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Arancia meccanica

di Anthony Burgess

a cura di Gennaro Chierchia

 

Il romanzo più conosciuto dello scrittore inglese Anthony Burgess; scritto nel 1961 in un periodo per lui di febbrile attività letteraria – per guadagnarsi da vivere Burgess arrivò a produrre cinque romanzi in quattordici mesi – ottenne la massima notorietà un decennio dopo, nel 1971, grazie alla trasposizione cinematografica che ne fece il noto regista americano Stanley Kubrick.

“Arancia meccanica” – “A clockwork orange” in originale – è la storia di quattro teppisti londinesi. Il capo della banda si chiama Alex – Burgess ha dichiarato su “Positif”: «È paradossale che il suo nome si possa intendere come “senza parola”, mentre egli possiede un intero vocabolario inventato, suo personale…» –, un sedicenne appassionato di musica classica che trae il piacere esclusivamente dalla pratica della violenza. Lui e i suoi tre “drughi” picchiano un lettore, fanno a botte con il ripugnante Billyboy e la sua banda, maltrattano lo scrittore F. Alexander – il libro che questi sta scrivendo si chiama proprio “Arancia meccanica”, al che Alex sbotta: «Un titolo ben stronzo. Chi ha mai sentito nominare di arance meccaniche?» – infine ne violentano la moglie sotto i suoi occhi.

Quando Alex entra nella villa della “signora dei gatti” per derubarla viene tradito dai suoi “soma” e consegnato alla polizia. Condannato per l’omicidio della donna finisce in prigione, tra assassini e depravati di ogni risma. Si ingrazia il cappellano suonando l’organo durante la messa domenicale e quando viene a sapere che il governo sta sperimentando una cura al termine della quale i criminali sono rimessi in libertà, si offre come cavia. Non prima però di avere ammazzato – con la complicità di altri detenuti che poi rinnegano di avere partecipato al pestaggio – a suon di botte un compagno di cella che ha provato a sodomizzarlo.

Alex, dunque, è condotto in una sala cinematografica dove assiste, legato braccia e piedi alla poltrona e con i fastidiosi ferma palpebre che lo costringono a tenere gli occhi sempre aperti, ad una estenuante maratona di film carichi di violenza. Al termine del trattamento prova nausea e vomita al solo pensiero di compiere il male; non può più ascoltare neanche la tanto amata musica classica poiché è stata suonata come sottofondo dei filmati ultraviolenti che ha visionato durante quella che è stata battezzata “Cura Ludovico”.

Scarcerato, torna a casa; scopre che la sua stanza è stata occupata da un operaio di nome Joe e che i genitori non lo vogliono più tra i piedi; nella biblioteca pubblica è riconosciuto dal lettore che aveva pestato due anni prima ed è aggredito a sua volta; i due poliziotti che lo soccorrono sono il suo ex soma Bamba e Billyboy, che lo gonfiano di botte mentre un altro poliziotto resta comodamente seduto in macchina a leggere un giornale; è ospitato dallo scrittore F. Alexander che vuole servirsene per criticare la scelta del governo di avere utilizzato la “Cura Ludovico” su di lui; ma quando è riconosciuto come il teppista che lo ha aggredito e che ne ha violentato la moglie – poi morta per i traumi subiti – è costretto a buttarsi dalla finestra pur di non ascoltare la Sinfonia Numero Tre di Otto Skadelig messa su dallo scrittore.

Portato in ospedale è curato sia dalle ferite che si è procurato gettandosi dalla finestra che dai fastidiosi effetti della “Cura Ludovico”; pertanto sogna di tagliare gole e di violentare donne senza più sentirsi male. Riceve la visita dei genitori che lo rivorrebbero a casa – Joe si è messo nei guai con la polizia, ha perso il lavoro e se ne è andato – e quella del Ministro degli Interni, il quale dichiara davanti ai giornalisti che il governo è amico suo mentre lo scrittore F. Alexander un sovversivo che vuole sfruttarlo per fini politici. Come testimonianza di ciò gli offre un lavoro ben pagato e gli regala uno stereo. Mentre tutti escono dalla stanza Alex ascolta beatamente la Nona Sinfonia di Ludwig Van Beethoven.

Il romanzo si conclude con un Alex ormai diciottenne schifato dalla violenza e ansioso di trovarsi una moglie e di diventare papà. Come dichiarò Kubrick al critico francese Michel Ciment: «Esistono due versioni del romanzo ma io ho letto quella che contiene un capitolo in più solo dopo aver lavorato per molti mesi alla sceneggiatura. Sono rimasto sorpreso, perché non c’era alcun rapporto con lo stile satirico del resto del libro; credo che l’editore sia riuscito a convincere Burgess a chiudere con una nota di speranza, o qualcosa di simile. Sinceramente, quando ho letto quell’ultimo capitolo non potevo credere ai miei occhi. […] Alex decide di diventare un adulto responsabile». Infatti l’edizione americana non conteneva il capitolo “buonista” che concludeva quella inglese. In ogni caso Kubrick ne fece a meno per il suo film.

Su “Positif” Burgess dichiarò: «“Arancia meccanica” doveva essere una sorta di manifesto, addirittura una predica sull’importanza di poter scegliere».

Burgess ha costruito una trama esemplare le cui sequenze si incastrano alla perfezione come i pezzi di un puzzle; ha coniato un linguaggio particolarissimo – quello usato da Alex e dai suoi “drughi” – pieno di neologismi e dissacrante. Ha messo in discussione il modo stesso di fare letteratura ponendo un criminale come protagonista – quindi costringendo il lettore a scegliere di stare o no dalla sua parte –, scrivendo una storia di finzione che in realtà è un vero e proprio trattato di critica sociale, elaborando un linguaggio ex novo e utilizzando uno stile narrativo veloce, oserei dire fumettistico, distante anni luce dal tedioso romanzo ottocentesco.

Nessun’altra opera di fantasia mi ha mai fatto così tanto riflettere e divertire al contempo. Perché la letteratura serve proprio a questo, penso.


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