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Racconti |
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Dialogo con il maligno di Maria Vittoria Morokovski
Arriviamo quasi tutti baldanzosi, ostentando sicurezza ed indifferenza, saliamo quei gradini con passo deciso, spingiamo quelle porte a vetri con irruenza o aspettiamo che si aprano da sole e si richiudano dietro di noi, come ad intrappolarci. Ecco che ci hanno inghiottiti e da quell’istante, nostro malgrado, veniamo colti da una strana inquietudine che facciamo di tutto per dissimulare. Spesso ci accompagna qualcuno, proprio come a dirci di essere forti e non avere paura, se si è soli quella sensazione di disagio s’impossessa di noi rapidamente, se abbiamo persone accanto mascheriamo ciò che ci penetra attraverso i pori e s’insinua nelle vene per arrivare a tutte le terminazioni nervose, al cuore che batte più velocemente, al cervello che elabora pensieri sempre più trascendenti la nostra realtà. L’accompagnatore gentile, ce c’è, pian piano inizia ad infastidirci, vogliamo restare soli. Finalmente si apre un’altra porta, lasciamo quella scomoda sedia dove c’eravamo fermati per forza, in un’attesa spasmodica che ci sembrava interminabile, ma prima o poi tocca a te. Entri, non saluti, sei troppo preso dal tuo voler essere indifferente e sereno, ma è proprio il tuo non salutare anomalo che ti dimostra l’alterazione del tuo giudizio. Poco importa, nessuno avrà fatto caso al tuo strano silenzio. Si spogli, là, dietro al paravento! Potrebbero benissimo darti del tu, visto il tono imperioso della richiesta. Qualcuno ti dice di toglierti la catenina e tu resti nudo ed indifeso sotto lo sguardo indifferente dei due che parlano tra loro della cena dell’altra sera. Uno dei due spazientito: «Non respiri!». «Respiri!». «Ma le ho detto di non respirare!». «Respiri!». Ma allora cosa devo fare? Respirare o no? Provo a dire qualcosa. «Silenzio!». «Non respiri!». «Respiri!». Ed io sempre più confuso non so se respirare o no, ma se non respiro soffoco, se respiro sento l’altro sempre più seccato che urla di non respirare. Il tunnel avanza sopra di me, sembra una balena che sta per inghiottirmi. Mi rassegno all’evento, sto quasi per addormentarmi, il ritmico ordine di respirare e non respirare mi fa da ninna nanna e sto quasi per sognare, quando l’orrendo mostro mi sputa fuori e debbo rimettere la catenina, che non so allacciare, mentre mi sento così sciocco, nudo con la mia catenina che non ne vuole sapere di tornare al suo posto. «Si rivesta!». Esco seminudo, la camicia è abbottonata male, i pantaloni sono aperti e la cintura penzola senza dignità. Mi risiedo su quella scomodissima sedia tentando di assumere un atteggiamento meno umiliante. Per un attimo sembra che tutti guardino me, l’attimo dopo sembra che io sia diventato invisibile. Una voce mi chiama, stento a riconoscere il mio cognome, storpiato e mal sillabato; entro in un altro buco nero; un’altra voce m’intima di spogliarmi; oramai non ho più volontà, mani estranee mi palpano anche le parti più intime, mi fanno male, non posso evitare d’emettere un urlo, il dolore è arrivato al cervello. «Allora scrivo che si è rifiutato e che non mi è stato possibile lavorare! Torni tra sei mesi, quando si sarà calmato!». «Ma di solito non ci metto sei mesi a calmarmi!». Mi scopro a supplicare di farmi ancora del male, che sia diventato masochista? Urlo ancora, l’altro s’incazza! Si vesta allora! Ma sì, sia come sia, mi vesto e me ne vado, che facciano quello che vogliono, me ne vado e non torno ne domani né tra sei mesi e s’incazzino pure! Tanto a loro non importa nulla di te e di quella cosa che cresce dentro di te, essere alieno che non ha trovato altro luogo dove manifestarsi che il mio povero corpo sgraziato, deturpato da vene scoppiate, cicatrici di lotte passate, cumuli di grasso venuti chissà da quale pianeta ad abitare proprio dentro di me. A nulla sono servite le intimazioni di sfratto, i pizzicotti feroci, i massaggi pesanti, le diete estenuanti, i farmaci, le cliniche, le corse e le sudate. Hanno un bel dire quelli in tv! Guardo le mie caviglie bluastre, mi guardo le mani, mi sembrano quelle di un altro, anche le scarpe non sembrano essere le mie. Sono quasi vestito, allaccio la camicia con cura, rimetto anche la cravatta e riesco finalmente ad allacciare la catenina. Ora me ne vado e mi sento di nuovo libero. Sto per farlo, ma una voce mi chiama: «Deve firmare qui!». «Cosa devo firmare!». «Il consenso!». «Quale consenso?». «Su non faccia tante storie, è una formalità, lo sa che la Legge vuole così!». «Quale Legge e cosa vuole?». «Scusi, ma a cosa devo acconsentire?». «A farsi curare!». «Perché potrei rifiutare?». «In teoria sì, in pratica glielo sconsiglio!». «Ma di che cosa mi devo curare?». «Mica sono un medico io, lei firmi, poi le diranno cos’ha!». «Ah! Ma non sarebbe meglio che lo sapessi prima di firmare?». «Senta io non ho tempo da perdere, se non vuole firmare, scrivo che si è rifiutato di firmare!». «Ecco il medico, aspetti che gli domando...». «Mi scusi, ma non ho tempo, aspetti e poi le diremo tutto!». «Allora firma o no? Ora ha parlato con il medico, sarà soddisfatto no?». «Ma se non mi ha detto niente!». «Allora non vuole firmare?». «No, va bene firmo!». «Dottore, mi potrebbe dire cosa ho firmato?». «Le diremo tutto a tempo debito, ora non possiamo dirle nulla, la massa che ha sembra liquida, il diametro è importante quindici centimetri, potrebbe essere una cisti, questa è la mia opinione, ma non ne siamo sicuri, la dottoressa sostiene che sia un tumore, a lei sembra maligno perché non ha i lembi ben definiti, ma il radiologo dice che oltre alla forma liquida ci sono altre due masse solide, ma lei non deve preoccuparsi, quando l’apriamo vedremo di che si tratta. Ora la saluto, ho altri pazienti che mi aspettano, è tutto chiaro no? La chiameremo noi!». «Ma scusi se non avete capito di che si tratta?». «Lei non si preoccupi, anzi, firmi qui, che è al corrente che se l’intervento fosse più difficile del previsto, la porteremo in rianimazione! In caso di decesso con chi dovremo parlare? Ci deve dare un nome!». Mi guardo nella porta a vetri, il vestito è tutto sgualcito, il mio viso sembra altrettanto privo d’appretto, sembro persino più basso, i miei piedi mi sembrano troppo grandi, i capelli sono scomposti! Non c’è più nessuno, sembro un cretino davanti a quella porta a vetri, se ci fosse qualcuno con me, mi chiederebbe :”Allora? Tutto a posto! Hai fatto tutto?”. Ed io avrei dovuto rispondere che avevo fatto tutto ed era tutto a posto, ma non mi sentivo affatto soddisfatto, non è stata la parola decesso a spaventarmi, piuttosto il decesso possibile per una causa non identificata, per l’errore del medico? Per una diagnosi approssimativa? Per un tic del chirurgo? Per una cisti piena di liquido velenoso? Una cisti che viene solo ai macellai, ma che ha avuto anche mia madre? Mia madre aborriva i macellai, era vegetariana. Quindi io avevo le stesse sue possibilità d’averla? O un tumore? Ma ecco una voce! “Ma che t’importa? Un decesso è un decesso! Quando sei morto che t’importa sapere di cosa sei morto?”. Rispondo alla voce: “Eppure lo vorrei sapere, non possono cavarsela così: se andrà tutto bene sarà merito loro, in caso contrario diranno certamente che eri maligno”. “Senti, cosa ti è venuto in mente di chiamarmi maligno? Non sai chi sia né da dove vengo e ti permetti di apostrofarmi come maligno!”. “Scusa, hai ragione, ma devi ammettere che sei un intruso e che non dovevi venire a crescere qui!”. “E se fossi benigno?”. “Scusa ma saresti ugualmente inopportuno, invadente e maleducato!”. “E se ti portassi fortuna?”. “Non ti ho invitato te ne devi andare!”. “E se fossi un regalo?”. “Di chi?”. “Da qualcuno che ti vuole risparmiare altri guai!”. “Resta il fatto che se arrivato in modo subdolo e che non vuoi farti riconoscere,ti diverti a farti osservare da tutti i lati senza voler dire chi sei e cosa vuoi”. “Già perché dovrei? Mi trattate tutti come un nemico, avete deciso di rimuovermi senza lasciarmi modo di spiegare!». “Da quando un tumore da delle spiegazioni?”. “Ma voi le avete mai chieste?”. “Io te lo chiedo!”. “Forse sono qui per farti soffrire!”. “Bella roba, come non avessi già sofferto abbastanza!”. “Forse no, invocavi una morte rapida ed indolore, io voglio dimostrarti che potresti averne una molto meno immediata, se fossi maligno; ti spiegherei che ti sei agitato per niente se fossi benigno, sopravvivere ora che ci sono io è importante, domandati perché?. Ieri volevi morire e non sapevi della mia esistenza, oggi che sai che ci sono vuoi vivere a tutti i costi! Sei stupido ed incoerente!”. “Dai non ti arrabbiare, dimmi chi sei? Chi ti ha mandato?”. “Sono il tuo Destino, sono sempre stato dentro di te, questa è casa mia, forse non mi vedrai più, ma non ti scorderai di me, anche se non saprai mai né dove né quando, ci rincontreremo”. |
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