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Due solitudini

di Danilo Palma

a cura di Gennaro Chierchia

 

La storia di due ragazzi, Giulia e Andrea, che si ritagliano un loro angolino in un mondo che, almeno all’inizio, non li accetta. L’amore tra loro è la chiave d’apertura verso se stessi e verso gli altri, ciò che gli fa apprezzare la vita e li fa, in definitiva, vivere. Andrea è un ragazzo difficile, ha avuto un padre violento che se ne è andato via di casa e ha una madre apatica ed egoista che si è rifatta una nuova vita con un compagno altrettanto strafottente. Trova rifugio nella droga, anche durante il rapporto “terapeutico” con Giulia. Questa invece è una ragazza anoressica che non accetta il proprio corpo e che perciò vorrebbe non mangiare fino a farlo scomparire del tutto. Vive una rivalità inconscia con la madre e deve sopportare un padre, anche qui mi viene da scrivere «almeno all’inizio», depresso e succube dell’atteggiamento manageriale della moglie, sempre capace a risolvere ogni questione. È lei il vero uomo della casa. Però tutto questo male di vivere a un certo punto del romanzo viene superato, per quanto riguarda la famiglia di Giulia. E sì che l’amore per Andrea può aver dato sicurezza alla ragazza, tuttavia appare un passaggio troppo veloce e poco verosimile rispetto a tutto il male che ha dentro e che ci viene descritto nelle prime pagine del romanzo. Così come appare troppo sbrigativa la ripresa del padre di Giulia, da depresso che piange per il “fallimento” della propria vita a uomo-nuovo, che si candida alle elezioni comunali, diventa assessore all’ambiente, prende in mano le redini della famiglia e addirittura fa invaghire di sé le amiche di Giulia! (avete presente American beauty?). Nel finale questo aspetto diventa ancora più pesante, e quasi “irrita”, perché la ragazza ha superato tutti i suoi problemi, lascia Andrea perché continua a drogarsi e sospetta che sia andato a letto con la sua ex compagna, ma un disegno sul muro della propria scuola e una scritta, «due solitudini» (Tre metri sopra il cielo docet) opera di Andrea la fa improvvisamente “rinsavire” e la spinge a partire per Dublino (tanto già doveva andarci per una vacanza-studio…) per cercarlo, ma non sembra importargliene molto se a un certo punto dice: «La prima settimana se ne va con un nulla di fatto, ma non ho nessun rimpianto, perché la vacanza è comunque un’esperienza straordinaria». Molto più sincero e realistico, invece, il disagio esistenziale dell’altra metà della coppia, quello di Andrea, ragazzo scapestrato ma pieno d’amore, che scrive poesie e lotta contro un mondo, quello sì, meschino. Il finale, che vede l’inevitabile incontro tra i due in terra irlandese, non è affatto scontato, perché Giulia e Andrea decidono di continuare la loro vita separati, seguendo nuovi percorsi di vita.

Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, molto scorrevole e ben scritto, a cui non avrebbe nuociuto uno stile più marcato, tipico di certa letteratura generazionale, e in sintonia con la materia trattata. Insolita e stimolante l’idea da parte dell’autore di narrare, lui che è uomo, la storia in prima persona dal punto di vista di Giulia, e tuttavia ben riuscita e credibile; la malattia che fagocita la ragazza è descritta molto bene anche se, come ho detto prima, si sarebbe voluta meglio analizzata la fase di guarigione.

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