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Bilanci sbilanciati

di Gennaro Chierchia

 

Sento il bisogno di fare un bilancio sulla mia «carriera» di scrittore; di dire: «Ho fatto questo: l’ho fatto bene oppure male. Devo fare altro oppure continuare sulla stessa strada». Questo mi chiedo in questo momento, dopo avere pubblicato racconti e curato un’antologia. Perché sento il bisogno di fare un bilancio? Forse per capire se sto facendo bene. Dove posso migliorare, e se posso. Finora ho scritto «a caso», se così si può dire. Perché sentivo il bisogno di scrivere una storia, oppure di affrontare una sfida, quale per esempio quella di un premio letterario. Ma fermarmi un momento e dire: «Adesso devo scrivere così e scrivere questo», non l’avevo mai fatto. Quale delle due strade è la migliore: quella della casualità o del progetto? Che scrittore devo essere? Forse la questione è che non posso darmi una risposta, ma come è stato finora, me la possono dare solo gli altri, cioè i lettori. Lo scrittore è uno che scrive. Punto. Sono i lettori, coloro che leggono le sue storie, a «mettere a posto le cose», un po’ come i tasselli di un puzzle. Se ci pensate, succede proprio così. È sempre un’altra persona che delimita l’operato di un autore. All’autore è dato solo di scrivere. A lui, il suo percorso letterario potrà apparire criptico, ingiusto, sregolato, anche inutile, ma per chi legge i suoi libri tutto acquisterà un senso, alla fine (molti autori, chissà perché, quando sono vivi sono poco considerati dalla critica, ma quando passano a miglior vita, sono prontamente rivalutati). Voglio dire che forse è inutile starmi a preoccupare di cosa dovrò scrivere in futuro, perché in un certo senso è tutto già scritto, tutto verrà da sé, come è stato finora. Ed è altrettanto inutile interrogarmi (preoccuparmi) su che cosa sto «facendo» letterariamente, che messaggi sto dando, se sto facendo un degno lavoro, perché il punto è sempre lo stesso: non sono io che giudico, ma i lettori. Così lo è stato e lo sarà sempre quando si tratta di giudicare un mio lavoro: l’ultima parola è sempre degli altri, siano essi lettori, membri della giuria di un premio letterario, critici, giornalisti… d’altronde perché uno scrittore pubblica le sue storie? Per mettersi in gioco, giocarsi la sua faccia, anche. Perché dietro quel racconto o quel romanzo c’è sempre una persona, non dimentichiamolo. Essi fanno parte integrante dello scrittore, sono una sua estensione.


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