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Boogie dello sbirro e dell’impiegato di Vito Biondo (racconto che ha partecipato al concorso letterario Noir Story)
Il 12 ottobre una pattuglia della polizia fa irruzione nell’abitazione di R. A., impiegato presso il comune di Galeano, con un mandato d’arresto da eseguire istantaneamente. Nello sgomento generale della famiglia, composta da moglie e tre bambini in età scolare, il soggetto viene letteralmente acciuffato da due uomini della pantera, chiuso in manette sotto gli occhi atterriti dei familiari e trascinato via. Il viceispettore saluta la donna e i tre figli con un gesto di riverenza al berretto d’ordinanza, quasi a scusarsi di aver turbato in maniera irreparabile l’ordine e la quiete domestica. L’impiegato è sbattuto dentro la volante, affiancato da uno dei due agenti (quello con lo sguardo più truce), mentre il secondo agente si mette alla guida della potente berlina della polizia. Il vicebrigadiere, dopo essersi seduto al lato passeggeri, rivolge un ultimo sguardo verso la finestra dell’abitazione, poi inserisce un compact disc nello stereo della pantera e infine dà l’ordine di partire.
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Il poliziotto truce F. L. continua a guardare di sottecchi il prigioniero, di per sé piuttosto sereno, e in un’occasione, quando è sicuro di non essere visto dal collega nello specchietto, sputa sulla scarpa destra dell’impiegato in manette, digrignando i denti di fronte allo sconcerto di quello. Nello stereo, un velocissimo bebop suonato dalla tromba di Dizzy Gillespie contribuisce all’atmosfera.
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L’agente scelto N. G. è sempre stato considerato un perfetto poliziotto, dedito solo al lavoro, e il suo comandante, il viceispettore seduto affianco in auto, lo tiene fin dall’inizio in gran considerazione. Tuttavia, a ragione della sua eccessiva bontà e premura, dimostrate anche in condizioni critiche che normalmente richiedono durezza e determinazione, il comandante l’ha sempre assegnato a compiti secondari: guida della volante, appostamenti non operativi, copertura per gli agenti impegnati nello stanare pericolosi criminali. Per questo, ha acquisito una certa dimestichezza come autista, e – d’altronde – non sarebbe stato in grado di adempiere pienamente al ruolo operativo rivestito da F. L., né soprattutto di sputare sulle scarpe del prigioniero in palese violazione dei diritti umani.
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Al viceispettore W. T. Dizzy Gillespie è sempre piaciuto. La mattina dell’arresto di R. A. conduce i suoi uomini dritti nella tana del pericoloso individuo, affinché venga stanato e consegnato alla giustizia. In mente, durante l’operazione, tutto lo spartito di Trumpet Blues, otto minuti di assoli: tanto è lungo l’arco di tempo impiegato dall’irruzione alla traduzione del prigioniero in auto. Come al solito, piazza quell’impiastro di N. G. alla guida, mentre a guardia dell’impiegato lascia l’arcigno F. L., consapevole che sarà molto più indicato.
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L’ammanettato viene senza indugio trasferito alla Casa Circondariale, un supercarcere di massima sicurezza. I due poliziotti, sotto lo sguardo di alcuni colleghi della Penitenziaria, fanno scendere con garbo e risolutezza il soggetto, capeggiati dal viceispettore, e l’accompagnano in una stanza, lasciandogli i ceppi ai polsi. Il comandante ordina all’Impiastro di andare a prendere dell’acqua e un bicchiere, casomai il prigioniero avesse sete, e rimane solo con il Truce a custodia dell’uomo.
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Non ha mai avuto alcun dubbio, R. A., sui motivi di quel repentino fermo, la sera di questo 12 ottobre. Ha sempre vissuto con lucidità gli atti compiuti e gli effetti dei suoi gesti, relativamente alle conseguenze etiche, familiari, personali e penali, senza per un attimo sorprendersi di se stesso o precipitare in stati di deliquio. R.A. non ha mai esitato a fare quel che ha fatto e quando l’ha fatto, e ora sa che deve pagare lo scotto con la giustizia e la coscienza. Unico motivo di angoscia, il preoccupante silenzio dei suoi persecutori: non una parola dal momento dell’arresto allo spostamento nella stanza degli interrogatori, in carcere. Né con lui, né tra di loro. È un silenzio alquanto strano e, si direbbe, surreale.
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Il telefono squilla tre volte, in casa di S. B. La convivente, di quindici anni più giovane di lui, risponde al telefono. Può richiamare?, chiede gentilmente alla voce nel telefono l’affascinante donna. No, è urgente. Lui è indaffarato, per la verità. Urgentissimo, questione di vita o di morte. S. B. deve dunque interrompere due delle sue passioni preferite, eccetto quella primaria di sperimentare nuove posizioni con la giovane e focosa amante: la lettura di riviste d’auto sportive e l’evacuazione. Chi è?, ulula nella cornetta, scocciato del disturbo. Viceispettore W. T., dottore. Abbiamo preso l’Impiegato. La stiamo aspettando per l’interrogatorio. Merda, replica più per se stesso il Procuratore Aggiunto S. B. prima di sbattere la cornetta. Tesoro, lavoro straordinario, devo andare, ma non c’è bisogno di spiegazioni. La seducente mora lo bacia sulla porta, porgendogli una giacca. Un’autista in strada gli apre la portiera dell’auto, solenne.
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In cinque minuti, tempo intercorrente tra l’ordine di andare a prendere l’acqua e il ritorno dell’Impiastro, il viceispettore Capo W. T. non fa altro che pensare alla tromba di Dizzy Gillespie in Manteca, che poi è sinonimo di impiastro, ma nel senso di unguento, pomata. A Dizzy Gillespie e a quell’incavatura nel tavolo dell’interrogatorio, dove il meno sereno R. A. sta seduto. Sotto il bordo del lungo tavolo, infatti, W. T. ha fatto a suo tempo aggiungere ad un falegname un asse di legno cavo, in modo da formare una specie di piccolo cassetto, piccolo e segreto. Su questo lungo asse incavato, invisibile per chi non conosce l’invenzione (ovvero tutti tranne il Capo e il Truce) ha riposto poi un altro pezzo di legno dalla forma affusolata, lungo all’incirca mezzo metro, dotato di un’anima in piombo e di una fodera in velluto. Per le evenienze. E si dà il caso che l’arresto dell’Impiegato sia una delle particolari evenienze cui il particolare strumento è stato preposto. Il Truce tira fuori con un gesto esperto il cimelio, armandosi del suo migliore sorriso, e saggiando la morbidezza del velluto. L’Impiegato sgrana gli occhi e inizia a tremare.
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Intanto, B. M. ha allertato la sorella. Vieni, dice, hanno portato via R.. Così, A. M. M. accorre a casa della sorella, dove è avvenuto l’arresto. I bambini sono ancora spaventati, la più piccola, Eleonora, è in lacrime. B. M. spiega che la polizia ha arrestato suo marito, il cognato. E ora che si fa?, chiede la sorella. Tu pensa ai bambini, io chiamo l’avvocato. La sorella esita, sta pensando a qualcosa. Valuta la situazione, riflette, ricorda. Non sarà per caso, domanda, ancora quella storia di quattro mesi fa, no? Oh, non me ne ricordare, scoppia in lacrime B., che fino a quel momento è riuscita a trattenersi. Dici che è ancora per quel fatto? E che altro, se no, replica con una punta di cinismo la sorella A. M.. Vuoi dire che per quattro mesi quelli hanno continuato le indagini senza dire niente? Non può essere altro, comunque bisogna fare qualcosa. Senti, singhiozza ancora la moglie stringendo le teste dei figlioli a sé, porta i bambini dalla mamma. Io cerco l’avvocato P. Z. e torno qui, così decidiamo il da farsi. D’accordo, dice la sorella, andiamo. Anche i due gemelli, Alessio e Sebastiano, ora piangono.
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L’Impiastro torna con l’acqua. Entra nella spettrale stanza degli interrogatori con aria compita, ligia. Non si accorge che il prigioniero è riverso su un lato della sedia, chino su se stesso. Le mani legate dietro lo schienale gli impediscono di accasciarsi completamente. Dietro di lui, il Truce sorride sghembo, tenendogli le spalle. Il Capo è seduto sull’altra sedia, posta di fronte, a un metro dall’Impiegato. L’Impiastro posa la bottiglia d’acqua con i bicchieri di plastica sul tavolo, dà un occhiata perplessa al prigioniero, sul cui volto è impressa una smorfia di dolore, ma tace. Pensa che sia paura. Si ritira al posto che il Capo gli ha assegnato, vicino la porta, mani dietro la schiena. Gli interrogatori gli piacciono. Il Truce ha già riposto il Randello nel suo nascondiglio.
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Il Procuratore Aggiunto arriva trafelato al supercarcere, si dirige in fretta verso l’ingresso, verso le scale, verso la sala degli interrogatori. Saluta tutti con un cenno frettoloso della mano, bussa, entra senza aspettare che gli venga aperto. Eccoci, dice al plurale, ma non perché si senta un papa. Eccoci finalmente faccia a faccia con l’Impiegato, in questo senso. Due inchieste di quattro mesi l’una, gli è costato l’impiegato. Mesi di intercettazioni telefoniche, di indagini in collaborazione con la polizia postale, di tecnici telematici ventiquattr’ore su ventiquattro con la faccia appiccicata allo schermo a scavare nei siti della rete. Mesi trascorsi ad occuparsi svogliatamente di truffe, frodi informatiche, qualche rapina; e poi interi pomeriggi immerso nell’abiezione dell’Impiegato e della lobby di cui questo ha fatto parte. Roba da avvelenarsi il cuore. Da non dormire la notte. Da impiegare quasi tutto il tempo libero per raccogliere prove contro di lui. E ora, finalmente, il coronamento di tanti sforzi. Una vita di sacrifici per studiare, vincere il concorso, entrare in Procura, farsi affidare le inchieste peggiori, le più scabrose. Una vita per smascherare tutti gli Impiegati del distretto, almeno, e se possibile di tutta la nazione. Una vita condensata nell’aria stantia e viziata dal fumo della sigaretta del Capo, nella stanza che si schiude davanti ai suoi occhi.
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Il quartiere non tarda ad agitarsi. Eccetto alcuni dissidenti, destinati ad essere isolati e additati come forcaioli e giustizialisti, famiglie in capannelli di uomini e donne di tutte le età si raccolgono intorno al terzetto composto da B. M. la Moglie, P. Z. l’Avvocato e T. T., carismatico attivista del rione noto per le sue battaglie contro gli immigrati (definiti invasori e ruba lavoro agli italiani e in particolare ai Galeanesi). Hanno arrestato ingiustamente R. A. Moglie, Avvocato e Leader stanno fomentando la folla contro i giudici e le forze dell’ordine, rei di aver rapito e deportato illegittimamente l’Impiegato. La folla plaude, si lascia convincere. I più riottosi spingono per la tesi del complotto. È stata una macchinazione, gridano più voci. R. A. è un bravo giovane, che ha fatto di male?, chiede qualcuno senza neanche sapere il perché di quell’assembramento. Il Leader, pungolato e convinto dalla Moglie, spalleggiato dall’Avvocato, prende la parola. Tutti gli altri tacciono, come sempre quando parla lui. Io ritengo, esordisce, che non solo ci sia sotto una congiura, ma che questa sia stata ordita ad arte per vendetta. Le parole sortiscono l’effetto di una bomba, le voci del popolo si fanno di nuovo concitate. Qualcuno urla che sì, è vero, l’Impiegato si occupa di arte, è colto, è un bravo ragazzo, chi si occupa di arte va rispettato, non arrestato. Una enorme, ingombrante signora di mezza età dà di gomito alla vicina e chiede in dialetto che cosa significhi ordita. I più attenti, dalle prime file, si interrogano su chi possa aver fatto una cosa del genere, organizzare così a fondo una trappola per incastrare il bravo giovane Impiegato. I parenti, sussurra uno. I parenti, si amplifica la voce. La Moglie annuisce, l’Avvocato abbozza un sorriso. La voce l’hanno messa in giro loro, grazie al Leader e alla sua autorità. I parenti di lui, ovviamente, che non sono tra la folla. Sorpresa, eccitazione, rabbia. La piccola massa si agita e agita i pugni. Quei bastardi, dicono. In mezzo alla calca ordinata ma vibrante, un ragazzo tace, non si sbraccia, non grida alla vendetta contro i vendicatori del bravo giovane Impiegato, alla giustizia contro i giustizieri. Tace, è un Dissidente. Dell’Impiegato ha una pessima opinione. In cuor suo, ringrazia i giudici e i poliziotti che l’hanno arrestato. Ben gli sta, pensa, spero che lo condannino a vita. In prigione, quelli come lui, fanno una brutta fine. E torna a casa, non visto, mani in tasca nella sera incipiente, soddisfatto.
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Eleonora, Alessio e Sebastiano piangono ancora, a casa della nonna materna. Non sanno, non capiscono. Gli hanno sottratto il padre, sono stati abbandonati dalla madre. Loro vogliono che tutto torni come prima, vogliono tornare a casa, a farsi coccolare da mamma e papà.
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Il Procuratore e il Capo siedono affianco. Dall’altro capo del tavolo, a un metro, siede l’Impiegato, che ha ripreso fiato. Alle sue spalle il Truce, sigaretta in bocca, in posa marziale. Alla porta, il buon Impiastro. Sulla scrivania, un faldone con l’intestazione Procura della Repubblica e sotto, in piccolo e a mano, Polizia di Stato - Polizia Postale. Un faldone traboccante di documenti, fotografie, tabulati. Il Procuratore si prende altri due minuti, assoluto silenzio. Poi rompe la quiete chiedendo una rara sigaretta. All’Impiegato scappa un colpo di tosse, profondo. È il momento per attaccare. Ha qualche problema? L’Impiegato non risponde. Il Procuratore apre il fascicolo, trae a sé i tabulati e i documenti, prende le foto e le sparpaglia con un gesto di odio davanti al prigioniero. L’Impiegato adocchia le fotografie: stampe digitali di immagini on-line e un nutrito numero di foto scattate con una normale polaroid. Un sorriso dolciastro gli si dipinge sulle labbra, ma gli occhi non ridono. Il Truce stringe con violenza le spalle del prigioniero, facendolo contorcere. Sono zampe da gorilla, le mani del Truce. Il buon Impiastro si protende per dare un’occhiata furtiva alle immagini, la curiosità. Il Capo controlla a stento il proprio disprezzo. Vorrebbe colpire il prigioniero con un pugno: non è escluso che lo farà. Non vogliamo parlare, vero?, chiede con garbo astioso il pm. Solo in presenza del mio avvocato, risponde infine quello. Bene, chiamiamo quest’avvocato. Viceispettore, mandi uno dei suoi uomini, per cortesia. Il Capo annuisce e fa segno all’Impiastro di andare a telefonare. Qui rimane l’agente, dice poi al Procuratore, noi andiamo a prendere un caffé. Il Procuratore acconsente ed escono. Prima di chiudere la porta, il Capo indirizza uno sguardo complice al Truce ed uno maligno all’uomo seduto, che avverte un tremito di panico. China ancora la testa, già stanco. Chiusasi la porta, lo sbirro accarezza la testa del prigioniero, gli sussurra alcune parole all’orecchio. Sotto il tavolo, una mano si protende a cercare lo scomparto nascosto. Ora facciamo quattro chiacchiere, dice.
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Viene contattato al telefono l’Avvocato P. Z.. La Moglie vuole andare con lui, ma l’Avvocato glielo impedisce. Non è possibile, signora, in carcere non può entrare nessuno, tranne il difensore, fa. Rassicura la donna, entra in auto e in trenta minuti raggiunge il carcere. All’ingresso, esibisce il tesserino, entra. Sarà un caso rognoso, difficile, torbido. Impiega pochi minuti per trovare il corridoio giusto. Fuori dalla porta, trova l’Impiastro, che gli fa strada e l’accompagna dentro. L’Avvocato tira un profondo respiro ed entra. Stessa scena di prima, ancora più fumosa, sennonché il prigioniero ha le mani libere e l’aria abbattuta: è visibilmente stravolto, consumato. Gli chiede come sta, delle condizioni di salute, ma prima che apra bocca il Truce lo previene e risponde per lui, dandogli un’amichevole manata sulla nuca. Sta bene, sta bene, il nostro Impiegato, vero? L’uomo lo guarda da sotto a sopra, sulle spalle. Mi hanno picchiato, dice rauco. Che cosa?, sbotta l’Avvocato. Non è possibile, esclama il Procuratore. Solo il Capo tace. Le voci si sovrappongono. L’Avvocato fa la voce grossa, il giudice difende i suoi uomini. Questo qui mi ha massacrato di botte dietro la schiena, aggiunge l’uomo, e fa per alzarsi. Una solida presa lo rispedisce seduto: il Truce è a guardia. Faccia vedere, prosegue imperterrito l’Avvocato. Il Procuratore fa cenno di sì con la testa, il Viceispettore dà il suo assenso, il poliziotto lascia che il prigioniero si alzi. In effetti, R. A. non si regge sulle gambe e dall’aspetto malandato sembra che abbia ricevuto numerosi colpi. Solleva la maglietta. Con grande sorpresa dell’Avvocato, nessun ematoma si presenta agli occhi, nessun segno, niente. Dov’è che ti hanno colpito?, insiste. Quaggiù, indica l’assistito la zona lombare. Non ci sono segni, replica il legale. Che però sa come funzionano questo genere di cose. Sa che i poliziotti e i carabinieri, alle volte, riservano ai fermati un trattamento di velluto. Bastoni pesanti coperti di stoffa o velluto per non lasciare lividi o sfregi visibili sulla pelle. Sa e protesta. I soliti trucchi da caserma. Si accavallano le voci, finché il Capo non sbatte il palmo sul tavolo, provocando un rumore sordo che mette tutti a tacere, compreso l’incredulo Procuratore. Si alza. Basta così, dice con voce grossa, mi sono stancato di questa pagliacciata. Mette la mano in tasca e tira fuori una moneta da due Euro. La lancia sprezzante addosso all’Impiegato. Tieni, vigliacco. Voglio comprare una delle tue foto, dice. Ed esce sbattendo la porta. Piccolo putiferio. Anche l’Avvocato scatta in piedi, urlando qualcosa sulla violazione dei diritti umani. Ordina all’Impiegato di non dire una parola. Al poliziotto di tenere a posto le mani. Il Procuratore non sa che pesci prendere, quando si raccapezza chiede all’uomo se intende collaborare. No, è la risposta secca. Bene. Raccoglie il fascicolo, lo rimette nella borsa. Chiederò senz’altro il rinvio a giudizio. Nel frattempo, il vostro assistito sarà ospite di una cella. Faccia pure tutto quello che ritiene più opportuno. Ne sia certo, Procuratore. Non escluda denunce contro questo bruto che si spaccia per poliziotto. Il Randello è stato nascosto, vorrebbe dire l’Impiegato. Ma sa che non gli conviene fare la spia. Lo aspettano giorni duri.
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Dal fascicolo del Procuratore Aggiunto presso il p.m. [Estratto]. Perquisizione del 9 giugno 2005. Abitazione di proprietà di R. A. in Galeano. Effettuata a tappeto in tutta la casa a cura del viceispettore W. T. e degli agenti scelti O. G. e F. L.. In particolare, forzata la porta dello studio in detta abitazione, porta chiusa a chiave. Sequestro di materiale fisico e supporti. Catalogati referti con lettera A e numerazione progressiva: unità centrale di computer, completa di due dischi fissi; collezione di svariati cd-rom sprovvisti di etichetta e custodia; serie di dvd-rom, sprovvisti di etichetta. Sequestro di materiale fotografico, catalogato come referto B, comprendente numerose fotografie e videocassette in formato analogico (VHS). Sequestro di agenda e rubriche varie, numerate progressivamente come referto C, e contenenti indirizzi Internet di potenziali clienti e contatti. Siti e link ivi riportati posti all’attenzione della Polizia Postale, previa autorizzazione del pm in data 13 giugno c.a..
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Dal fascicolo del Procuratore Aggiunto presso il p.m. [Estratto]. Risultati della perizia disposta in data 16 giugno c.a. sul materiale informatico sequestrato. Dall’analisi eseguita su tutta la memoria del computer di proprietà dell’indagato, risulta presente senza ombra di dubbio una lunga lista di fotografie digitali ritraenti pose dell’indagato e di altri soggetti in minore età. Si può certamente parlare di materiale pornografico a carattere pedofilo. Le pose ivi collocate sono per la maggior parte in stato di nudità integrale dell’indagato e dei minori comparenti. Alcune delle foto sembrano essere state scattate con autoscatto, data la posizione obliqua del quadro. Altre foto ritraggono solo i minori in questione, per cui appare verosimile che siano state eseguite dall’indagato medesimo. […] Anche il video, data la fissità dell’inquadratura, conferma l’ipotesi che il soggetto abbia compiuto ogni atto in solitudine, e che dunque siano almeno per ora da escludere implicazioni esterne o complicità. […] Anche lo sviluppo grossolano del materiale, eseguito su carta semplice o su supporti ottici e magnetici (cd-rom, floppy-disk), porta a escludere qualsiasi complicità esterna (ad es. studi fotografici).
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Dal fascicolo del Procuratore Aggiunto presso il p.m. [Estratto]. Indagini. 22 luglio c.a.. […] Dagli accertamenti eseguiti a cura della Polizia Giudiziaria su mandato di questo ufficio, risulta appurato che un nucleo consistente del materiale fotografico sotto sequestro riproduce in particolare pose di nudo di bambine minorenni, per un’età che va dai sei agli undici anni. È altresì accertato che quasi tutte le foto appartengono a familiari dell’indagato, e un paio di esse alla figlia del medesimo. Altre immagini sono state prelevate, secondo un’ipotesi attendibile, da siti Internet facenti parte di una piccola rete locale di pedofili. [omissis]
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Da un appunto a mano del Procuratore Aggiunto presso il p.m. in calce alla relazione della Polizia giudiziaria. “Provo un senso di nausea, orrore, di fronte a queste foto. Questi poveri bambini, costretti alla violenza. Raccapriccio. Distruggere l’Impiegato, fare in modo che marcisca nella peggiore cella”.
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Sciolto l’assembramento, la Moglie va a prendere i figli dalla nonna e rientra con loro a casa. Non ha alcuna voglia di affrontare l’argomento con chicchessia. Poggia le chiavi sul tavolo e si accascia sul divano, mani alla fronte. Lei sa, ha sempre saputo, sospettato. Non si è mai opposta. Non ha saputo farlo. Eleonora ha sei anni e si arrampica sul divano per abbracciare la madre, che prova disgusto per se stessa. Alessio, otto anni, è indeciso. Guarda Sebastiano, serio, poi si avvicina alle donne e si accuccia vicino a loro. Il grande, che tutti chiamano Sebino, ha quasi dieci anni e alla madre non si avvicina. Ha pianto, ma non sa se rivuole il padre a casa. In cuor suo vuole bene ai genitori, ma intuisce che c’è qualcosa che non quadra, una sensazione di tristezza. Gli pare di avvertire lo stesso strano dolore di quando è morto il suo ragnetto, che teneva conservato dentro una vecchia scatola di scarpe. Anche allora ha provato un grande dispiacere. Ha provato a prendere un altro ragno, un successore, ma non è stato lo stesso. Non è stato più lo stesso. È stato in quel momento che ha imparato per la prima volta i concetti di morte, ben chiaro, e irreparabilità, un po’ più sfuggente. Ora sente di nuovo questa cosa che lo turba, questa percezione di irreparabilità. Qualcosa si è rotto, e non c’è colla che tenga. Guarda la Madre, in lacrime, ma lui non vuole più piangere, perché è grande, almeno non davanti ai fratellini. Così scappa e si chiude in camera. Apre un cassetto, prende una lettera gualcita che tiene nascosta e si getta sul letto, stringendola nel pugno.
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Carcere di massima sicurezza, Distretto Corte d’Appello di L. Braccio F. L’Impiegato è in cella, solo. Quelli come lui, su cui pende un processo per pedofilia, vanno messi necessariamente da soli. La ragione non sta nella repulsione che il soggetto genera, né in una sua presunta pericolosità. Piuttosto, nella pericolosità degli altri detenuti. Nel braccio F soggiornano sicari, mafiosi, estorsori, spacciatori, usurai, tutti i professionisti della mala e persino alcuni stupratori condannati per violenza sessuale, anche loro in isolamento. Ma questi ultimi, benché osteggiati, sono ignorati dalla popolazione penitenziaria. Hanno diritto all’ora d’aria, anche se non parlano con nessuno. In carcere vige un codice d’onore ferreo, atavico, spietato. Chi violenta una donna, è un bastardo che non merita rispetto. Un figlio di puttana, un vigliacco senza futuro. Viene additato, esiliato, è un reietto a vita. Ma per quelli come l’Impiegato vigono altre regole. Nessuno scampo: chi si sporca di reati contro i bambini non viene messo da parte, bandito dalla comunità carceraria. Viene giustiziato. Anche l’assassino più efferato, lo spacciatore senza scrupoli, il criminale peggiore di tutta la prigione sanno che c’è un limite invalicabile alle azioni umane. Nel penitenziario dimorano uomini che hanno lasciato la propria famiglia a crescere senza padre, senza storia, senza mezzi che non fossero il crimine, le armi, la delinquenza. Ma non li hanno mai toccati. In carcere ci sono mafiosi che hanno tirato su i propri figli a schiaffi, battute di caccia e lezioni sul comportamento del perfetto contrabbandiere. Codici d’onore particolari, avariati certo, violenti, ma tutti con un limite: i bambini non si toccano. E l’Impiegato lo sa. Capisce che uno come lui, là in mezzo, è una bestia da macello tra le tigri. Un porco in uno scannatoio. L’amministrazione penitenziaria non può permettere che venga compiuto un omicidio già scritto, sicuro come la notte. Le voci nel braccio F si accavallano. L’Impiegato è ora steso sul suo letto, inerme. Il Truce gli ha dato un’altra scrollatina in presenza del secondino, ma con lo sguardo casualmente rivolto altrove. Guarda il soffitto, estraniato da se stesso, senza pensieri. Guarda il soffitto e pensa alla piccola Giada, e ad Amanda, e a Lisetta. Fuori, intanto, ruggiti, minacce, urla e risate sguaiate. I detenuti gridano. Qualcuno, in dialetto, chiede al vicino di cella che cos’è un pedofilo, convinto che sia una razza di cane. È un cane, confermano. Un cane morto, per la precisione. Un flusso di sangue si abbarbica al cervello dell’Impiegato, facendogli pulsare le tempie. La mano si dirige a placare la frenesia incontrollata che gli prende in mezzo alle gambe e lo cancella da questo mondo.
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Sebino reprime le lacrime e stira la lettera gualcita e stropicciata. Rimane a pancia in giù, la porta chiusa a chiave, in modo che neanche i fantasmi possano entrare a fare visitine. Sul cuscino spiega il foglio vergato da mano tremante, infantile. È una lettera che la cuginetta Giada gli ha scritto l’anno passato. Una lettera che gli ha fatto torcere la pancia. Commovente, piena di errori, dritta al cuore. Dice così. Caro cuggino grande Sebino, ti scrivo questa letera per dirti di un fato che è succeso un po di tempo fa. Tuo papa e venuto a trovarci, io e la sorelina mia, e per portarci al parco. La mamma si e fidata delo zio e ci ha mandate con lui. Pero lui non ci ha portate al parco, ma da un altra parte dove c’era un altra bambina per giocare con noi. Tuo papa ci ha deto che anche lui voleva giocare con noi, cosi ci siamo fati le foto prima vestiti poi spoliati, molte foto, allinizio ridevo un po mai poi non mi e piaciuto piu giocare cosi e neanche a Lisetta la mia sorelina e quindi ci siamo mese quasi a piangere. Ho deto a papa tuo di portarci a casa e ala fine anche l’altra bambina ha deto pure lei che voleva andare a casa. Tuo papa ha deto si, di aspetare un atimo che aveva quasi finito, e cosi si e tocato un altro po e intanto ci faceva le careze. Dopo siamo andati via e in machina ci ha deto di non dirlo a nesuno che quelo era un segreto tra noi, nemeno ala mamma e ala maestra, e io non l’ho deto a nesuno anche se mi sono un po mesa a lacrimare, e nemeno Lisetta. Pero ora lo zio ci ha fato altre cose che non ti raconto perche mi ha deto che non poso, e infati se scopre la letera sono sicura che si arabia quindi non glielo dire per favore. Ti volio tanto bene. Giada. Sebino ripone la lettera sotto di sé, all’altezza del cuore, e le mani sotto il cuscino. Pensa a Giada, con cui è cresciuto, e che adora come la sorellina Eleonora. Prima di addormentarsi, immagina che a Giada, a Eleonora, a Lisetta, dovrà badarci lui, difenderle e proteggerle. E anche ad Alessio. Sebino stringe il cuscino, finché le mani gli fanno male. Sebino chiude gli occhi e si addormenta. |
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