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Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba: una
ipotesi di ricostruzione
di Marialuisa Sales
a cura di Enrico Pietrangeli
È un manoscritto ottomano del XV secolo
a scandire il verbo divino nella sua potenza generatrice di melodia. Dal
suono, intimamente connesso alla poesia, si evoca una danza che, nella
tradizione aniconica islamica, non resta che ipotizzare. La Sales lo fa
attraverso questo breve ma consistente trattato, sintesi di lunghi anni che
la vedono protagonista nella coreutica, soprattutto in ambito universitario,
anche con seminari e conferenze, attingendo tanto da il sama dei Sufi
quanto dal kathak indiano a tutt’oggi praticati. Una ricerca nella
“ricodificazione” sostenuta con basi teoretiche, che preserva l’integrità di
un modello medievale ancora caratterizzato da un approccio simbolico
piuttosto che analitico. Al-Fārābī e al-Mas‘ūdī
sono i due pilastri di riferimento dell’autrice. Per mezzo delle loro opere,
al di là degli aspetti speculativi, sono rese più tangibili talune forme
della danza araba medioevale, in particolare l’utilizzo del corpo come
“strumento a percussione” e l’innesto dell’interpretazione mimica. Ottimi i
riferimenti storici qua e là riprodotti in sintesi e note per meglio
ampliare la visione del lettore; quelli più pertinenti l’indagine prodotta
sono relativi alla dinastia abbaside, momento in cui è fiorente “il processo
di acquisizione dell’eredità culturale greca”. Un ruolo determinante, in
questa mediazione, lo ebbero anche alcuni cristiani nestoriani, come ibn
Ishāq, che finirono col trovare il loro ultimo rifugio in Mesopotamia.
Interessante come, nella centralità del suo razionalismo aristotelico,
al-Fārābī consideri la musica inferiore alla poesia poiché il suo “contenuto
sensibile” è più consistente rispetto al versificare che, in ultima analisi,
è più vincolato a contenuti raziocinanti nel suo indagare i piani
emozionali; di conseguenza, “il più elevato degli strumenti musicali”, sarà
il canto umano. Cosmopolita, storiografo e altrettanto razionalista è al-Mas‘ūdī,
precursore di un approccio analitico che, per i tempi, è a dir poco
originale e ricco di spunti. “Mimica, ammiccamento e acrobazia” sono parte
di quegli elementi comparativi che la Sales intende rielaborare attraverso
la kereshme, ovvero la danza classica persiana ottocentesca, per
affermare un valore del “sentimento” nella danza cortese anziché quello del
“movimento”, proprio della “coreusi contemporanea araba”. Da segnalare,
seppure soltanto accennato, è quel “processo simbiotico” tra cultura
islamica ed indiana avvenuto con la dinastia Moghul. Ragguardevole, come si
evince fin dall’introduzione, la consulenza storica e teologica, nonché
l’apporto di due capitoli, di Shaykh Abdul Hadi Palazzi. Emergono aspetti
controversi e meno noti al mondo occidentale, circostanze che, nel corso dei
secoli, ci riconducono ad un Islam dotto e moderato, aperto al mondo e al
progresso; un contesto che, in Europa, forse vede la sola eccezione di una
figura come Federico II. Partendo da un grossolano errore interpretativo di
von Sebottendorf, diplomatico tedesco in Turchia prima della grande guerra,
Palazzi ci descrive e decodifica un esempio di gestualità rituale Sufi.
Le annotazioni di giurisprudenza islamica mettono in rilievo
l’autorevolezza di al-Ghazāli, Sufi e teologo, che pone lo “stato d’animo”
quale elemento atto a discernere la natura “proficua o deleteria” della
musica e della danza, mentre Ibn al-Jawzi e Ibn Taymiyyah vengono citati
come letteralisti avversi non solo al suono ma, più in particolare, al
sufismo stesso. La disputa tra una visione spirituale ed una integralista si
è, di fatto, protratta “sino ai giorni nostri”. Non ci resta che sperare di
vedere ancora fiorire quell’Islam più profondo e ricco di contenuti tanto
artistici quanto mistici, piuttosto che vederlo miseramente decadere tra
“intolleranza” e “oscurantismo”. “L’Amore è la mia religione e la mia fede”
non è che un verso di Ibn al-‘Arabi, il
migliore, a mio parere, per concludere nella poesia la lettura di questo
libro. |