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Cassandra nel nuovo millennio di Maria Vittoria Morokovski
Ivana era una giovane studentessa di giurisprudenza, quando ebbe il primo sospetto di avere il potere di influire negativamente o positivamente sugli avvenimenti della vita altrui. La giovane donna era molto bella ed aveva grandi occhi verde smeraldo che, quando s’arrabbiava, diventavano, grigio chiarissimo, mentre quando era molto felice, diventavano azzurri. Come purtroppo accade a molti giovani della sua età, i rapporti con i suoi genitori erano conflittuali: non vedeva il padre da anni e con la madre aveva spesso scontri verbali violentissimi. Essendo una ragazza fondamentalmente buona, ogni litigio le lasciava una grande amarezza e il solco di incomunicabilità, che si approfondiva ogni volta, anche se lei tentava strade di riappacificazione, le rendeva la vita impossibile, tanto da pensare che una delle due avrebbe dovuto morire. Dopo un ennesimo
litigio per futili motivi, che però aveva assunto caratteristiche drammatiche,
Ivana aveva pensato persino di suicidarsi, ingerendo tutti i tranquillanti che
aveva trovato sotto mano; la cosa però non le riuscì e, anche la lunga dormita
che seguì al suo gesto, non servì a rimettere a posto le cose tra lei e sua
madre. Si sorprese a pensare, meravigliandosi del cattivo augurio, indegno di lei, che era un’accanita animalista, che scriveva appassionati articoli contro la pena di morte, contro le guerre e definiva tutti i criminali incapaci di intendere e di volere, perché credeva che l’uomo dovesse essere fondamentalmente buono e che solo un’anomalia cerebrale poteva fargli commettere le nefandezze di cui si macchiava, da che era comparso al mondo. Ad aumentare il suo senso di colpa, per aver pensato una cosa così orribile, si aggiunse il fatto che sua madre spirò davvero nel giro di due settimane. Morì senza chiarimenti, né perdoni reciproci e il ritrovamento di un memoriale che la definiva arrogante, egoista e senza cuore, fece vacillare la sua incrollabile fede nel dialogo e nella possibilità di trovare soluzioni ad ogni problema, discutendone. Addolorata da un verso, finalmente libera dall’altro, non riusciva a pensare a sua madre senza provare un assurdo rimorso e così cercò di cancellarla dai suoi discorsi e pensieri. Ebbe la sensazione d’essere foriera di morte, per la seconda volta, quando, esasperata dalle intemperanze dell’ex fidanzato, che aveva lasciato proprio perché lo aveva scoperto violento e prepotente, gli aveva gridato: «Ma ti sparassero almeno!». Non era il suo linguaggio, ma l’esclamazione le era venuta dal cuore. Quando poi, la settimana successiva, seppe che davvero era stato ucciso in una sparatoria, non si diede pace; il giovane, probabilmente, aveva preso a frequentare cattive compagnie, ma lei lo aveva amato e saperlo morto, proprio come glielo aveva augurato, le sembrò una coincidenza terribile. Ivana non era superstiziosa, era battezzata, ma non particolarmente credente, non subiva il fascino del demonio , non credeva neppure agli iettatori, ma il dubbio di portare sfortuna cominciò a non darle tregua. Andò persino dallo psicanalista, che le fece ricordare alcuni episodi positivi, anche i suoi auguri di guarigione, a molte persone, avevano portato salute e benessere, un poveretto aveva vinto una considerevole somma al lotto, dopo che lei aveva detto che avrebbe meritato d’avere fortuna, un’amica sfortunata in amore, dopo un suo pensiero positivo, si era felicemente sposata.
Lo psicologo cercò di convincerla d’essere solo più ricettiva di altri, d’avere ogni tanto, tutto al più, delle premonizioni istintive d’avvenimenti futuri e di non essere responsabile degli stessi. Ivana interruppe le sedute dallo psicanalista, sia perché non era accaduto più nulla, che giustificasse i suoi sospetti d’essere una menagramo sia perché l’onorario stava prosciugando la piccola eredità, lasciatale dalla madre. Ivana però, non era convinta che le cose avvenissero solo per coincidenza; tentò, a più riprese, di portare, consapevolmente, fortuna a qualcuno, senza per altro, riuscirci. Un’altra delle sue maledizioni istintive ed incontrollabili ebbe un esito letale; questa volta, era rivolta ad un medico che praticava la vivisezione, non lo conosceva di persona e la sua reazione era stata provocata solamente da un’intervista pubblicata su una rivista, lo scienziato era straniero e il suo: «Crepasse!» fu determinato dall’assoluta indifferenza che l’uomo mostrava per la sofferenza degli animali che torturava, non sempre per motivi di ricerca scientifica. Lo scienziato, pochi giorni dopo il suo malaugurio, fu investito da un’automobile di un pirata della strada; la notizia fece il giro del mondo. Ivana si convinse d’avere dei poteri incontrollabili, che funzionavano solo quando lei perdeva il lume della ragione e lanciava auguri e maledizioni, dettati da una forte spinta emotiva, che non poteva né determinare, né pilotare in alcun modo. Fattasene una ragione, cercò di applicarsi agli studi e non pensarci più, la morte d’esseri malvagi lontani, che fosse o non fosse determinata dai suoi pensieri, non la sconvolgeva più di tanto, non certo come la morte di sua madre e del suo ex, anzi, iniziò a formarsi nella sua mente il pensiero che avrebbe potuto far andare meglio il mondo, premiando i buoni ed eliminando i cattivi, in fondo, il suo inconscio, le permetteva di compiere delitti perfetti e, a volte, di cambiare, in senso positivo, la sorte di tanti derelitti o persone particolarmente sfortunate. Ivana s’ iscrisse a molte associazioni benefiche, certa che, se qualche caso l’avesse colpita particolarmente, avrebbe potuto far del bene a qualcuno. Dobbiamo dire che, fortunatamente, Ivana era ragionevole e dava in escandescenze di rado; pur odiando soprusi e violenze, coerente con la sua posizione contro la pena capitale, fautrice della possibilità del pentimento e della redenzione, difficilmente augurava la morte agli artefici di delitti orrendi, pensando che il rimorso e la consapevolezza del male fatto, fosse la peggiore delle pene possibili. Consapevole di questo, affrontò la sua carriera di magistrato, senza troppe remore e preoccupazioni per il suo presunto dono di preveggenza. Del resto non era certo lei a portare quelle persone in giudizio, avevano già iniziato a percorrere strade sbagliate, senza il suo contributo, gli innocenti forse c’erano, ma erano rari i casi in cui, era arrestata una persona che non c’entrava nulla. Ivana sperava che le sue facoltà si affinassero tanto da assisterla nella professione e farle capire meglio i percorsi delle menti di quegli individui. Incorruttibile e severa, era il terrore dei suoi colleghi, che sapevano di non poter commettere errori, pena una denuncia d’Ivana all’ordine dei magistrati. Ivana si professava apolitica e indipendente, ma gli imputati ricchi e potenti dovevano temere più di quelli poveri ed ignoranti; se non fosse stata una bella donna si sarebbe potuta tacciare d’essere una povera zitella frustrata, ma Ivana era bella e i corteggiatori non le mancavano, e, a dire di chi aveva la fortuna di frequentarla, anche privatamente, era allegra e simpatica, pareva che con la toga lasciasse in tribunale anche la sua seriosità.
Una sera, in un piano-bar che frequentava abbastanza spesso, in compagnia di un intellettuale suo amico e corteggiatore, Ivana conobbe una coppia che le fu istintivamente simpatica: lui, Filiberto, rampollo di una famiglia nobile decaduta, industriale per obbligo e non per scelta, di bell’aspetto, amante della pittura e degli artisti in generale, odiava il suo lavoro, impostogli a suo tempo dalla morte prematura del padre; lei, Vanessa, colta e riservata, si divertiva molto alle esibizioni del suo compagno e, a volte, con l’aiuto di un bicchiere di buon vino, lasciava da parte le regole della sua severa educazione e si esibiva cantando belle canzoni e ballando ritmi sudamericani; i due non erano sposati, ma formavano una splendida coppia che non passava inosservata. L’industriale aveva una moglie che entrava ed usciva da costose cliniche psichiatriche, che lo accusava di essere responsabile del suo malessere, e lo ricattava in tutti i modi possibili, minacciando di rivelare qualche irregolarità dell’impresa e di impedirgli di partecipare all’educazione del loro unico figlio, benché essa stessa avesse un amante, regolarmente sposato.
La sua bellissima amica, pur essendo libera, ufficialmente, non riusciva a sfuggire alle angherie di una sorella maggiore prepotente, Roberta, che, sostenendo di mantenerla, anche se non era proprio così, non mancava di renderle la vita impossibile. Roberta, probabilmente gelosa dell’avvenenza e dal successo sociale di Vanessa, non passava ora che non le rimproverasse qualche cosa, a cominciare dalla mattina presto; i motivi di screzio, apparentemente futili, erano tali e tanti che Vanessa sperava soltanto di trovare un lavoro, che potesse renderla indipendente, tanto da lasciare tutto il patrimonio alla sorella, pur di starsene tranquilla e da sola, ma un lavoro adatto a lei era difficile da trovare, non si era specializzata in nulla e pur avendo una buona cultura generale, era molto difficile trovare un impiego che le permettesse lo stesso tenore di vita che le consentiva la gestione del patrimonio di famiglia da parte della sorella maggiore. Gran parte di quel patrimonio era di Vanessa ma, avendo fatto l’errore di lasciar fare alla sorella i primi tempi, dopo la morte dei genitori era difficile, se non impossibile, rientrarne in possesso, senza creare fratture di rapporti, irreversibili. Roberta sembrava odiare tutti gli uomini che corteggiavano la sorella, Filiberto in particolare; forse a ragione, sosteneva che le facesse perdere solo del tempo prezioso, che avrebbe potuto usare o per finire gli studi o per trovare un bravo marito. Vanessa sperava invece che Filiberto, prima o poi, trovasse il coraggio e la volontà di separasi da quella moglie scomoda e apparentemente non amata; Filiberto, a sua volta, desiderava che la moglie trovasse un uomo di suo gusto, lo sposasse e smettesse di ricattarlo; il fratello e la madre di Filiberto, al contrario, si auguravano, che si riappacificassero e non dessero scandalo con un divorzio, che avrebbe macchiato la loro immagine pubblica di cattolici praticanti ed osservanti; il fratello aveva un motivo in più per desiderarlo, temeva che la moglie di Filiberto sapesse di alcuni scarichi di materiali tossici, non proprio legali, di cui era all’oscuro anche Filiberto. Ivana si trovava in un ristorante del centro con i suoi nuovi amici quando,nello stesso locale, entrò la moglie di Filiberto accompagnata dal suo amante, brillante avvocato, compagno di università di Ivana. L’atmosfera era particolarmente distesa e decisero di cenare tutti ad un unico tavolo, mostrandosi aperti e moderni. Le motivazioni di
tale scelta erano varie, Vanessa era felice di essere presentata come compagna
ufficiale; Filiberto voleva poter indagare sulle reali intenzioni dell’avvocato;
questi era lieto di poter mascherare la sua relazione con una cena tra amici; la
moglie separata di Filiberto era convinta di poter fare ingelosire entrambi i
suoi uomini; Ivana era semplicemente contenta dell’atmosfera festaiola e
rilassata e sperava di poterli aiutare a risolvere i loro problemi, se solo le
fosse scattato quel non so che le permetteva di portare fortuna, in certi casi.
Era la consorte dell’avvocato, che l’aveva mantenuto agli studi, gli aveva garantito una carriera e lo aveva sostenuto nei momenti difficili; qualcuno le aveva telefonato informandola di quella cena e del tradimento del marito, la poveretta non sapeva neppure chi delle tre donne era l’amante del marito, così aveva pensato bene di insultarle tutte e tre. La sua apparizione, ovviamente, distrusse l’atmosfera falsamente idilliaca, di pochi istanti prima; e tutti i presenti cercarono di terminare al più presto quella penosa serata. La sfuriata di quella signora lasciò un segno indelebile e portò a conseguenze imprevedibili: Filiberto di colpo si sentì paladino della povera moglie insultata ed ingannata dall’amante, Vanessa non fu lasciata del tutto, ma perse ogni speranza in una conclusione positiva, in tempi rapidi, della sua vicenda sentimentale, inoltre dovette sopportare le battute ironiche e i «te l’avevo detto» della sorella; l’avvocato rientrò nei ranghi velocissimamente, rimproverandosi l’eccessiva pubblicità data alla sua scappatella, malgrado frequentasse solo donne sposate proprio per non avere problemi, lui che, dopo tutto, non aveva mai avuto l’intenzione di lasciare sua moglie. Restava da sapere chi era stato ad informarla. Anche Ivana, qualche tempo dopo, ebbe modo di ripensare a quella serata; non aveva più frequentato la coppia Vanessa- Filiberto, sia perché loro sembravano essere in crisi, sia perché la sua vita privata era anch’essa ad una svolta. Ivana si era molto affezionata a Vanessa e le dispiaceva sapere che certo soffriva molto per tutti quegli avvenimenti.
I giornali pubblicarono la notizia del suicidio di una donna che si era impiccata nel garage di casa sua, il cognome della donna non le era famigliare e Ivana non pensò più a quella notizia, finché non le dissero che l’avvocato Scogliamiglio era stato imputato dell’omicidio della propria moglie, mascherato da suicidio, in modo ingegnoso: alla donna sarebbe bastato azionare con il telecomando la porta basculante, il meccanismo avrebbe sollevato il suo corpo permettendole di soffocare con la corda cui lo aveva connesso,ma sulla corda e sul morsetto avevano rilevato solo le impronte del marito ed era altamente improbabile che una donna che si vuole suicidare, avesse indossato i guanti e poi li avesse nascosti, prima di commettere l’estremo gesto. La probabilità di una vendetta trasversale, del proprio suicidio, travestito da omicidio, per fare incolpare il marito, sembrava improponibile, perché avrebbe avuto bisogno di una mente lucida e programmatica e la signora che aveva fatto quella scenata nel ristorante non sembrava avere quelle caratteristiche, inoltre, poiché il marito era tornato e non aveva altri gravi problemi né di salute, né di denaro, anche il motivo per cui avrebbe dovuto porre fine ai suoi giorni non era affatto evidente e non c’erano i soliti biglietti con cui i suicidi, velatamente o esplicitamente, accusano qualcuno di essere la causa remota della loro decisione. Apparentemente, la donna non aveva nemici dichiarati e l’unico che avrebbe avuto dei vantaggi diretti ed immediati era proprio il più giovane marito, che sarebbe diventato ricco e libero, se qualcuno non avesse voluto controllare le impronte. Anche questo suggerimento, come l’informazione della famosa cena alla defunta, era giunto agli inquirenti, per mezzo di una telefonata anonima. Ivana pensava che, necessariamente, doveva esserci qualcuno che sapeva com’erano andati i fatti e voleva che l’avvocato fosse sospettato, a meno che non fosse lui stesso che, facendo credere all’esistenza di una terza persona, non avesse programmato tutto per far indirizzare le indagini in un’altra possibile direzione ed insinuare un dubbio, che lo avrebbe scagionato poi. Ma, alla luce di quello che sapeva privatamente, Ivana non trovava altre persone che potessero avere giovamento dalla morte di quella donna; dopo l’autopsia si seppe era che stata drogata, tramortita, soffocata e, per finire, impiccata. Chi altri se non il marito avrebbe avuto il tempo di fare tutto questo, indisturbato? Chi avrebbe potuto pensare che non avrebbero svolto indagini e avrebbero creduto al suicidio? L’avvocato per l’ora presunta della morte della moglie aveva un alibi, ma l’alibi era davvero una strana coincidenza, il pomeriggio di quel maledetto giorno Vanessa era stata nel suo studio e gli aveva chiesto se davvero avrebbe lasciato la consorte e si sarebbe unito all’ex moglie di Filiberto, la ragazza, a dire dell’avvocato, era rimasta sconvolta quando lui aveva spiegato che non avrebbe divorziato e che l’altra storia per lui era conclusa; sembrava che le sue parole avessero infranto tutti i sogni di Vanessa e che la sua felicità fosse dipesa da lui e non da Filiberto. L’avvocato disse di averle offerto un caffé ed un whisky al bar per farla calmare, e di averla congedata in modo un po’ brusco, stanco dei suoi piagnistei. La ragazza confermò il tutto, ma non vi fu accordo per l’ora, il barman e la segretaria confermarono l’ora detta dall’avvocato, Vanessa invece sostenne che era stato molto prima; con le sue stesse affermazioni non si rendeva conto di aggiungersi ai sospettati. Qualcuno degli inquirenti avrebbe potuto sospettare che, considerando a torto o a ragione la donna come un impedimento alla realizzazione del suo sogno d’amore, dopo aver parlato con il marito, sia andata da lei e abbia messo in atto un folle piano non premeditato, ma dettato dalla passionalità del momento. Ad aggravare i sospetti su Vanessa si aggiunse il fatto che le trovarono in casa dei sonniferi simili a quelli che avevano intontito la donna uccisa. L’ora dichiarata dall’avvocato, dalla sua segretaria e il garzone del bar, tuttavia la scagionavano. «La segretaria, che era alle dipendenze dell’avvocato da molti anni, difficilmente lo avrebbe contraddetto, ed il garzone del bar, probabilmente, grazie ad una buona mancia, avrebbe potuto dire qualunque cosa». Così pensava a voce alta Ivana, parlando con uno dei titolari dell’inchiesta. L’assenza d’impronte sembrava sospetta e si decise di controllare di nuovo sia il garage che l’abitazione, era importante trovare o no le impronte di Vanessa, che avrebbe potuto anche essere complice dell’avvocato, altra ipotesi che prendeva lentamente il suo spazio. I due avrebbero potuto allearsi, uno per liberarsi della moglie, l’altra convinta che, una volta libero, sposando la moglie di Filiberto, le avrebbe permesso di coronare il suo sogno d’amore e di liberazione dalla sorella. Sembrava che tutti i rilievi non avessero fatto scoprire nulla d’importante, ma la solita telefonata anonima li invitò a controllare meglio le orme femminili. Pareva che l’assassino si divertisse a fornire indizi per complicare sempre più un’indagine che era partita come relativamente facile. Questa volta però, la telefonata arrivò all’ufficio d’Ivana, forse perché lei sapeva quali altre donne potevano essere coinvolte. Infatti, il suo primo pensiero andò alla moglie di Filiberto, che avrebbe potuto volerla eliminare; dopotutto, era entrata ed uscita da cliniche psichiatriche, più volte, e il dolore dell’abbandono, avrebbe potuto scatenare in lei irragionevoli moventi d’odio e desideri di vendetta. Non fu difficile trovare le sue impronte, la versione che diede l’avvocato era plausibile, affermò che l’aveva portata a casa in assenza della moglie per un incontro galante, se la stessa donna, quando l’interrogarono, non avesse ammesso di aver pensato ad uccidere l’avvocato o la moglie, nessuno avrebbe sospettato quella povera ragazza, reduce da un matrimonio sfortunato e abbandonata da un amante bugiardo. La cosa che, invece, fu scoperta quasi per caso, fu la presenza dell’impronta di scarpe da donna n. 41, numero abbastanza insolito per una calzatura femminile; il ritrovamento non avrebbe avuto seguito, se uno dei poliziotti non avesse notato e commentato la lunghezza del piede della sorella di Vanessa e avesse scherzato sulla differenza di corporatura delle due e se, un confronto, non avesse dimostrato che l’impronta trovata nel salotto era identica a quella delle scarpe indossate da Roberta. Roberta prima negò di essere stata in quella casa, poi, di fronte all’evidenza, ammise di essere stata lei ad informare la signora della tresca del marito, affermò di averlo fatto solo per salvaguardare la sorella da una grossa delusione e di non averlo ammesso prima per non affrontare un ennesimo litigio con Vanessa. Tra le donne implicate in questa storia Roberta era l’unica che aveva il fisico e la forza per tramortire e sollevare la vittima senza aiuto di nessuno, ma sembrava non avere movente; se davvero sperava che la sorella lasciasse Filiberto aveva tutto l’interesse che lui tornasse con la moglie e che l’avvocato sparisse dall’orizzonte. L’indiziato maggiore era sempre il marito, ma c’erano altre variabili da considerare e, senza altre informazioni, era difficile arrivare alla verità.
I presunti colpevoli erano tutti a piede libero e le indagini non avanzavano, s’era scoperto che l’avvocato aveva difeso una volta il fratello di Filiberto in una causa per l’inquinamento delle fognature cittadine, la cosa si era risolta con un’ammenda un po’ salata, ma non sembrava fornire motivi di coinvolgimento nell’omicidio della moglie del legale. A complicare il tutto si aggiunse un altro strano suicidio, la moglie di Filiberto si lanciò nel vuoto dal terzo piano della casa dove abitavano. Trovarono un biglietto che, con frasi sconnesse, annunciava che non ce la faceva più a sopportare quella vita e che voleva farla finita. La perizia però riuscì a provare che il biglietto non era stato scritto di recente, ma era uno di quelli redatti in precedenza, durante i ricoveri nelle cliniche psichiatriche. Chi sapeva dell’esistenza di quei messaggi? Chi avrebbe potuto prenderne uno e metterlo lì, in bella vista, dopo aver fatto fare alla povera donna un bel salto nel vuoto? La risposta più ovvia, anche in questo caso, era: il marito. Lui, di moventi, n’aveva a iosa, tutti sapevano di come fosse minacciato dalla moglie, che non aveva esitato di manifestare in pubblico la sua volontà di non permettergli di vedere il figlio e di rovinarlo sul lavoro con le sue dichiarazioni. Ma perché ucciderla proprio ora che sembrava essere più tranquilla? Forse per far ricadere la colpa su un altro dei sospettati dell’altro finto suicidio? Su Vanessa? Liberarsi delle due donne in un colpo solo? Vanessa era stata in quella casa, le sue impronte erano un po’ dappertutto, aveva anche parlato spesso con sua moglie,ma non c’erano prove che fosse a conoscenza dei biglietti d’addio, né che vi fosse mai stata da sola. Erano forse complici? Se Filiberto voleva uccidere la moglie perché rischiare di metterne a conoscenza un’altra persona che avrebbe potuto ricattarlo ancor più dell’ex moglie? Un altro che avrebbe potuto volerla morta era il cognato, ma perchè farlo proprio ora? Lei stessa, se si fosse davvero buttata da sola, probabilmente non avrebbe messo quel biglietto che, in fondo, avrebbe tolto anche il padre al suo unico figlio, che sembrava amare teneramente. Questo secondo suicidio, dalle caratteristiche d’omicidio, allungava la lista dei sospettati, senza portare a prove inconfutabili. Durante il processo dell’avvocato, questi non esitò a gettare sospetti su Vanessa e sull’altra povera donna morta, avendo capito gli avrebbe fatto gioco farlo. Vanessa, sospettata ed inquisita per entrambi gli omicidi, consigliata dal legale procuratole dalla sorella, si rifugiò in un ostinato silenzio e negò ogni circostanza, comprese quelle apparentemente inconfutabili. Il suo avvocato aveva suggerito di negare tutto, anche l’evidenza, solo in tal modo, diceva, avrebbero potuto insinuare il dubbio nei giudici e, persino, nel pubblico accusatore.
L’omicidio della moglie dell’avvocato era troppo terribile per non avere colpevole, e così il marito fu condannato in base ai semplici indizi ma, per un cavillo, non fece un giorno di carcere. Filiberto fu assolto, per insufficienza di prove e Vanessa per non aver commesso il fatto, in entrambi i giudizi. La faccenda sembrava definitivamente chiusa, quando un’altra telefonata mise gli inquirenti in allarme, la solita voce, questa volta, annunciava la morte di Filiberto, e avvertiva che si sarebbe ucciso viaggiando in macchina, incapace di sopportare il peso del rimorso dei due omicidi che o aveva commesso personalmente, o erano stati perpetrati a causa sua. Filiberto fu messo in guardia, ma non diede molto peso all’avvertimento, informò gli inquirenti di non avere intenzione di suicidarsi, disse che aveva un figlio cui pensare, e che, con le donne in generale, aveva chiuso. Anche i poliziotti pensarono ad un mitomane che, avendo saputo delle altre telefonate, aveva tentato di imitarle. Passò una settimana e Filiberto fu trovato morto in un fosso, i freni sembravano essere stati manomessi, ma avrebbero potuto essersi anche consumati naturalmente; se non fosse stato per quella telefonata anonima, per quella la voce contraffatta, per il tempo così ben cronometrato da non dare loro alcuna possibilità di rintracciarla e per l’ipotesi terrificante di trovarsi ad avere a che fare con un serial-killer anomalo che si divertiva ad inscenare suicidi, il fatto sarebbe stato classificato come un banale incidente. Vanessa ancora una volta fu interrogata, anche in questo caso avrebbe potuto essere lei la colpevole, avrebbe potuto volersi vendicare per l’abbandono, per il ritorno dalla moglie, per chissà quale altro folle pensiero. Anche questa volta non furono trovate prove concrete della sua colpevolezza, nessuno l’aveva vista avvicinarsi all’automobile, sembrava non avere particolari conoscenze meccaniche e tutti quelli che la conoscevano, affermavano che lo amava ancora e sperava che tornasse da lei. Era già il terzo omicidio senza colpevole, la certezza di conoscerlo e di non saperlo individuare, e l’idea che si trattasse di una persona informata dei fatti, non dava pace all’ispettore e ad Ivana, che spesso incontrava psicologi della polizia per chiedere loro di formulare un profilo dell’assassino ma, non essendoci precedenti, anche loro brancolavano nel buio delle ipotesi più contrastanti, concordando solo sul fatto che l’assassino, forse, voleva essere fermato ma che, allo stesso tempo, si sentiva come investito da una missione da compiere. Non si potevano escludere interessi personali ma non erano più evidenti, come potevano essere sembrati prima.
Ivana, che era riuscita a trovare il tempo per fidanzarsi con il suo amico intellettuale, invitò anche Vanessa e la sorella alla piccola festa che diede in quella circostanza; s’era affezionata alle ragazze e, dopo averle conosciute fuori e dentro le aule del tribunale, le considerava amiche meno fortunate di lei, aveva rivalutato anche Roberta, per come si era battuta per difendere la sorella e per come avesse avuto ragione nel giudicare Filiberto poco affidabile. Vanessa era sempre un po’ troppo accondiscendente, schiva, triste, non cantava né ballava più, china sui libri continuava a studiare «cose inutili», come diceva Roberta, che si divertiva ad elencare tutto quello che, a suo parere, Vanessa non sapeva fare. Seguì un monologo di Roberta, che fece riempire di lacrime gli occhi di Vanessa più volte, Ivana la fece smettere e le fece notare che sua sorella aveva passato davvero un momento terribile e che non era certo strano, se dimenticava di togliere le briciole dal tavolo o se lasciava cadere la cenere della sigaretta in qualche angolo della casa. Ivana si pentì di averle invitate, i suoi occhi erano diventati grigi per l’irritazione, in qualche modo aveva portato a casa il lavoro dall’ufficio, e sapeva che non avrebbe dovuto farlo; sperò di non vederle più, e di non lasciarsi più coinvolgere da fatti che non la riguardavano. A poco a poco il colore degli occhi d’Ivana tornò ad essere il solito verde che non la faceva passare inosservata e le comportava continui complimenti di amici e nemici, abbracciò il suo fidanzato egli chiese solo un momento, l’uomo si versò da bere, accese una sigaretta e inserì il CD della loro canzone, poco dopo squillò il telefono, rispose lui e gli dissero che la voce misteriosa aveva appena richiamato dicendo che sarebbe toccato a Roberta morire, ma che per lei era prevista una morte lenta, lei avrebbe dovuto soffrire, lei non si sarebbe suicidata, sarebbe stata uccisa da qualcuno che come lei amava umiliare, maltrattare, far soffrire.
Ivana ritornò nella stanza, aveva un abito molto femminile ed era molto sexy, la musica era invitante ed il suo profumo inebriante, i corpi si cercarono, le mani si strinsero, vibrando al suono di una melodia, che solo loro potevano ascoltare, fu abbandono, passione e scoperta. Quando abbracciati, esausti, inebriati, ripresero l’uso della parola; l’uomo si ricordò della telefonata e gliela riferì, senza precisare i particolari macabri e senza indicare la vittima predestinata. Ivana spalancò gli occhi, un lampo di grigio fu subito sostituito da un azzurro sempre più intenso,e disse: «Povera Roberta, che fine orribile, lenta e crudele, vorrei che si smettesse di uccidere, vorrei andare lontano, e non sentire più parlare di morte!». «Hai ragione cara, ma coma sai che si tratta di Roberta e che il killer ha annunciato per lei una morte lenta e dolorosa? Io non te l’ho detto, leggi forse nel pensiero?». «Ma certo che me lo hai detto tu, altrimenti come avrei potuto saperlo? Lasciami telefonare in ufficio, forse riusciranno a salvarla, come ti ho detto non ne posso più di morti, annunciate o no, portami via… sono stanca di fare il giudice, questo caso mi ha troppo coinvolta, d’ora in poi Vanessa dovrà arrangiarsi e difendersi da sola, voglio vivere solo le emozioni che mi sai dare tu». «Non aspettavo altro!», rispose lui in faccia all’avvocato che le permetteva di portare fortuna. |
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