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Cane mangia cane

di Edward Bunker

a cura di Gennaro Chierchia

 

A mio avviso il romanzo più violento, realistico e incalzante assieme a “Come una bestia feroce” di Edward “Mister Blue” Bunker. Un vero e proprio pugno nello stomaco dove, come nell’altra opera sopra citata, la violenza è ritratta in presa diretta, nonostante qui si utilizzi la terza persona singolare anziché la prima, che è più adatta allo scopo.

Si narra di tre delinquenti incalliti – Troy, Diesel e Mad Dog – accomunati dall’amicizia maturata dalle esperienze condivise nei riformatori e nei carceri il cui unico scopo è perseguire la strada del crimine per affermarsi socialmente. È questo che fa riflettere più di tutto del romanzo, e cioè che il crimine è, per essi, il solo modo per affrontare la vita, l’unica strada percorribile. Ciò ha una spiegazione solo se si tiene conto del loro background, costellato di soprusi e di violenze familiari; ciò che essi hanno subito lo riversano sul mondo moltiplicato cento volte. A questo proposito Bunker non si risparmia a denigrare l’operato svolto dalle prigioni, che secondo il suo giudizio di ex galeotto incattiviscono ancora di più i criminali, ne fanno dei mostri, come Mad Dog. Che all’inizio della storia, strafatto di droga, per una banale lite per il possesso di una carta di credito, non esita ad ammazzare la moglie e la figlioletta.

È una scelta coraggiosa e rischiosa quella di Bunker di fare protagonisti tre uomini che, oltre ad avercela con chiunque cerchi di ostacolare i loro atti criminosi, si fanno le scarpe a vicenda – da qui l’esplicativo titolo del romanzo. Diesel non ci pensa su due volte ad entrare nella casa di Mad Dog per derubarlo e Troy, che è il più saggio e che è il collante della banda, ammazza Mad Dog a tradimento; e Diesel non corre in aiuto di Troy quando questi deve tenere a bada una poliziotta. Il lettore non si può identificare con nessuno dei tre, perché si tratta di esseri abominevoli, che non esitano a tradire, a sequestrare bambini, a sparare su poliziotti e civili.

Mai come in questa opera Bunker è stato abile a descrivere le sequenze delle sparatorie – su tutte quella finale in cui Troy, in fuga con marito e moglie in ostaggio a seguito, ingaggia un conflitto a fuoco con i poliziotti. Come sempre grande maestria nello scavare nell’animo umano, facendo emergere sensi di colpa e paure nascoste e nelle rigorose descrizioni di luoghi e paesaggi. Trova anche il modo di omaggiare il regista/fan Quentin Tarantino – per cui Bunker ha interpretato la parte di Mister Blue in “Le iene” –, quando scrive che l’unico film che Troy avrebbe visto volentieri era “Pulp fiction”.


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