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Chiedilo all’amore
di Giuseppe Bianco
a cura di Gennaro Chierchia
Un
libro di “racconti tira l’altro”, scritti bene, nel consueto stile del
Bianco, che però stavolta ci mette un po’ più di verità dentro rispetto alla
sua precedente raccolta, “Lungo la strada del tempo”, verità nel senso di
materialismo, di materia, di «roba» che si tocca, e non solo sognata,
trattandosi di storie che ruotano intorno ai sentimenti. Racconti che
parlano d’amore, che mettono in scena diversi tipi di amore, amori a volte
inscindibili dal sesso o vanamente separati da esso, amori che non esistono
ma che sono più veri di quelli reali, come accade in “Senza parlare”. Ma
anche storie con un epilogo tragico, come “Giornata nein” e storie
sociologiche come “Flavia e l’altra” (doppio binario interpretativo quest’ultimo,
di esistenze e di sacrifici simili), e storie che mettono in scena la vita
di una famiglia come tante, due generazioni a confronto: “Carpe diem.
Memorie di un pesciolino rosso”. Ma in tutte è presente la forza dell’amore
e le sue problematiche, il desiderio di amare ma anche quello, spesso più
forte, di evadere, di provare un amore nuovo. Sembra che i protagonisti
delle storie siano così pieni di voglia di amare, da scoppiarne, si
avviluppano in ragionamenti e considerazioni infinite a riguardo, e per
questo prendono in esame la vita e la giudicano meglio di un sociologo,
spesso con ironia. Il capolavoro, parlando di ironia, lo si raggiunge con
“Storia d’amore e di grattate”, che mischia abilmente sentimento e vita
quotidiana, visti però da un’ottica particolare. Col suo linguaggio
semplice, che per la sua semplicità a volte risulta innovativo, chiamando le
cose nude e crude, e musicale, il Bianco ci conduce per mano in una serie di
storie quotidiane, che sono le storie di tutti noi perché possiamo viverle o
le viviamo già, e raccontando di queste vite spesso insoddisfatte
(dell’amore, del lavoro), racconta di noi tutti, ma soprattutto ci fa
comprendere come gira questo mondo, con un disincanto, un’ironia e una
voglia di vivere, che ce lo fa credere meno brutto. |