| Ipse scripsit | |
|
Chi scrive di più di Gennaro Chierchia
Stavo riflettendo sull’età giusta per pubblicare il primo romanzo. Quindici, venti, venticinque, trenta, quaranta…? C’è un’età a cui è opportuno giungere alla pubblicazione individuale? Se io pubblico il mio primo romanzo a vent’anni, ho molte più possibilità di costruirmi una carriera di “scrittore” che non uno che pubblica a trenta? A conti fatti sembrerebbe proprio di sì. Però non credo che il discorso sia così semplice, perché per esempio uno scrittore di vent’anni che ha già pubblicato il suo primo romanzo può avere difficoltà a pubblicarne altri, semplicemente perché la sua opera prima è stata un flop. Viceversa lo scrittore che pubblica a trent’anni può esordire con un romanzo che vende moltissimo, e che gli spalanca le porte di una carriera gloriosa. D’altro canto lo scrittore di vent’anni, pur avendo esordito in malo modo, ha più tempo di quello di trenta per rimediare ai propri errori e giungere ai trent’anni più consapevole della propria scrittura, e magari con già alle spalle più di un romanzo pubblicato. Allora uno direbbe: quindi è solo una questione di chi pubblica di più? Per me, questo di pubblicare molte opere, è un aspetto importante: attraverso più romanzi, o più racconti, si traccia come un percorso, un percorso di vita. Uno lascia delle tracce in quello che scrive, anche se è di pura fantasia. Tracce di sé, ma anche tracce di crescita “tecnica”, stilistica, che si evince dalla scrittura, che piano piano che si va avanti con l’età, indubbiamente matura, e cambia. Me ne rendo conto quando leggo le biografie dei grandi scrittori, quelli veri, in cui si fa, in genere, anche un po’ di analisi delle loro opere, e della loro vita in base a quello che hanno scritto. Ebbene è affascinante constatare come l’arte si fondi con la vita, come uno stato d’animo si rifletta in uno scritto, un episodio particolare, o insignificante, in una storia. Ma se uno scrittore ha esordito con un romanzo, chessò, a cinquant’anni, e prima non ha pubblicato niente, nemmeno un racconto, questo discorso del “percorso” non è fattibile, a meno che egli non pubblichi altre opere dopo, ma che comunque non potranno rispecchiare il suo “percorso” di vita precedente. Insomma a me fa sempre piacere sapere che un giovane autore è arrivato alla pubblicazione del suo primo romanzo, perché è un po’ come se crescesse coi suoi libri, e tu lettore che li compri, cresci assieme a lui. Credo inoltre che uno scrittore debba sforzarsi di pubblicare quanto più può, perché è un “obbligo morale” che egli ha verso se stesso e verso il dono che ha ricevuto, e verso chi si è appassionato alla sua scrittura. Ho visto da poco, in TV, la biografia di Greta Garbo, la grande attrice di cinema che ha vissuto il passaggio epocale dal “muto” al “sonoro”, e ho scoperto con sorpresa che ha smesso di fare film a soli 36 anni, e dire che ne aveva 84 quando è morta! Ebbene io mi chiedo: chissà quanti film avrebbe potuto ancora fare, quante emozioni avrebbe potuto ancora dare al pubblico se non avesse deciso di smettere, così giovane, di recitare (io me la ricordo bravissima in “Ninotchka”, di Ernst Lubitsch). Ora che ci penso mi viene in mente anche il grande Alessandro Manzoni: adesso non vorrei sbagliare, ma mi sembra che il solo romanzo che abbia scritto sia il longseller, diremmo oggi, “I promessi sposi”. Che tra l’altro ha riscritto tre volte e pertanto lo ha impegnato per parecchi anni (ma anche lui è vissuto a lungo). È vero che ha scritto altre cose (tragedie eccetera), però se si fosse dedicato di meno al suo romanzo-capolavoro, probabilmente oltre quello oggi ne avremmo un altro tra le mani, non vi sembra? Perciò un plauso a quegli scrittori che riescono a scrivere molto, e in fretta, che non si interrogano troppo sulle proprie opere, che non le “limano”, troppo, perché così facendo perdono l’opportunità di crearne altre; sì, magari producono opere non proprio perfette (ma qual è, poi, la perfezione?), però pubblicate, e tanto basta, perché arrivano al pubblico (se uno pensa a tutti gli scritti incompleti e i carteggi che vengono pubblicati postumi di autori che sono venuti a mancare…). Penso ancora al grande Anthony Burgess, che nell’anno in cui scrisse il suo capolavoro “Arancia meccanica”, scrisse non so quanti altri romanzi perché, per sua stessa ammissione, aveva bisogno di soldi. O a Jack Kerouac, che in sole 3 settimane o giù di lì, scrisse il suo più grande successo: “Sulla strada”. |
|
|
|
|