Racconti

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Armageddon

di Francesco Ferrigno

(racconto che ha partecipato al concorso letterario Noir Story)

 

Solo. Si era ritrovato solo in un mondo che ormai non conosceva più. Come aveva potuto salvarsi? L’esplosione aveva cancellato tutto, com’era stato previsto, e niente e nessuno avrebbe dovuto sopravvivere. Camminava ora in una specie di deserto fatto di polvere, scheletri di edifici ed ombre. Nulla poteva essere paragonato a quell’orrendo spettacolo. È questo ciò che pensò, mentre la mente cominciava a tornare lucida e a ricordare gli eventi degli ultimi giorni.

Era successo tutto troppo in fretta. I telegiornali di tutto il mondo, nel bel mezzo di una fredda giornata d’inverno avevano esordito con una notizia spaventosa: l’Apocalisse. Nessuno era pronto a questo. Quel mondo cinico, veloce, senza sosta, dovette fermarsi. Armageddon, così fu chiamata la cometa, era in rotta con la Terra, ed in cinque giorni l’avrebbe raggiunta e distrutto ogni forma di vita presente su di essa. In quei giorni ci si era aspettati di tutto, ma mai che l’umanità potesse morire in un unico abbraccio: ogni soldato depose la propria arma, contro ogni aspettativa e contro ogni ordine dei loro superiori, dando finalmente ascolto alla propria coscienza; ogni religione smise di farsi guerra l’un l’altra, tendendosi la mano e leggendo ciò che il loro profeta voleva davvero dirgli. Nessuna strage, nessuno stupro, nessuna rapina e tantomeno alcuna scena di anarchia estrema. E fu come se l’unico modo per far aprire gli occhi alla cieca umanità dovesse essere proprio l’Apocalisse.

L’ultimo giorno, aveva deciso di passarlo assieme ai suoi amici e alla sua ragazza. Le famiglie si erano naturalmente opposte, ma il tempo stava per finire e oramai loro avevano deciso. Armageddon colpì la Terra ai loro antipodi, e dopo un’onda d’urto violentissima, il nulla.

Ma perché Dio lo aveva risparmiato? Mentre procedeva in quel triste mondo, alzò gli occhi e guardò in alto. E non riconobbe neanche quello che una volta poteva essere chiamato cielo. Molte volte, quando si sentiva perso e solo, scrutava il cielo terso, ed esso lo trascinava verso una piacevole sensazione d’infinito, rassicurato da quell’azzurro e da quella luce che tanta forza gli infondevano. Ma fu proprio dal cielo che il genere umano conobbe la propria fine. Il cielo che conosceva forse non sarebbe più esistito, sostituito da una distesa incolore di nubi. La luce non riusciva a penetrare, e chissà quanto ossigeno ancora era presente per tenerlo in vita: l’atmosfera, infatti, doveva essere stata gravemente danneggiata.

Continuava a trascinarsi in quella che era, appena poche ore prima, la sua città. Chissà se era lontana, casa sua? Ad un certo punto gli sembrò quasi di vederla, come una fotografia stampata nella mente. Dietro quei detriti, li vide chiaramente. Lì, ad aspettarlo sull’uscio di quella piccola ma confortevole dimora, suo padre, suo fratello, sua madre, suo zio e l’anziana nonna. Giorni prima, aveva pensato che proprio la nonna, forse, non avesse nulla da rimproverarsi per la fine del mondo: lei la vita l’aveva vissuta fino in fondo. Ma suo fratello piccolo allora? Loro padre aveva provato a parlargliene, ma lui, alla fine del mondo, non era davvero preparato. Ma chi lo era davvero del resto? L’umanità intera era rimasta stordita, impaurita, da un destino da tanti predetto, ma da tanti trascurato. Lui, in particolare, si era preoccupato di non averla nemmeno vissuta, quella vita che ora gli sfuggiva. Non avrebbe potuto rincorrere nessun sogno, e si sarebbe dovuto fermare all’età di diciassette anni.

Molti, prima che Armageddon raggiungesse la Terra, decisero di suicidarsi, a volte anche intere famiglie, per non assistere a nessun infernale spettacolo, tralasciando anche il fatto che il suicidio fosse considerato peccato mortale. Alla vita sul pianeta azzurro, infatti, non fu data alcuna speranza, poiché niente era in grado di fermare la cometa. Le due principali superpotenze politiche ed economiche decisero addirittura di sospendere l’ostilità arcaica che li vedeva l’uno di fronte all’altro, pur di cercare di salvare l’umanità. O almeno, per cercare di salvare i più abbienti rappresentanti del genere umano. Ma fu tutto inutile. L’atomica contenente la speranza dell’uomo non funzionò, forse perché inutile su un corpo di quelle dimensioni, o forse per le troppe incomprensioni che sorsero fra i due antichi nemici. All’umanità parve che il destino che si prospettava dovesse essere una sorta di punizione divina: troppo dolore e troppa sofferenza serpeggiavano ormai tra la gente, troppe guerre erano state protratte all’infinito. E, in un attimo, fu dimostrata la futilità della vita: scoperte, invenzioni, pensieri di grandi uomini, tutto sarebbe andato perduto? Fu inviata nello spazio, appena poche ore prima dell’impatto, una sonda contenente tutto ciò che riguardava l’uomo, nella speranza che qualcuno un giorno la trovasse e, in qualche modo, ne facesse tesoro.

Continuava a camminare e a pensare, incurante della testa che gli faceva un male cane. Ad un certo punto, si ritrovò al centro di quella che pensava dovesse essere una piazza. Al centro di essa, si trovava un monumento di cui non si riconoscevano più i particolari. Alla base, fra la polvere, era ancora visibile una scritta. Si trattava di un’incisione molto profonda, scritta probabilmente con lo scopo di resistere, scolpita nella pietra, ad ogni cataclisma. Era scritto: libertà. Qualcuno aveva creduto necessario, prima della fine, inviare ai posteri una delle conquiste più importanti dell’uomo. Ma adesso, per lui, era ancora così? Egli era libero, oppure era rimasto intrappolato in un mondo oramai vuoto?

E, inevitabilmente, arrivò la notte. La paura cominciò ad assalirlo. Intorno a lui tutto era buio, avvolto nel silenzio più profondo, tormentato dal freddo e dalla solitudine, che non gli davano pace. Alla fine, si sdraiò a terra, nella polvere, sfinito. D’un tratto, come a voler esaudire le proprie preghiere, le nubi che tutto avvolgevano si scostarono, lasciando il posto alla luce malinconica della Luna. L’astro d’argento lo rassicurava. Esso, nonostante tutto, era ancora lì. E al suo seguito c’erano le stelle, luminose e belle come non mai. Si sentiva come se quello spettacolo fosse stato creato apposta per lui. E, d’un tratto, capì. Si alzò in piedi, continuando a fissare il cielo stellato, come caduto in trance, poi parlò: «Non pretendo di conoscere la Verità, non la merito e non la cercherò. Il significato della vita sarebbe troppo per un piccolo, insignificante uomo che l’ha disprezzata. E non pretendo di conoscere il significato di amore, né quello di odio e né quello di speranza. Ormai essi avevano perso di significato ancor prima dell’estinzione della mia razza, collegati e ridotti ad una serie di valori economici, ad un cumulo di reazioni chimiche. Ho cercato solo di conoscere quale fosse il mio destino, sbagliando, e ritrovandomi qui, adesso. Dio ci ha punito? E perché mai avrebbe dovuto, avendoci conferito il libero arbitrio, divino pregio e difetto dell’umanità al tempo stesso. I nostri scienziati avevano ragione dunque? L’uomo è una macchina perfetta? Ma perché allora gli è stata donata una vita tanto fragile? Essa è futile, sfuggente, e adesso, per me, non ha più alcun significato. E perdonatemi, ho cercato di raggiungere la Verità, ma non ci sono riuscito, nemmeno restando l’ultimo uomo sulla mia adorata Terra. Sono pronto così all’ultimo tentativo, nella speranza che sia la volta buona. Non voglio restare mai più, solo».

Detto questo si chinò e prese una pietra appuntita già vista in precedenza, si preparò e colpì con un taglio netto e preciso prima l’uno e poi l’altro polso, raggiungendo quasi le articolazioni.

L’ultimo uomo se ne andò via così, quasi dolcemente, trasportato dalle stelle e dalla Luna, che lo guardava quasi tristemente, come a voler piangere il destino di un popolo per il quale nessuno avrebbe gettato una lacrima.


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