Interviste

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Barbara Giambartolomei

a cura di Elena Liguori

 

Nasce a Roma nel 1966. Inizia a scrivere al liceo appassionata di Fan-fiction. Negli anni dell’Università si dedica alla poesia. Nel 2001 termina il romanzo “La Casa dell’Ospite”, ma decide di pubblicarlo solo nel 2004. Ha pubblicato una tesi di laurea in Storia dell’Arte Greco-Romana, su Giuliano L’Apostata. Ha scritto due cicli di poesie “In exitu” dedicato alla morte del poeta Percy Bysshe Shelley, “Mutabilità” che s’ispira alle Dionisiache di Nonno Panopolitano e alla poesia beat americana degli anni ’60. In prosa al ha suo attivo (tutto rigorosamente inedito): una serie di racconti a sfondo storico, “Di ciò che è stato”, una sorta di autobiografia fantastica della corte adrianea, “Mael Isu”, disegno celtico di ispirazione pasquale, e molti altri, più un romanzo “Downtempo” ambientato a Londra fra il blitz del 1940 e il 2000. Attualmente lavora come assistant librarian presso il Centro Pro Unione di Roma, dopo aver maturato un’esperienza decennale come bibliotecaria e catalogatrice in varie istituzioni private.

 

La trama del tuo libro è tratta da una storia vera?

 

No, ma la Casa dell’Ospite esiste veramente, sta a Roma, nel Quartiere Coppedè.

 

La descrizione dello spazio e del tempo è davvero realistica. Ti sei documentata?

 

Sì, mi pareva il minimo da fare se si scrive di un tempo e di un luogo che ci appartengono solo in parte. Mi piaceva l’idea di personaggi finti che si muovono su uno scenario vero.

 

È il primo libro che pubblichi?

 

Sì.

 

Scrivi per mestiere oppure per passione?

 

Per passione. In realtà lavoro come bibliotecaria in un centro studi ecclesiastico.

 

Hai sempre pensato di scrivere nella tua vita?

 

Sì, scrivo da quando sono alle medie.

 

Hai qualche autore o libro che in qualche modo ti ha ispirato per il tuo libro?

 

Ce ne sono tanti: forse il nucleo del racconto, la parte centrale è una reminiscenza del primo amore letterario che è stato Giorgio Bassani, ma poi ci sono anche gli altri, senza dimenticare il cinema italiano fino agli anni ’60, forse è quello che mi ha ispirato di più. Poi ho tenuto presente Graham Greene, Somerset Maugham per la scrittura, e Robert Louis Stevenson per la struttura del racconto (come “Il relitto” che è un romanzo a scatole cinesi), Joseph Conrad e Thomas Hardy mi hanno aiutato a tirare fuori il personaggio di Vanni. Infine sono le suggestioni artistiche: Sironi, il futurismo, Georgia O’Keeffe. E poi c’è la suggestione negativa: volevo scrivere qualcosa che fosse una specie di anti-Forster (infatti nella narrazione Leonardo dice di detestare Camera con Vista), un libro che ho tanto amato da adolescente ma che riletto ora non è così amabile, anche se ci sono affezionata. A volte bisogna fare fuori anche i numi tutelari!

 

Hai qualche altro progetto?

 

Per ora mi sto cimentando nei racconti più o meno brevi. Mi piacerebbe riuscire a mettere insieme una raccolta, ma ho anche qualche idea per un romanzo.

 

Hai qualche consiglio da dare agli altri scrittori emergenti?

 

Veramente mi sento pure io emergente. Se si ama scrivere, la costanza, la pazienza vengono da sé. Certo è una passione che richiede tempo e concentrazione. Bisogna avere gli occhi aperti, purtroppo la situazione dell’editoria italiana è un marasma tremendo, girano gatti e volpi e azzeccagarbugli (pure io ho pubblicato quasi a pagamento, dopo aver beccato una serie di fregature), e le esperienze negative si fanno e fanno bene. Una cosa che certo è utile a chi vuole sfondare è guardare dove vanno i gusti del pubblico e gli orientamenti dell’editoria. Però c’è il rischio di farsi violenza, se la propria poetica, le proprie vocazioni e i propri gusti sono altrove.

 

Intervista rilasciata il 27 ottobre 2005.


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