Racconti

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Come qualmente Patonsio conobbe le delizie e i gabbi d’amore (ah! l’amore!)

di Patonsio

 

Questo aneddoto potrebbe illustrare, con sufficiente capacità di tratteggio, l’originale temperamento (qualità d’altronde non troppo rara per i giovanotti del tempo che ci onoriamo di segnalare all’apprezzamento del lettore) del Patonsio nostro, che a quell’epoca recava la fronte inghirlandata di un numero inferiore di primavere.

L’amica “del cuore” (staremmo per dire, se quest’espressione cadesse congrua alla circostanza) di allora, una brunetta cui l’ecclesiastico più bonario avrebbe sacrificato la propria rettitudine, in ragione della di lei impudicizia (una notte di orge truculente era per costei un trastullo sempliciotto), gli soffiò un giorno vicino all’orecchio: «Patonsiuccio, Patonsino...? O Patòpatàpatèpatìpatù...? Ecché farai alla “Fiera dei prodotti tipici”?».

«Ma perché, che devo fare?».

«Beh, porti qualche prodotto tipico, no?».

«Allora dovrei portare a te…».

«Che sono forse tipica, io?».

«Eccérto, ché forse non sei un fenomeno...?».

Il supposto fenomeno allora inarcò un sopracciglio e rispose, inquisitiva e truce: «Tipo quelli da baraccone, vuoi dire?».

E senza buttar giù altre digressioni gli avrebbe anche fatto strenna di schiaffoni sinché la mano fosse sazia, se Patonsio non si fosse affrettato ad allegare, in tono di amorosa rappezzatura: «Ma certo cuore mio, sei un fenomeno come gentilezza, simpatia e bontà di cuore! Oh, come sei buona e simpatica! Pure la comare ’Razia1 lo pensa quanto sei buona nel cuore...!».

Nel dir ciò non mentiva, nel profondo fondo, poiché già allora annusava, con ogni probabilità, col naso della psiche, la generosità di quella sciropposa, anzitutto nei confronti di perdigiorno e gaglioffi ben dotati, se ci siamo capiti.

«Quella disonesta farebbe bene a badare alle sue corna, invece di pensare alla mia bontà!», fu il credito assegnato da Liliana (questo, il nome della carognetta) alla comare divulgatrice, portavoce di gruppi d’opinione ben insediati nel tessuto sociale della zona.

Bocca un po’ slargata, zazzeruta di criniera e abbondante allo stesso modo di fiero tosone nel corpo sodo e proporzionato (a grandi linee, se si vuol sorvolare su certe ridondanze corporee tutt’altro che sgradite al cultore infoiato nativo di quelle assetate latitudini) Lilli (eh sì, molte donne di simile impastatura, posseggono carezzevoli nomi di battaglia) era quel che si dice, se non proprio una nave-scuola, un vaporetto-studio, un rimorchiatore d’addestramento per giovani volenterosi od alacri apprendisti.

E quante canzonette sapeva!

Quanti juke-box aveva fatto cantare!

Quanti urlatori accompagnarono i suoi momenti di ristoro!

Quanti strilli nei suoi sollazzi!

Eh, beh!

Da innamorarsene, specialmente potendo far assegnamento su uno spiritaccio temerario.

 

***

 

Otto giorni più tardi, Patonsio il temerario (per l’appunto) faceva rotta per la Fiera, avendo caricato congiuntamente nel suo camioncino il fardello di polposi pomodori, la gagliarda Lilli e un non meno valente nano d’importazione (originario d’un paese distante ben più di venticinque chilometri) in qualità di ometto di fiducia, raccomandatogli da un parente col quale non intratteneva che rapporti dolenti.

Per dirla tutta, la fiducia accordata a quella sorta di piccolo braccio destro (in realtà più sinistro per sembiante e per indole) mai fu peggio riposta: ah, che farabutto mignon!

Ebbe sullo stomaco, per dir così, Patonsio sin dai primissimi istanti, e la sua unica ispirazione fu quella di procurargli sconforti a non finire, e afflizioni d’ogni taglia.

Quando doveva trattare con un cliente, si alzava sulla punta dei piedi e si gonfiava come un rospetto pretenzioso con tale sfacciataggine da apparire il fratello solo un pochino più piccolo e tracagnotto di Patonsio, che si stizziva a dismisura per quella specie d’usurpazione.

Per sovrammercato d’angustia, poi, i conoscenti lo prendevano in giro dicendo: «Ma sai che ti dico, Pato’? Non è che sia un granché di nano, il tuo nano…».

Oppure: «Dove te l’hanno rifilato il nano fasullo? T’hanno dato un bidone Pato’!».

Perfino: «O Pato’, certo che non li fanno più come una volta i nani, eh? E insomma…».

Quando Patonsio avesse voluto dare una strigliata all’omarino che, accecato dalla vanità, non si apparecchiava il corretto esser nano, quest’impertinente gli avrebbe restituito con sufficienza: «Che volete mastro Pato’… ci sono certe giornate che un cristiano non è troppo in forma…».

 

***

 

Come a Dio piacque, un bel giorno la fiera terminò, e la vita riprese il suo corso beffardo.

Andò, il nostro fuoriclasse, a trovare la sua bella un par d’ore prima che i suoi impegni non lasciassero prevedere.

Entrò alla chetichella per farle una sorpresina frizzante, e per tradurre in pratica la briosa trovata, si destreggiò ad avanzare verso la camera da letto procedendo esclusivamente sulle punte dei piedi, né più né meno come avrebbe fatto un danzatore russo di dubbia identità sessuale: saltellava e prillava rapito da quell’inesercitata abilità concedendosi falcatine e piroette che l’avresti detto sollevato come per magia o prodigio dalle commoventi note de Lo schiaccianoci se non de L’uccello dalle piume di cristallo.

Oh, portentoso pupillo della leggiadra Tersite!2

Sentì allora, dietro la porta dove voleva palesarsi alla maniera di angelo dell’annunciazione (dal più fulgido manto di splendidezza avvolto), sospiri trafelati, rantoli imbavagliati che indubitabilmente rivelavano l’ansia di sognanti fantasticherie vagheggiate dalla sua appassionata adoratrice…

Bisognava sentire come si struggeva!

Che sospiri…

Lilli al momento adorava, a ogni buon conto, le incursioni forsennate che il nano importato infliggeva al suo magnanimo corpo di missionaria della passionalità carnale.

Patonsio, mineralizzato dallo sconcerto, all’istante perse l’uso della lingua materna, nello scontro con l’ictus che per poco non lo lasciò offeso.

Però.

Lo riacquistò poco dopo: «Sgorbio indegno, preparati, è ora di crepare!».

Ma il tempo di sollevare la mano vindice che l’abrogherebbe dal registro dei vivi, quella scarsa creatura (tam citus quam erat ventus3) era già all’estero.

Più, mai più, si seppe di lui.

Lilli invece era assalita (ora) da un riso che la soffocava, e cercava scampo dall’asfissia annaspando e voltolandosi tra i guanciali imbibiti della guazza vischiosa delle estenuanti ultime battaglie.

Ruggì Patonsio: «C’è poco da ridere!».

«Stupidino, – boccheggiava squassata dalle risa – ma non sarai di certo geloso del nano, no? Era solo per vedere, tutto qua. Ah, non hai l’idea… O Dio Dio, ahiuhi...! Non ti puoi immaginare… Uh!

E riprese a lottare contro la mancanza d’aria, dopo di che gli fornì certi particolari, effettivamente comici assai, che finirono col disarmarlo del tutto.

Ad ogni buon conto, d’allora in poi l’ottimo Patonsio diffidò dei nani, importati o nostrani che si fossero, cominciando ad intuire in forma nebulosa qualcosa come l’idea che la delusione che sembra provenire dagli altri è in realtà un’amarezza per aver scoperto un errore di più commesso da noi stessi: è umiliante per l’uomo non comune mettere alla luce le ferite prodotte dai propri errori, laddove per l’uomo comune è senz’altro più gratificante coprirli e mistificarli.

Il più intenso scoraggiamento (sempre per quell’insigne sprovveduto suindicato) discendeva dalla scoperta d’aver male impiegato il proprio tempo con intercambiabili figurette, prive di una qualche caratteristica che consenta di perdonare loro la miserevole pochezza con cui sono impastate.

 

***

 

Il tempo, stravagante guaritore di ben più dolorose ferite, applicò i suoi cataplasmi.

 

***

 

Per curare meglio i suoi affari, un giorno Patonsio installò un ragioniere decorato di ottime credenziali in un locale che aveva preso in affitto. Questo ragioniere era tutt’altra cosa del nano canaglia: di livello più elevato, lavoratore, servizievole e meticoloso.

Una sera, introducendosi inopinatamente in camera di Lilli, pregustando la sugosa ghiottoneria d’un saccoccio di arancini caldissimi appena fritti e spadellati da sterminare a otto ganasce, trovò sparse al suolo le spoglie mendaci del contabile, non meno laborioso e infaticabile sulle rugiadose membra di lei che presso bolle, fatture e quietanze.

Ora, sperando di far cosa gradita al lettore risparmiandogli lo sforzo d’indovinare chi si celava nell’abile travestimento, si dirà senza rinvii che il ragioniere altri non era (quod erat demonstrandum4) che il vecchio nano.

Quel piccolo insaziato porco di pigmeo non aveva trovato niente di meglio, per assediare le carni generose di Lilli, che camuffarsi ineccepibilmente da computista provetto.

E parimenti per viziare lo stesso lettore, gli si risparmierà altresì le forti emozioni che farebbero seguito alla descrizione delle raccapriccianti atrocità consumate a danno del disadorno corpicino del nano martoriato per mano di Patonsio, il quale, in quella malaugurata congiuntura, si pose molto al di fuori dalla grazia di Dio nostro Signore.

Così di lui, nell’ora dell’etterno giudizio possa aver pietà.

 

1 Orazia. N.d.C.

2 Musa della danza. N.d.C.

3 Veloce come il vento. N.d.C.

4 Come volevasi dimostrare… N.d.C.


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