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Caos calmo
di Sandro Veronesi
a cura di Gennaro Chierchia
Cosa
accade nella testa di un uomo a cui, mentre salva una donna che sta
affogando in mare, muore la propria compagna, dalla quale ha avuto una
bambina e con la quale è a un passo dal matrimonio? Questo interrogativo dà
l’avvio a Caos calmo, il romanzo fiume di Sandro Veronesi, una storia
che è tutta nella testa del protagonista Pietro, perché raccontata da lui in
prima persona, e perché i personaggi, i paesaggi, tutto, è filtrato dal suo
punto di vista, originale e riflessivo. Il dramma di Pietro è che ha salvato
una sconosciuta mentre la donna che amava moriva lontano da lui, non è stato
lì nel momento fatidico, e non ha potuto fare nulla per aiutarla. Davvero
strano il destino. Ma la cosa ancora più strana è che apparentemente né lui,
né la figlia Claudia di dieci anni, soffrono per la morte di Lara; è questo
il «caos calmo» del titolo, ed è questo che teme Pietro: teme che il dolore
possa affiorare da un momento all’altro, tutto in una volta, e possa
sconvolgere lui e la figlia in maniera «irreversibile», come la morte. È
anche una storia sperimentale, se si tiene conto che Pietro reagisce al
dolore della scomparsa della «moglie», come giustamente insiste a chiamarla,
restando sotto la scuola della figlia fino al termine delle lezioni; più di
tre mesi passati così, sotto una scuola, indagando l’umanità «ordinaria» che
si aggira intorno a lui, come un entomologo che studia gli insetti. Lui e la
sua macchina diventano il luogo del dolore, perché anche se non sembra, lo
stare tutto il tempo sotto quella scuola rinunciando ad andare in ufficio, a
fare la vita che sempre ha fatto, è l’esplicazione del dolore di Pietro per
la perdita di Lara; mentre la condanna di Claudia è quella di affrontare
tutto da sola (anche se questo aspetto sarebbe stato opportuno approfondirlo
nel romanzo, e non evidenziarlo solo nel finale). Il dolore chiama dolore,
sembra suggerire l’autore, e infatti a uno a uno il fratello, la sorella di
Lara, i colleghi di lavoro e i suoi superiori, vanno da lui, e si rifugiano in
quella macchina per sfogare il proprio dolore. Pietro accumula
impassibile i problemi e le paure di ciascuno, anche se non dà soluzioni,
d’altronde chi gli si rivolge non chiede di essere aiutato, il solo sfogarsi
è una liberazione. Il romanzo è fatto di numerose microstorie, talune
davvero brillanti e divertenti, come la ragazza di Piquet che dice cose
orrende senza rendersene conto e il figlio che invece di parlare conta, o la
lunga mail (forse troppo) che Pietro scopre nella posta di Lara in cui un
uomo sotto l’effetto della droga confessa di avere paura di essere sbranato
dal cane di una sua amica con cui è rimasto solo in casa. L’autore farcisce
la storia di riflessioni gustose; la sua scrittura è avvolgente, evidenziata
anche visivamente perché non ci sono paragrafi a dettare pause: un flusso di
coscienza ininterrotto, eppure «sopportabile». Unica nota stonata il finale,
che se anche «conclusivo», con Pietro che capisce, per il bene suo e quello
della figlia, che deve tornare alla vita di sempre, per affrontarla la vita
e non restarne fuori, si sarebbe voluto più lungo, anche in rapporto alla
quantità di informazioni che sono state date in precedenza, magari
rispondendo proprio a quella domanda: «E ora mi passate Lara, per piacere?»,
dove Pietro avrebbe potuto imbastire un dialogo a tu per tu con la moglie
scomparsa e che invece resta senza risposta. Se il dolore di Pietro è compreso
quello della figlia è solo spiegato, e certo questo non «appaga»,
considerando che l’autore poteva analizzarlo ampiamente in 450 pagine. Sono
piccolezze che si notano in un’opera affascinante, matura, senza peli sulla
lingua, che sfiora il capolavoro. |