare uno dei rari personaggi italiani a non aver avuto più bisogno,
da un certo periodo in poi, di presentarsi col cognome.
Eduardo noto ai più
come attore e scrittore di teatro, ma allo stesso tempo prolifico anche come
poeta. Praticamente sconosciuto in quest’ultima veste, Eduardo ha in realtà
iniziato a scrivere poesie da giovane senza mai smettere. Come lui stesso
raccontò: «Dopo aver scritto poesie come fanno più o meno tutti i ragazzi,
quest’attività divenne per me un aiuto durante la stesura delle opere teatrali.
[…] Ora scrivo poesie anche indipendentemente dalle commedie». Le sue poesie,
scritte in dialetto, descrivono le strade di Napoli, la folla di personaggi
popolari che ritroviamo puntuali ad animare le sue commedie, ma descrivono anche
le contraddizioni e le ingiustizie più volte denunciate nel suo teatro.
Che le poesie per
Eduardo non fossero un passatempo è testimoniato dal fatto che, specialmente
negli ultimi anni della sua vita, amasse recitarle sia nel salotto di casa, che
in piccoli ritrovi per intrattenere il pubblico a favore di una causa
umanitaria. Un esempio su tutti fu lo spettacolo che organizzò per raccogliere
fondi da destinare alle vittime del terremoto del 1980 in Irpinia.
Eduardo credeva in
ciò che faceva, e soprattutto credeva nell’impegno individuale: le sue visite al
carcere minorile di Napoli, il Filangieri, e gli appelli al ministro della
Giustizia non erano un modo per farsi pubblicità, perché «Ai ragazzi bisogna
dare fiducia», diceva; l’acquisto e la ristrutturazione del teatro San
Ferdinando, dopo la fine della seconda guerra mondiale, furono invece
l’investimento di Eduardo per la rinascita della città e per il reclutamento di
attori che vivacizzassero il panorama del teatro italiano.
Come si può intuire
teatro e vita, per Eduardo, erano la stessa cosa. L’uno non poteva esistere
senza l’altra, e viceversa. Eduardo non poteva vivere senza il teatro, del resto
in teatro era nato e lì morì, mentre scriveva la traduzione in napoletano della
“Tempesta” di Shakespeare.
Gran parte della vita
di Eduardo si ritrova nel suo teatro. Figlio d’arte, essendo il padre Eduardo
Scarpetta, celebre attore ed autore di commedie, Eduardo non viene riconosciuto
dal padre, così come i suoi due fratelli, Peppino e Titina, perché illegittimi
(nati dalla relazione con Luisa De Filippo, nipote della moglie). Della sua
condizione di figlio illegittimo, Eduardo ne parlerà in due commedie, “Filumena
Marturano” e “De Pretore Vincenzo”.
Eduardo, nato a
Napoli il 24 maggio del 1900 e registrato quindi col cognome della madre, viene
seguito a distanza dal padre. Il debutto in palcoscenico, nella compagnia
scarpettiana, avviene a quattro anni. Eduardo Scarpetta non era affatto tenero
con suo figlio: «Mi teneva legato per due ore al giorno su una sedia
costringendomi a riscrivere le commedie degli altri e le sue», ricordava
Eduardo, che divenuto attore e padre a sua volta, non fu di pasta diversa.
Esiste un’aneddotica vasta e nutrita di testimonianze d’attrici ed attori che
raccontano di crisi isteriche, di pianti e di fughe dal palcoscenico. Lavorare
con Eduardo non era facile ed anche al figlio Luca non verrà risparmiata la
gavetta.
A quattordici anni
Eduardo, abbandonati gli studi (fuggì a tredici anni col fratello Peppino dal
collegio in cui li aveva iscritti il padre), entrò nella compagnia del
fratellastro Vincenzo Scarpetta con i compiti più vari, oltre che come comparsa.
A vent’anni, data la sua indiscutibile bravura, otteneva ruoli di primo piano
che il fratellastro doveva tollerare perché il successo portava incasso, e
l’incasso rappresentava la sopravvivenza della compagnia stessa.
Eduardo teneva
particolarmente a quest’argomento, che trattò nell’opera “L’arte della
commedia”, oltre che scrivendo articoli pubblici e lettere aperte. Riteneva che
il pubblico guardasse agli attori come ad una élite, ed invece nelle sue
commedie li rappresentava in maniera completamente diversa: i suoi commedianti
erano un gruppo di poveracci, esperti nell’arte dell’arrangiarsi, destinati a
vivere una vita dura, di fatiche e spesso di fame. Polemizzò fortemente nel 1980
con gli statuti del teatro pubblico, sull’espressione “L’Ente non ha fini di
lucro”, affermando: «Il teatro si fa sulla propria pelle e si deve pagare sulla
propria pelle. Il teatro deve rischiare e deve rendere. Abolire il fine di lucro
perché il teatro è pagato col pubblico denaro significa abolire il rischio,
l’iniziativa, la responsabilità e la tensione dell’impatto col pubblico».
Il carattere di
Eduardo era difficile ma aveva il pregio, per alcuni un difetto, di parlare in
faccia. È del ’71 la sua poesia che cita: “Io chesto tengo: / tengo ‘o pparlà
nfaccia. / Pure si m’aggia fa nemico ‘e Ddio / e me trovo cu i ‘isso’ / ffaccia
a ffaccia / nfaccia lle dico chello c’aggia dì. […]”.
Questa poesia, così
come la maggior parte delle altre, venne scritta in dialetto, ma col tempo
Eduardo operò una trasformazione enorme sulla lingua, applicata soprattutto alle
commedie: da farsesca e naturale, intesa a far ridere una platea molto vasta,
divenne una lingua viva, adatta a rendere immediati stati d’animo ed emozioni.
Una lingua che non
era più né dialetto né italiano, ma una miscela tra i due e che Eduardo
utilizzava magistralmente piegandola alle proprie esigenze di attore ed autore.
Per questo i suoi “personaggi” non si limitano ad imitare la realtà, ma lo
diventano essi stessi, dipingendo il mondo che Eduardo mette in scena senza
pietà e con grande compassione.
Nella poesia questa
metamorfosi della lingua non si evince, salvo in qualche raro caso. Le poesie
possono considerarsi, dunque, un luogo privilegiato, dove Eduardo poteva
confrontare la tenuta del vernacolo relativamente al parlato quotidiano e nello
stesso tempo conservare quel legame con la terra partenopea dopo il
trasferimento a Roma.
Eduardo e Napoli
ebbero un rapporto di odio ed amore. La Napoli messa in scena era derelitta e
misera, depredata da invasori esterni e dagli stessi abitanti; quando si
concluse la prima di “Napoli Milionaria!”, nel 1944 con la frase finale «Ha da
passà a nuttata», Eduardo stesso racconta dopo che «[…] scese il pesante
velario, ci fu silenzio ancora per otto, dieci secondi, poi scoppiò un applauso
furioso e anche un pianto irrefrenabile [...] tutti piangevano e anch’io
piangevo. Io avevo detto il dolore di tutti».
La Napoli così
dipinta da Eduardo era anche un pretesto per denunciare un certo tipo di società
e d’umanità che non era solo napoletana, tanto è vero che successive commedie
non ebbero l’ambientazione tra i vicoli della sua città. La vera Napoli
folkloristica, il vero “Paese di Pulcinella” (non a caso titolo di una raccolta)
si ritrova interamente nelle poesie, che pur non avendo la stessa profondità e
spessore delle commedie, conservano però la straordinaria capacità di Eduardo di
partire dall’infinitamente piccolo per arrivare all’infinitamente grande.
Rappresentano dei piccoli affreschi di una Napoli caratterizzata dalle sue
maschere.
Le poesie, anche se
in maniera più pacata, contengono denuncie sociali, e rappresentano un pretesto
per reagire alle ingiustizie sociali, per narrare l’ipocrisia o la solidarietà
degli uomini.
Infatti quando
Eduardo ricevette il premio Feltrinelli per il teatro, affermò che «In generale,
se un’idea non ha significato o utilità sociali non mi interessa lavorarci
sopra».
Da questa
considerazione nasceva il teatro di Eduardo, quello dei “Giorni pari” e quello
dei “Giorni dispari”. Questi ultimi che segnarono la caduta delle illusioni (che
avevano nutrito i “Giorni pari”) e della denuncia che si faceva sempre più
disperata.
È noto che una delle
ultime rappresentazioni di “Napoli Milionaria” fosse epurata della celebre
battuta finale, segnale che i suoi personaggi sarebbero diventati sempre più
soli e chiusi nel proprio inferno dell’incomunicabilità. Celebre allora diventa
un’altra frase tratta da “Le voci di dentro”: «Dice che parlare è inutile. Che
siccome l’umanità è sorda, lui può essere muto».
A vent’anni, quando
ebbe inizio la sua fortuna d’attore (quella d’autore sarebbe arrivata dieci anni
dopo con
“Natale in casa Cupiello”) il fratello Peppino lo descrisse in questo
modo: «Era magro come una canna da zucchero, due orecchie a sventola da fare
impressione, due occhi grandi, allampanati, espressivissimi. A guardarlo tutto,
testa, gambe e corpo era di una comicità irresistibile». Questo ritratto ad
Eduardo calzava a pennello e quegli occhi “espressivissimi” erano sempre
presenti sulla scena. Del resto Eduardo non recitava. Era, semplicemente.
Eduardo si calava
nella parte da recitare tanto da vivere come il personaggio, conferendogli in
questo modo una vitalità senza eguali. Non a caso c’era una profonda simbiosi
con i personaggi sognatori, isolati, esclusi, che lui esaltava mediante gli
sguardi intensi ed i silenzi pesanti e profondissimi.
Le pause ed i silenzi
che lo hanno reso inimitabile, si ritrovano anche nella poesia, considerato il
luogo riservato in cui Eduardo ha raccolto i suoi ricordi più intimi.
Nella poesia si
possono cogliere frammenti della sua biografia, quelli che restarono volutamente
fuori dal teatro: ricordi della madre e della sorella Titina, tante volte sua
compagna sulle scene ed insuperata interprete di “Filumena Marturano”.
Il conflitto tra
individuo e società, così presente nel teatro di Eduardo, e che si evidenzia
attraverso l’impossibilità di una reale comunicazione, trova nella poesia una
sua veste più semplice. Fin dalle prime commedie, Eduardo insiste sulla
necessità di ritrovare un linguaggio efficace e realista, privo di giri di
parole: «C’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare?», dirà Michele in
“Ditegli sempre di sì”, mentre in una sua splendida poesia affermerà che l’uomo
senza cuore fa fortuna con le parole, ma l’uomo che ha cuore parla davvero. La
dicotomia del linguaggio sta tra le parole che ingannano e quelle autentiche.
Questo il punto di partenza di tanti drammi eduardiani.
Una conclusione che
può sembrare spicciola ma che è significativa di tutta l’esperienza artistica di
Eduardo è racchiusa nelle seguente espressione: «Le idee mi nascono nel cuore
prima che nel cervello». Un’affermazione solo all’apparenza banale, visto che la
stessa vita di Eduardo era la testimonianza di cosa avesse significato per lui,
il cuore.
Diventato professore
di teatro, all’Università “La Sapienza” di Roma, ai ragazzi che gli chiedevano
di spiegare come si fa teatro, Eduardo non rispondeva ma, al contrario,
accennava qualche bozza di trama, e poi aspettava che fossero gli studenti a
creare. Non amava teorizzare, piuttosto preferiva lavorare sul materiale umano.
In nome della responsabilità individuale, presente sulla scena e nella vita.
Questa la lezione più severa ed importante della vita di Eduardo, attore e poeta
senza maschera.
Bibliografia
“I capolavori di
Eduardo”, 2 voll., Einaudi, Torino, 1973;
“Le poesie di
Eduardo”, Einaudi, Torino, 1975;
“Invito alla lettura
di Eduardo”, di A. Bisicchia, Mursia, Milano, 1982;
“Eduardo da scugnizzo
a senatore”, di F. Di Franco, Laterza, Roma, 1983;
“Introduzione a
Eduardo”, di A. Barsotti, Laterza, Bari, 1992.
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