|
Racconti |
|
|
Antonio Reperti e il sasso dell’amicizia di Maria Vittoria Morokovski
L’affascinante archeologo Antonio Reperti, dopo il ritrovamento così fortuito e fortunato della prima pietra, e l’incontro che gli aveva fatto trovare il piacere di stare con una donna, oramai sapeva di non poter rifiutare al direttore del Museo il suo impegno a cercare anche le altre. La cosa non gli dispiaceva, avrebbe potuto restare accanto a sua madre e alla sua donna e allo stesso tempo partire e tornare a suo piacimento. Poiché la prima pietra era stata trovata dai pescatori di Chioggia e, individuata dalla sua compagna, decise di iniziare le ulteriori ricerche proprio da lì e di coinvolgere anche la fidanzata, avrebbe potuto portarla con sé, se avesse avuto anche lei una parte nelle ricerche. Le altre pietre avrebbero potuto essere ovunque, trasportate dal mare, ma l’Adriatico è anche un mare chiuso e valeva la pena di tentare nelle vicinanze, prima di allargare il raggio della loro ricerca. Sarebbe stato bello perlustrare insieme le spiagge fini della costa italiana e di quella dalmata, certo però non potevano farlo da soli. Antonio ebbe un’idea, decise di promuovere un bando tra i bambini degli orfanotrofi della costa, ai bambini sarebbe stato dato una copia dell’elenco del Museo e a chi avrebbe trovato una delle pietre mancanti sarebbe stata offerta come premio una borsa di studio, agli altri sarebbe stato fatto ugualmente un piccolo regalo per ogni pietra simile consegnata. Parte del Premio sarebbe stato offerto dal Museo, i regali agli altri ragazzi li avrebbe dovuto fare di tasca sua, ma fortunatamente Antonio Reperti era abbastanza ricco. La caccia alle pietre era stata aperta e mai le spiagge dell’Adriatico, furono più pulite e spazzolate, si raccoglieva tutto, conchiglie, bottoni smaltati, sassi, ventagli, secchielli e palette. Le cose raccolte furono tali e tante che anche il benestante Antonio, cominciò a temere di non poter mantenere la promessa. Ma la sua dolce fidanzata era piena di senso pratico e propose di vendere le conchiglie e di creare piccole mostre locali degli oggetti più curiosi ritrovati lungo l’arenile. Molti bambini mostrarono la loro creatività creando oggetti collane e monili con le conchiglie e le piccole fiere domenicali ebbero un grande successo, migliorando l’umore e le possibilità dei piccoli orfani. Tuttavia era penoso stare con loro e poi doverli lasciare, nei loro occhi c’era tanta speranza di essere adottati e anche solo di restare con loro e aiutarli nella ricerca. Una bambina in particolare faceva stringere il cuore, la piccola era cieca eppure partecipava alla ricerca ed era come se riuscisse a capire quale pietra era più bella solo toccandola. La bambina si chiamava Rebecca, aveva perso i genitori e la vista contemporaneamente, in seguito ad un agguato in Africa, i missionari l’avevano curata e riportata nel Veneto, sperando di trovare dei parenti, l’unica parente morì quasi contemporaneamente al suo arrivo e così era stata portata all’orfanotrofio, era già grandicella e le speranze che qualcuno la potesse adottare erano molto ridotte. La gente preferiva prendere i più piccoli e, in genere, sceglieva i più belli e i più sani. Rebecca però aveva una sensibilità particolare e, pur senza vederla, capiva molto bene cosa le succedeva attorno e come se li cercasse nei suoi ricordi, riusciva a dipingere e mischiare i colori, pur senza vederli. Antonio e la fidanzata volevano fare qualcosa per lei, meritava di continuare a studiare, aveva talento e intelligenza, ma certo non poteva restare da sola. Antonio riuscì a vincere le resistenze di sua madre e a fargliela affidare come damigella di compagnia. Una legge crudele, ancora oggi, vieta alle persone sole di adottare degli orfani, ma, per fortuna, la moglie del notaio defunto, poteva ancora contare sulle conoscenze del marito e così, Rebecca, si trasferì nella bella villa nei pressi di Chioggia. La mamma di Antonio, ora che il figlio s’era fidanzato, e tornava a casa, molto più spesso, era meno noiosa e si entusiasmò all’idea di istruire ed aiutare quella promettente piccola sfortunata pittrice. Ma la ragazzina aveva un segreto desiderio, tornare almeno una volta ancora in Africa. A quell’epoca non era certo semplice accontentarla, e, del resto, nessuno sapeva di questo suo desiderio. Alla Missione dove l’avevano accolta, subito dopo l’atroce fine dei suoi genitori, Rebecca aveva fatto amicizia con una suora e con un piccolo del villaggio. I due bambini avevano un modo curioso di comunicare, lei non poteva vederlo né conosceva il suo idioma, tuttavia sembrava che si capissero e riuscivano a giocare assieme senza mai farsi male. Rebecca decise di scrivere alla suorina e le raccomandò di dire al suo amichetto nero di cercare delle pietre, dovevano essere particolari, piene di luce e di diversi colori. La suora non avrebbe dovuto promettergli nulla, ma dire solo che erano per lei e che solo se lui avesse trovato la pietra giusta, lei sarebbe tornata a trovarlo. Rebecca aveva fatto promesse che non sapeva se avrebbe potuto mantenere, ma, nel caso lei avesse visto la borsa di studio, grazie all’aiuto del suo amichetto, aveva già in mente di donare a lui la possibilità di crescere in un modo diverso da quello dei suoi compaesani. L’amore che nutriva per quel compagno di giochi, malgrado fossero passati tanti anni, era commovente. Così, con questo semplice passaparola, la ricerca delle pietre continuò anche sulle coste africane. Il piccolo amico di Rebecca aveva trasmesso la richiesta ai suoi amici, e questi, pur non aspettandosi nulla, solo per fargli un piacere, sapendo quanto aveva sofferto per la partenza della bambina, s’erano messi tutti a cercare i misteriosi sassolini dai mille colori. Le pietre raccolte dai piccoli negretti si ammassavano davanti alla Missione creando piccole montagne multicolori, in attesa, che Antonio si decidesse a compiere quel lungo viaggio per controllarle. Alla Missione tutti pensavano che si trattasse di un gioco, nessuno sapeva l’inestimabile valore di quei quaranta sassolini, che, insieme, avrebbero riavuto le loro doti magiche e avrebbero potuto cambiare le sorti del Mondo. Infatti Antonio Reperti, aveva istintivamente chiamato il primo sasso trovato il sasso della Felicità, ma, senza saperlo, era proprio quello il suo nome ed il suo potere. Quel sasso aveva il potere di rendere felici, nessuno aveva collegato certi fatti al suo ritrovamento, ma i pescatori avevano ritrovato la loro serenità perché da quel momento, la pesca era stata sempre abbondante, le famiglie erano più serene e affrontavano le avversità con più fiducia, così che sembravano tutti più felici, lo stesso era accaduto ai due innamorati e alle loro famiglie, che, vedendoli sereni, partecipavano alla loro gioia. Ognuno di quei sassi aveva un potere benefico, ecco perché era tanto importante ritrovarli, ma questo, il direttore del Museo, non lo poteva dire a nessuno, altrimenti, troppa gente li avrebbe potuti cercare per motivi egoistici e per tenerli solo per sé. Infatti, un bracconiere, vedendo tutti quei bambini raccogliere sassi multicolori, pensò che si trattasse di qualche pietra preziosa e decise di impossessarsi di quello che credeva un tesoro. All’arrivo in Africa, di Antonio Reperti, tutti i sassi raccolti dai bambini, erano spariti, il bracconiere, li aveva fatti caricare tutti sulla sua jeep e, certo di essere diventato ricco, incurante del fatto di aver rubato ad una Missione, s’era imbarcato subito per tornare in Europa, dove il suo tesoro sarebbe stato valutato e apprezzato. Il piccolo amico di Rebecca era disperato, e, Antonio Reperti era a dir poco seccato, del viaggio a vuoto, ma era d’animo buono e veder piangere tanto il bambino nero, lo intenerì. Lo chiamò e gli disse che a Rebecca non avrebbero detto nulla della sparizione dei sassi, anzi le avrebbero detto di averne trovati di bellissimi. Il piccolo si calmò e con un sorriso misto al pianto, tirò fuori un sassolino dalla tasca, dicendo: «Questo era il più bello e l’avevo messo via per darglielo io se davvero fosse tornata! Glielo dia lei!». Antonio era rimasto a bocca aperta davanti al bagliore di quella pietra che sembrava trasparente e lanciava mille raggi dorati. «Piccolo, tu non lo sai, ma hai trovato e conservato il Sasso dell’Amicizia, ha un valore incommensurabile e non sarai mai povero». Il meritato premio fu per il bimbo un lungo viaggio in Europa per rivedere la sua amica Rebecca, descriverle con i suoi occhi le bellezze della terra in cui viveva e riportarla poi per una bella vacanza alla Missione. Questa volta, ci andarono tutti insieme e diedero una mano ai Missionari, che tra l’altro, avevano soccorso anche un povero naufrago. L’uomo dopo un po’ di tempo divenne volontario della Missione e confessò di essere caduto in mare perché la sua jeep, piena di sassi rubati, era andata a sbattere contro il bordo del traghetto, lo aveva rotto ed era finita in mare, lui si era lanciato per salvare almeno un po’ del suo tesoro, ma, appesantito dalle pietre, aveva rischiato di annegare. Vista la confessione e il buon comportamento successivo, tutti lo perdonarono. Nessuno seppe che nelle cuciture della sua giacca si era nascosto un sassolino grigio, non troppo appariscente, ma anch’esso aveva strani bagliori, era il Sasso del Pentimento e del Perdono. Ma questa è un’altra storia. |
|
|
|
|