Racconti

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Canto notturno di un vecchio marinaio

di Giovanni di Benedetto

 

Partì un giorno d’ottobre. Nessuno sapeva che non sarebbe più tornato. Abrham Coleridge. Così si chiamava.

 

«Capitano, il vento è a noi favorevole».

“Il vento del nord non lo è mai”, pensò il capitano, mentre tra le tasche della vecchia giacca cercava le sue sigarette. Trovate; ne prende una – sguardo all’orizzonte – l’accende.

«Levate l’ancora. Il mare ci attende».

           

Partì un giorno d’ottobre. Il mare lo attendeva. Nessuno sapeva che non sarebbe più tornato. Celine, la sua donna, ancora attendeva il suo ritorno. Lei non sapeva, non ancora almeno. Non poteva. Il vecchio Abrham le promise che sarebbe tornato, prima o poi.

«Tutto ha a che fare con la morte. In quell’istante, sei solo. Te stesso e tutti gli errori della tua vita. E un respiro, l’ultimo. Dopo, il nulla», disse Abrham a Celine il giorno in cui decise che sarebbe partito.

«Il mare, solo il mare può rendere meno spaventosa la morte. Devo partire».

«Tornerai, vero?».

«Tornerò».

 

Erano passati undici anni da quella frase. Alcuni erano nati, molti erano morti. Celine aveva ormai ottantasei anni. Da due riposava e passava ogni suo giorno su di un letto.

«Tornerà», diceva a chi con occhi compassionevoli la vedeva fissare la foto del suo Abrham.

 

D’oro l’orecchino di Abrham, d’oro. Glielo regalò sua madre, gitana innamorata di tutti gli uomini e di nessuno, il giorno in cui il vecchio Abrham – allora diciassettenne – disse per la prima volta: «Addio».

Disse alla madre che sarebbe partito per trovare se stesso.

«Troverai te stesso perdendoti in una donna», le disse la madre, gitana che tanti uomini aveva fatto perdere nel suo letto.

 

«Straniero… i tuoi occhi… me ne farai morire…», disse una donna.

«Io, ho appena iniziato a morire», disse un uomo con un orecchino d’oro.

Il vecchio capitano, credeva di aver trovato il suo porto – un naufragio forse –. La straniera disse di chiamarsi Celine, nome che a saperlo suonare avrebbe le note di un Notturno, pensò il vecchio Abrham. Musica.

Tante da allora le vite da lui vissute. Smise di essere capitano il giorno in cui incontrò Celine; per lei fu soltanto il suo Abrham. Ma un giorno d’ottobre partì. Disse che il mare lo attendeva. Nessuno sapeva che non sarebbe più tornato. Neanche il mare.

 

Di notte, l’eco del vento che sempre soffia da nord, sembrava risuonare delle note del suo nome, Celine, nome che a saperlo suonare…

Scivolano le dite del vecchio Abrham – sigaretta tra le labbra – tra i tasti di un pianoforte che non c’era.

«Le sue labbra… le sue labbra…».

– Dio nel cielo, spettatore di un dramma altrui che accade altrove –.

S’ode nel vento, lento recitare:

«Dispiegando i suoi veli

giunge silenziosa la notte.

Nel suo grembo

riposano i miei silenzi,

fra le sue labbra

quel che resta

di tutte le parole infrante».

 

Pausa. Silenzio.

«Come un amante

Risveglia le passioni sopite,

la sua funerea melodia

mi seduce».

 

Il vento che sempre soffia da nord, Celine, il mare, il capitano. Tutto sembrava suonare come un’elegia, quella notte.

«Capitano, quando torneremo a casa?».

«Tra due giorni».

 

Mancava un giorno al ritorno del vecchio Abrham, ma nessuno sapeva che non sarebbe più tornato. Prima di attraversare per l’ultima notte il mare, la nave del vecchio capitano sostò nel porto di Miratge.

«C’è una lettera per il capitano».

Prese la lettera il vecchio Abrham – bicchiere di whiskey nella mano destra – e la posò sulla sua scrivania. Decise che l’avrebbe letta il giorno dopo, alla vista del vecchio faro sulla scogliera. Casa. Sentiva già l’odore della pelle di Celine scivolare sulla sua.

 

Lontana, ma sempre più vicina, la fioca luce del faro sulla costa apparve all’orizzonte.

«Sto tornando amore mio, sto tornando…», disse sospirando il vecchio Abrham. Scese nella sua cabina, si sedette, prese la lettera, la aprì.

Celine è morta. La tua foto tra le mani. Sei un figlio di puttana.

Rilesse la lettera – un’unica frase – e la rilesse ancora una volta. Silenzio.

Il nulla negli occhi del vecchio Abrham, il nulla. Aprì un cassetto, prese – sigaretta tra le labbra – la vecchia revolver. Tre proiettili. Salì sul ponte.

Lontana, ma sempre più vicina, la fioca luce del faro sulla costa era sempre meno fioca. Stava tornando a casa. Nessuno ad aspettarlo.

Vento tra i capelli del vecchio Abrham. Era vento del nord. Suonava come la sua Celine. – Caricò il suo vecchio revolver –. Celine, nome che a saperlo suonare… nome che adesso era un’unica cosa col vento. Lei, Celine, la sposa del vento.

 

Il vecchio Abrham, pistola alla testa.

«Sarà la notte la nostra dimora eterna,

perché nulla è più triste

del risveglio che ci attende.

Amen».

 

S’udì uno sparo. S’udì del vento.

Musica.


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