Interviste

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Angelo Petrella

a cura di Gennaro Chierchia

 

Quando hai scritto la tua prima storia e quale motivo ti ha spinto a farlo.

 

È sempre difficile parlare delle motivazioni che spingono alla scrittura senza cadere in luoghi comuni. Gli impulsi creativi possono essere i più vari, dettati da esigenze ideologiche, morali, pratiche o politiche, che si mescolano a spinte inconsce. Il primo lavoro “compiuto” che io abbia mai scritto è un romanzo dal titolo Ceneri, mai pubblicato e che credo resterà inedito. Il primo lavoro edito invece è una raccolta di racconti ormai esaurita, dal titolo Una festa di paese e uscito per Guida nel 1999. Entrambi furono due ottime palestre. Credo che ogni scrittore debba esercitarsi molto prima di passare – come diceva Giacomo Debenedetti – dalla volontà alla necessità di scrivere. E sono importanti anche i rifiuti da parte dei primi editori che si contattano.

 

Da qualche parte ho letto che hai scritto anche poesie.

 

La poesia italiana, oggi come oggi, non ha assolutamente mercato (tranne che per alcuni “vecchi” e illustri nomi) e si limita a sopravvivere grazie allo sforzo della piccola editoria. La mancanza di pubblico, paradossalmente, offre però maggiori possibilità alla sperimentazione poetica. Non dimentichiamo che la tradizione poetica del Novecento italiano tocca le punte tra le più alte nel panorama letterario europeo. Per quanto riguarda me, probabilmente ho scritto più poesia che narrativa, fino ad ora, anche se i miei non sono mai stati raccolti in un volume definito e sono seminati tra riviste e antologie. È appena uscita un’antologia di poeti giovani - a cui partecipo anch’io introdotto da Mariano Bàino -  presentati da poeti di vecchia generazione: Primo non singolo. 7 poeti italiani edito dalla Oèdipus di Napoli. È un’operazione molto coraggiosa.

 

Cane rabbioso è il tuo primo romanzo. Un noir metropolitano dal ritmo serratissimo che si legge tutto d’un fiato. Come sei riuscito a ottenerlo?

 

Scavando sulla forma fino all’osso e lavorando fortemente sulla struttura. Cane rabbioso credo sia una miscela di intreccio da noir classico (“qualcuno vuole incastrare il protagonista”) e di romanzo d’azione. La trama è circolare e ogni elemento superfluo è omesso. Il lettore è costretto a leggerlo fino alla fine, prima di esprimere un giudizio. E ciò credo sia una grande vittoria per il libro. Ho ricevuto molti commenti da parte di lettori entusiasti o delusi: ma mi ha fatto piacere che questi ultimi, pur esprimendo le loro riserve, abbiano riconosciuto di non esser riusciti a staccare per un secondo gli occhi dalla narrazione.

 

Ti sei ispirato al Cattivo tenente di Abel Ferrara per il personaggio protagonista?

 

No, nonostante vi siano alcune consonanze tra i due personaggi: la droga, l’abuso di potere, la violenza. Ma in realtà questi elementi sono stereotipi di qualsiasi noir poliziesco avente come protagonista un poliziotto corrotto e antieroico, basti pensare ai personaggi di Hammet, Spillane o Ellroy. Nel film di Ferrara c’è poi una problematica religiosa del tutto estranea al mio libro, in cui domina semmai un cinismo eccessivo fino al paradosso. Il personaggio è una sorta di supereroe del male fine a sé stesso. Volevo che per una volta vincessero “i cattivi”, cosa che accade sempre nella realtà. Perché la letteratura deve per forza essere consolatoria?

 

Quanto il cinema ha influenzato la stesura di Cane rabbioso?

 

Il noir, come genere letterario, in realtà appartiene prima al cinema e poi alla letteratura (si pensi ai film americani e francesi dagli anni ’30 in poi). È indubbio che il cinema abbia contribuito enormemente a forgiare una certa grammatica del noir: un titolo per tutti, Piccolo Cesare di Mervyn LeRoy In questo senso, credo che Cane rabbioso abbia un ritmo decisamente cinematografico. Se dovessi riconoscermi in una qualche poetica, preferirei però citare qualche romanziere: Ellis, Manchette e anche il nostro Sciascia – autore di memorabili gialli – hanno saputo coniugare la trama da giallo/noir con l’esplorazione della marginalità o del rimosso sociale. E credo sia questo il compito principale di questo genere letterario: parlare di ciò che c’è intorno e che ci ostiniamo a non voler vedere.

 

Il tuo romanzo è senza dubbio un pugno nello stomaco, perché molto violento e privo di messaggi positivi. Era questo il tuo intento e perché?

 

Per “essere politici” tramite la letteratura (utilizzo qui volutamente un termine ambiguo) non è necessario sbandierare un’ideologia, un messaggio o quant’altro. La letteratura è un linguaggio e in quanto tale può raggiungere lo stomaco – prima della testa o del “cuore” – del lettore con una potenza che pochi mezzi espressivi hanno. Ecco: volevo mostrare come la letteratura possa essere potente e incisiva come e più del cinema. Io ho utilizzato il linguaggio letterario per narrare una storia che colpisse innanzitutto alcuni luoghi comuni, accomodanti e buonisti, di certa letteratura italiana. Il noir deve parlare del marcio che c’è sotto la società, non deve ricomporre fratture. E per fare questo ha bisogno di irretire il lettore, dunque di essere pura fiction.

 

C’è il bianco e il nero, e poi c’è il noir…

 

Esatto. Il noir si insinua in quella frattura tra il bianco e il nero. La dilata, la sfonda e poi ne riversa fuori tutto il materiale che non ha un unico colore. Per esempio, il protagonista di Cane rabbioso è poliziotto ma contemporaneamente comunista, è poeta e però non sa esprimersi se non con insulti, è tossicodipendente e fa parte di una sorta di massoneria/servizio segreto... Insomma, è un personaggio scomodo, improbabile e pieno di contraddizioni assolutamente incolmabili. Il noir è questo: deve creare difficoltà, dubbi, contraddizioni, proprio per rispecchiare ciò che nella realtà è cancellato o rimosso.

 

Cosa mi dici di Meridiano Zero, la casa editrice che ha pubblicato Cane rabbioso e di cui, se non erro, sei il primo autore italiano che ha inserito nella propria collana noir?

 

La Meridiano Zero è la casa editrice che per prima ha avviato un discorso nuovo sul noir, traducendo libri per appassionati, che nessuno voleva tradurre prima e che poi pian piano si sono imposti sul pubblico. Penso a Derek Raymond, considerato da tanti scrittori italiani come un maestro, o anche a David Peace. Fin dall’inizio ambivo a pubblicare proprio con la Meridiano Zero, che poi ha deciso di aprire una nuova stagione italiana con il mio libro. Di questo non posso che esserne estremamente contento e ringrazio Marco Vicentini, l’editore, per aver creduto e portato avanti il mio progetto.

 

Stai già pensando al tuo prossimo libro?

 

Dovrebbe uscire all’inizio del prossimo anno. È una storia ambientata in una Napoli più “vissuta” di quella di Cane rabbioso. Una Napoli che ho conosciuto intrufolandomi, infiltrandomi e anche rischiando qualcosa... È la Napoli delle curve violente e dell’eversione di destra, agli antipodi rispetto al mio “ambiente”. Il protagonista è uno skinhead fascista che, paradossalmente, è anche un geniale hacker. Ovviamente si trova nel mezzo di un complotto e deve tirarsene fuori. Ma, al massimo verso febbraio 2007 saprete tutto...

 

Intervista rilasciata il 19 luglio 2006.


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