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Racconti |
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Angeli dissonanti di Andrea Franco
Sfiorò con la punta dei polpastrelli i tasti di avorio ingialliti dal tempo e socchiuse gli occhi proiettando i pensieri indietro di molti anni. Accompagnato dal ricordo di un notturno di Chopin mosse le mani avanti e indietro sulla tastiera impolverata senza trovare il coraggio di osare oltre. Erano dieci anni che quel pianoforte non uccideva nessuno, che le sue abili dita non uccidevano nessuno. Dieci anni che lui non suonava neanche una nota. Quella notte però i ricordi erano tornati con violenza e avevano rigettato su di lui tutto il dolore che era riuscito ad allontanare. In sogno l’aveva rivista, giovane e sorridente, la sua bella Daniela, così come non la immaginava da tempo immemorabile, dai tempi in cui l’immagine si accompagnava facilmente alla sensuale fisicità. Chopin la rendeva meravigliosa, modellava il suo corpo, la carezzava con dolcezza e impeto. Poi Andrea aveva scoperto la musica di uno sconosciuto di nome Vladimir Perl. In un piccolo negozietto, in un’insignificante traversa di via Cavour, gli angeli della musica attendevano da anni. Perl li aveva imprigionati nelle sue note e la morte era stata sconfitta dall’arte. «Lo conosci?», le aveva chiesto Daniela, che spesso lo accompagnava alla ricerca di nuovi spartiti. Andrea aveva scosso la tesa, rigirando lo spartito fra le mani. «Mi ispira. – aveva detto ancora lei – Guarda la sua foto in copertina. Ha qualcosa di particolare». Andrea aveva guardato distrattamente la foto e subito aveva di nuovo sfogliato le pagine ingiallite. Con la musica nella sua mente stava facendo suonare quegli spartiti. «È una musica strana, – aveva detto – dissonante e…». «Prendila. La suonerai per me», aveva insistito lei. Andrea aveva annuito e il suo viso si era sciolto in un sorriso. «La suonerò solo per te». Gli ci vollero settimane di esercitazioni prima che gli angeli venissero a trovarlo. Ora, dopo dieci anni, aveva carezzato ancora il freddo avorio della sua passione. Ma non osava suonare, neanche le emozioni di Chopin o le esuberanze di Litz. Nella sua testa vibravano ancora le melodie di Perl. Nell’ombra della stanza poteva immaginare le danze macabre degli angeli della musica, che solo le dissonanze dello sconosciuto compositore riuscivano a destare. «È la musica del diavolo», aveva detto alla sua Daniela. Lei come al solito aveva sorriso e lo aveva abbracciato teneramente. «Ma cosa dici. Non può esistere una musica tanto bella che non appartenga agli angeli. È musica del paradiso, semmai». «Sento qualcosa di strano», aveva insistito lui, ma lo sguardo malizioso che aveva ricevuto aveva sciolto i suoi dubbi e le perplessità. Quando parlava con lei non staccava mai le mani dalla tastiera e spesso accompagnava le loro chiacchierate con melodie di sottofondo, improvvisazioni estemporanee. «Suonami ancora Perl», aveva chiesto Daniela. Senza pensarci due volte Andrea l’aveva accontentata. Se era gli angeli che voleva, lui li avrebbe richiamati attraverso le melodie di Perl. Da quella sera il ricordo di Daniela lo aveva abbandonato senza lasciare traccia. Loro l’avevano presa a sé. Era rimasto solo col suo giallo avorio e la musica di uno sconosciuto sul leggio. La mattina successiva aveva bruciato gli spartiti di Perl e chiuso il pianoforte. Aveva girato la chiave nella piccola serratura del suo Steinway e l’aveva lasciata lì, quasi l’eco di un richiamo, l’invito a ritrovare le melodie perdute. Poi Daniela era tornata all’improvviso, in un sogno burrascoso in cui la vedeva ballare con gli angeli dissonanti di Perl. Si era svegliato di colpo e i ricordi, obliati per anni, non erano più andati via. L’ombra della sua amata era di nuovo lì, nascosta negli angoli bui dove gli angeli trovavano riparo quando lui non suonava e sempre più indietro, quelle poche volte che la musica di Perl veniva respinta dalle melodie di Bach, o di Mozart. Pigiò un tasto, come fa un bambino, con un dito proteso e il resto della mano racchiusa a pugno. Il mi bemolle suonò incerto, scordato. Poi suonò un fa, quindi un la e un do. Ogni suono era un lamento. Quel vecchio pianoforte forse non avrebbe sopportato un pezzo intero, dieci dita che si alternavano dinamiche in rapida sequenza. Forse la musica di Perl non avrebbe funzionato. Oppure sarebbe stata ancora più forte: dissonante, scordata, diabolica. O meglio, angelica. La musica del paradiso. Mentre sfiorava ancora i tasti impolverati tutta la sua tensione si sciolse in un pianto silenzioso e le lacrime scivolarono sulle sue guance scavate dal tempo. «Mio dolce amore. – mormorò in un debole sussurro – Ho lasciato che ti portassero via». Alzò le braccia e distese le dita delle mani, muovendole rapidamente per scioglierle da anni di inattività. Quindi chiuse gli occhi e lasciò scendere le mani fino a che con la punta dei polpastrelli non sfiorò di nuovo i tasti del pianoforte. «Non so se ne sono ancora capace. – disse con un filo di voce – È passato tanto tempo». Nel silenzio della sua mente gli sembrò di sentire la voce lontana della sua amata: «Suona solo per me». Poi di nuovo il silenzio. Iniziò a suonare quasi di getto. Non cercò subito le melodie, ma si concentrò su una serie di scale e arpeggi. Le sua dita sembravano di piombo e le braccia cominciarono a dolergli quasi subito, ma non si fermò. Lasciò correre le sua dita tra i tasti bianchi e neri per una buona mezzora e tra un esercizio e l’altro non si interrompeva neanche per il tempo di un respiro. Alla fine le note cominciarono a fluire con più semplicità e si concentrò su qualche melodia più semplice, inopportuna perché allontanava gli angeli, ma indispensabile per ritrovare il giusto ritmo per affrontare i difficili passaggi della musica di Perl. Come un bambino alle prime armi si dilettò con le sonatine di Clementi, poi qualche aria di Mozart e in crescendo azzardò qualche pezzo di Gershwin. Non suonò niente di Beethoven, troppo burrascoso per il suo stato d’animo, troppo simile a certi passaggi di Perl, al suo carattere soprattutto. Dopo due ore si sentiva pronto e solo a quel punto si fermò per alcuni istanti. Le ombre intorno a lui sembravano fremere. Il suono del pianoforte aveva risvegliato qualcosa di lontano e oscuro. Gli angeli, e la sua Daniela, attendevano impazienti. Cominciò con una furia che non ricordava di avere mai avuto. La musica di Perl era impressa nella sua mente e anche senza spartiti poté suonare ogni passaggio alla perfezione, nota dopo nota. Ogni suono vibrava nell’aria densa della stanza e Andrea chiuse di nuovo gli occhi. Li sentì arrivare, ma non si fermò. Sentì la familiare presenza sfioragli il corpo, il dorso delle mani, il collo fino a dietro le orecchie. Poi sentì anche lei, la sua Daniela. Senza aprire gli occhi la immaginò al suo fianco, come tanti anni prima: la testa leggermente inclinata di lato e gli occhi socchiusi, sognanti. Senza rendersene conto cominciò a suonare qualcosa che non era più la musica di Perl, eppure sembrava il naturale proseguimento del pezzo che stava interpretando. La sua foga aumentò a ogni nota e ben presto si rese conto che stava improvvisando seguendo gli stessi schemi del compositore sconosciuto. Sentiva che gli angeli continuavano a fluttuare intorno a lui e anche Daniela sembrava più vicina e seducente che mai. La musica riempì la stanza e un poco alla volta sentì che il fluttuare degli angeli si stringeva sempre più attorno al suo corpo, si impossessava quasi delle sue mani, delle sue dita agili, della sua mente. Le immagini di tutta la sua vita cominciarono a vorticare frenetiche nella sua testa e le migliaia di melodie che aveva suonato durante la sua lunga carriera si intrecciavano ora in una sola sinfonia di suoni, dissonanti e intimi. «Sto arrivando», sussurrò a denti stretti, mentre la morsa degli angeli si faceva sempre più stretta. «Amore mio, mi porteranno da te». Gli angeli erano ormai avvolti intorno al suo corpo mentre lui continuava a suonare le improbabili melodie del suo animo. Ogni tanto tornava alle frasi melodiche di Perl, ma sempre più spesso quello che suonava non era stato scritto su nessuno spartito, nasceva dall’intraprendenza dei suoi virtuosismi. Si sentiva soffocare ogni secondo di più e cominciò a tossire. «Lasciatemi suonare. – urlò, la voce rauca – Lasciate che io suoni la vostra musica per lei». Strinse così forte i denti da farsi sanguinare le gengive, quindi si alzò in piedi e senza staccare le mani dalla tastiera continuò a rincorrere le melodie degli angeli. «Lasciatemi suonare», gridò ancora, quindi spalancò gli occhi e la bocca allo stesso tempo. Le mani si bloccarono e rimase immobile. Cadde all’indietro e si accasciò sul pavimento con un tonfo sordo. Il buio era ovunque. |
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