Racconti

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Amici per la pelle

di Simona Vassetti

(racconto che ha partecipato al concorso letterario Noir Story)

 

In principio ci sono io con la mia storia. Il presente.

Poi, con l’arrivo di questa fottuta lettera, me n’è crollata addosso un’altra. Il mio passato. Un passato che temo.

In principio ci sono io, Paul. Poi c’è lui, Peter, il mio migliore amico.

Io e Peter siamo cresciuti nello stesso quartiere, dividendo prima i banchi di scuola, poi il sellino di un motorino e con esso le prime avventure. Un’altra cosa che ci univa era la passione per la scrittura sulla quale, però, non ci confrontavamo.

Dovendo dare una definizione per ognuno di noi, direi che io sono un narratore di testa, e che Peter è, senza dubbio, uno scrittore che emoziona profondamente.

La prima volta che me ne sono reso conto è stato il giorno della consegna del racconto a tema che ci aveva assegnato il professore di lettere per la fine dell’anno scolastico.

L’insegnante ha elogiato il mio racconto, ma non è andato oltre, come se il compito assegnato fosse stato eseguito ottimamente ma con impeccabile freddezza. Al contrario, dopo aver letto quello di Peter, ha voluto che lo rileggesse alla classe. Man mano che procedevamo nell’analisi di quelle pagine, ho provato tante e differenti emozioni da non riuscire a trattenere le lacrime.

Solo allora ammisi a me stesso, sebbene con gran dolore, che Peter aveva il raro dono di coinvolgere totalmente il lettore con storie bellissime, intrise di mistero e di profonda intensità.

Conoscendolo ho sempre pensato che il suo modo di scrivere derivasse dal carattere estroverso, stravagante ed aperto alle novità, e certamente anche dalle esperienze che Peter viveva lontano dalla famiglia.

 

Col tempo il mio amico aveva cercato d’evadere dal suo ambiente familiare, oppresso da gravi problemi economici; infatti, dopo alcuni azzardati investimenti paterni, Peter, per non gravare sull’economia familiare aveva cominciato a fare lavoretti d’ogni genere pur di ritrovarsi con qualche soldo in tasca, in modo da poter partire verso mete lontane, in cerca d’esperienze che potessero nutrire – così diceva – la sua vena letteraria.

Da un suo viaggio in Africa prese a fumare l’erba e dopo un breve viaggio in Russia prese a giocare a carte. Cominciò un giorno e non smise più. La notte giocava a poker, il giorno dormiva fino a tardi. Cambiò tanto e così pure il nostro rapporto.

Poi un giorno scomparve senza dare spiegazioni a nessuno; all’epoca frequentavamo il primo anno d’Università. Peter mi lasciò un centinaio di fogli di un suo romanzo, un romanzo stupendo. Me ne resi conto già dalle prime righe: non una sbavatura, alcuna incoerenza nella fitta trama da lui sviluppata.

Un romanzo perfetto. Il romanzo che avrei voluto scrivere io.

Peter andò via lasciando la sua ragazza senza darle spiegazioni. Rebecca, affascinata dalla stravaganza di Peter, si era innamorata del mio amico, nonostante avesse conosciuto me per primo. Avendo una forte personalità non gli perdonò la fuga, ed anzi cominciò a disprezzarlo a tal punto ed in così breve tempo, da archiviarlo tra le persone inaffidabili e maleducate. Grazie a nostre sempre più abituali frequentazioni, dopo un po’ ripiegò su di me. Credo che, poi, mi abbia sposato per amore...

Da allora sono trascorsi poco più di dieci anni e la mia vita è cambiata totalmente.

 

Ho conseguito la laurea in Lettere e Filosofia, ho ottenuto la cattedra all’Università ed intanto, grazie alla benevolenza di un professore, sono riuscito a pubblicare con successo un romanzo. Quello di Peter.

In principio mi sono sentito profondamente colpevole, però dopo un po’ i miei sensi di colpa si sono attenuati. Contavo sul fatto che nessuno, oltre al legittimo autore, avrebbe reclamato l’opera. Del resto pensavo, per salvare la mia coscienza, che Peter mi avesse lasciato il manoscritto offrendomi la possibilità di decidere per lui la sorte di quelle splendide pagine.

Appropriarmene dopo la sua partenza mi era sembrato quasi legittimo; del resto abbandonare un romanzo di tale bellezza in un cassetto sarebbe stato uno spreco e questo, da scrittore, non potevo permetterlo.

Che poi, il successo mi avesse arriso a tal punto da farmi vivere una vita agiata e serena insieme alla mia splendida moglie e alla nostra bambina, non era che una conseguenza della scelta fatta. Di questa col tempo mi sentivo responsabilmente fiero.

È pur vero che qualche critico maligno andava affermando che la mia seconda opera stentava a venir fuori.

In realtà, per mettere a tacere le insistenti voci sul mio conto, avevo cercato di scrivere un secondo romanzo: ma la storia aveva troppe ed insostenibili incongruenze, e pur cercando di imitare spudoratamente la trama della mia prima opera, non ero riuscito ad ottenere più di una decina di cartelle perfette nel loro stile, ma fredde.

Prima di pubblicare il romanzo ereditato vi avevo apportato piccole modifiche che, secondo il mio parere, l’avevano reso legittimamente di mia proprietà, ma non era bastato: le mie pubblicazioni in seno alla facoltà erano state vagliate da critici letterari e, quelli più attenti e severi, avevano notato una sostanziale differenza stilistica.

Nel romanzo di Peter, infatti, era lampante una vitalità espressiva totalmente estranea a quella che si evinceva dalle altre mie pubblicazioni.

Come dar loro torto: in fondo al mio cuore, nelle profondità più recondite e sincere delle mie viscere – l’anima, se n’avevo una – ammettevo che questa differenza fosse così incolmabile, che nessuna rielaborazione avrebbe potuto nasconderla. Col tempo mi sono arreso all’evidenza di essere un bravo scrittore di saggi, di recensioni e di elaborare accurate monografie letterarie, ma di essere privo dello stato di grazia che pervade lo scrittore mentre compone, quasi fosse inconsapevole di ciò che sta scrivendo.

L’enorme successo ottenuto con la pubblicazione del romanzo ha offuscato del tutto la mia mente, finché la verità non si è presentata distintamente ai miei occhi. Troppo tardi, forse…

Da quando ho ricevuto questa lettera, poi, il passato viene a turbarmi il sonno: mi sveglio di soprassalto pensando al gesto che ho compiuto e che mi ha cambiato la vita.

Un altro modo d’agire m’avrebbe salvato da questa drammatica situazione, dalla quale ora è difficile uscire.

L’altra mattina il cielo era pallido e l’atmosfera pigra, per la strada non c’era nessuno, se non il postino che mi stava recapitando una lettera nella cassetta della posta.

Sono andato a ritirarla ancor prima che uscisse il caffé dalla caffettiera, prima ancora che le idee ritrovassero una loro chiara collocazione nella testa ancora assonnata. L’ho trovata per metà fuori della cassetta, questa fottuta lettera.

Priva di mittente.

 

Appena l’ho aperta ne ho riconosciuto lo stile, e questo è bastato a farmi accasciare sulla porta appena richiusa alle mie spalle. Ho cercato di riavermi, non potevo permettere che Rebecca mi vedesse in quello stato. Dovevo essere da solo per leggere quella lettera, sapevo che l’emozione m’avrebbe assalito; sentivo già avvamparmi le gote ed il respiro farsi più affannato.

Non stupirti se mi faccio vivo solo ora, anche se corro il rischio di farti prendere un colpo. Così esordiva, con quel suo stile asciutto e privo di giri di parole.

Poi, continuava: Sono felice per te: della famiglia che ti sei costruito, del tuo successo letterario. – poi proseguiva con tono puramente ironico – Bello il tuo romanzo, peccato sia rimasto unico.

Mentre leggevo, immaginavo il volto di Peter, la sua espressione furba e strafottente.

Continuando a leggere, il tono della lettera cambiava ed in alcuni tratti sembrava addirittura addolcirsi: Non voglio raccontarti la mia storia per lettera, ma è giusto che tu sappia. Dobbiamo incontrarci Paul, me lo devi. Mi raccomando di non dire nulla a nessuno, nemmeno a Rebecca.

Indicatomi il luogo del nostro incontro, mi suggeriva di prendere il treno serale, di modo che sarei giunto di primo mattino nella città di I., dove adesso viveva.

Concertare una scusa per star fuori qualche giorno era abbastanza semplice: sarebbe bastato inventarmi un corso d’aggiornamento fuori città. Era già accaduto in passato che pernottassi in albergo per qualche notte, perciò appena ho comunicato la mia partenza a Rebecca si è recata in camera a prepararmi la valigia.

 

L’ho seguita con lo sguardo mentre la riempiva d’abiti inutili per l’occasione: mia moglie ripiegava con amore la giacca, le camicie, le cravatte che normalmente indossavo in tali circostanze, ma che questa volta sarebbero state inappropriate.

Dovevo incontrare Peter, il mio migliore amico, l’autore del mio romanzo, l’uomo che Rebecca aveva amato prima di me e che se non fosse andato via...

Erano soltanto delle congetture: la realtà era diversa ed io restavo lo stimato professore di lettere, l’autore di un romanzo eccellente, il marito di Rebecca ed il padre di Janet.

Peter, invece, era l’uomo che non si era costruito una vita, era il fuggitivo, lo scrittore folle, il giocatore d’azzardo, il ribelle. Non poteva pretendere di riportare indietro il tempo, io l’avrei dissuaso da un tale scopo, ma soprattutto avrei impedito con tutte le mie forze ed in tutti i modi possibili che potesse pretendere giustizia.

Nel tardo pomeriggio del giorno successivo l’arrivo della lettera, ho salutato Rebecca sulla porta di casa prima di salire sul taxi che mi avrebbe condotto alla stazione. Giunto nello spiazzo prospiciente la ferrovia, ho posato la valigia per terra ed ho ripreso fiato; appena entrato in stazione ho cercato sul tabellone luminoso l’indicazione del binario da prendere.

Guardandomi intorno ho notato poco traffico, nonostante l’ora fosse quella d’alta affluenza tra arrivi e partenze.

Con questi pensieri apparentemente evasivi e superficiali sono giunto al binario del treno. Giunto alla mia carrozza sono salito con un agile salto sul predellino.

Chiuso dietro di me il pesante sportello, sono piombato in un silenzio ovattato, quasi irreale. Fatto qualche passo sono entrato nello scompartimento da me prenotato e con sorpresa, essendo in notevole anticipo, vi ho trovato un uomo addormentato il cui viso era coperto da un cappello. In principio ho pensato fosse un passeggero del treno precedente che aveva preso sonno, e quindi avevo il dovere di destarlo, allora mi sono avvicinato abbastanza da sfiorarlo e svegliandolo di soprassalto.

Il cappello gli è scivolato ed un viso anonimo mi ha fissato per qualche istante, poi ancora intontito l’uomo ha riposto nuovamente il cappello sul viso. «Scusi se l’ho svegliata. – ho detto – Pensavo dovesse scendere».

Senza nemmeno sollevare il cappello dal viso, l’uomo mi ha risposto con tono seccato: «Scendo dove scende lei».

Scusatomi nuovamente ho sistemato il bagaglio sulla rete, poi sono sprofondato sulla poltrona, privo di forze. L’idea di dover affrontare Peter mi angosciava, ma avevo promesso di incontrarlo.

Dopo un po’ la partenza mi sono ritrovato solo, allora sono uscito dallo scompartimento per capire dove eravamo; mi sono affacciato nello scompartimento attiguo e l’ho trovato vuoto, e così quello dopo e così pure il successivo. Allora ho cominciato a correre lungo il corridoio fino a che, aperta la porta divisoria tra i due vagoni, ho cominciato a controllare furiosamente tutti gli scompartimenti dell’altro vagone. Erano tutti vuoti.

Il terrore m’impediva di gridare ma ad un tratto ho scorto una sagoma che correva davanti a me. L’ho inseguita fino al successivo vagone, ho visto che chiudeva una porta dietro di sé, ma io, raggiuntolo, ho afferrato la maniglia ed ho aperto la porta.

Mi sono sollevato particolarmente turbato per quanto avevo appena sognato, ho barcollato e per non cadere mi sono appoggiato alla poltrona, ho respirato profondamente cercando di recuperare la calma. L’uomo col cappello mi è piombato addosso: «Ci siamo fermati da un po’ – mi ha detto – ma non so dove siamo».

Avevo dormito dalla partenza, cosa per me inconsueta e m’infastidiva perché mi dava la sensazione d’aver perso il controllo. L’irruente intrusione del capotreno mi ha poi distolto da quel pensiero: «Buonasera signori, scusate. – ci ha detto sorridente – Ho il dovere d’informarvi che, a causa di un guasto ad una vettura, il treno arriverà a destinazione in ritardo. Sarà mia premura avvisarvi appena potremo proseguire il viaggio».

Feci una smorfia di disappunto, visto che avrei ritardato il mio ritorno a casa ed avrei dovuto mentire ancora a Rebecca.

Intanto che riflettevo non m’ero accorto che, l’uomo che viaggiava con me era sprofondato in poltrona e, col cappello sul viso, aveva cominciato nuovamente a russare.

Anch’io mi sentivo le gambe indolenzite ed ero provato per lo stress accumulato, ma cercavo di lottare con me stesso per non cedere alla stanchezza. Alla fine, però, mi sono addormentato.

Una frenata brusca mi ha svegliato di soprassalto: l’uomo col cappello era uscito dallo scompartimento.

Dal corridoio giungevano voci concitate e delle grida. Appena è rientrato, ho chiesto al mio compagno di viaggio cosa fosse accaduto, e lui mi ha risposto che sul treno era stato trovato un cadavere.

Ero sconvolto più per il ritardo che avrebbe portato il treno ed io all’appuntamento con Peter, che per la persona morta a pochi metri da me. Temevo che il mio amico potesse spazientirsi.

Intanto, l’uomo col cappello, parlando con altri passeggeri, mi andava aggiornando sull’accaduto: «Pare che un giovane sia stato pugnalato in una toilette due vagoni più avanti».

 

Quella precisazione mi ha fatto sentire a disagio ed ho provato una fastidiosa sensazione da déjà-vu.

Poco dopo quel senso d’irrealtà è svanito, mi sono riseduto in poltrona ed ho atteso pazientemente che il treno si rimettesse in moto. Dopo circa un’ora il treno è ripartito e lo scompartimento illuminato da un neon malato è ripiombato nel silenzio e nell’immobilità. Nonostante provassi una forte spossatezza, ho cercato per tutto il resto del viaggio di non riaddormentarmi. Per distrarmi sono andato avanti ed indietro per il corridoio fermandomi soltanto quando il treno è entrato nella stazione di I.; erano appena passate le undici.

L’uomo col cappello prima di scendere dal vagone mi ha salutato e con un ghigno ha aggiunto: «Ha visto, siamo scesi nello stesso posto».

La presenza di quell’uomo mi aveva infastidito fin dal primo approccio, ma finalmente adesso ci saremmo separati per sempre.

Uscito dalla stazione sono salito su un taxi, ma ho un ricordo molto sfocato del tragitto che mi ha condotto all’abitazione di Peter: ero invaso da un pessimismo solitamente estraneo alla mia natura che mi trasmetteva un’angoscia incontenibile.

Cercavo di vagliare le recondite motivazioni che avevano spinto il mio migliore amico a rifarsi vivo. Ma per quanto mi sforzassi, non riuscivo a trovarne di valide.

Desideroso di ottenere il successo, non mi ero fatto scrupoli ad approfittare del suo romanzo, ma adesso, mi chiedevo se fosse stato giusto appropriarsene.

Il mio principale desiderio era quello di diventare uno scrittore, ma non uno dei tanti. Io volevo essere un grande scrittore.

In parte e grazie a Peter, lo ero diventato.

 

Tutto questo lui lo sapeva, ed ero certo che in cuor suo mi disprezzava; il suo farsi vivo adesso doveva avere in qualche modo a che fare con il successo che mi ero cucito addosso a sue spese.

Comunque i miei dubbi sarebbero svaniti di lì a poco, visto che il taxi si fermò davanti al domicilio di Peter. Scesi barcollando e bussai al piccolo portone scagliandomi su di esso con violenza.

Scattò la serratura, spinsi la maniglia ed entrai.

L’ingresso del palazzo era austero e decrepito; all’interno c’era buio ed un fetore di muffa mista ad urina assalì le mie narici.

Salita la prima rampa di scale vidi la porta che il mio amico m’aveva indicato nella lettera. L’unica rossa delle tre del pianerottolo.

Incollai il dito sul campanello fino a che una voce mi ammonì, suggerendo di calmarmi. «Peter, sei tu? Fammi entrare».

Una voce d’oltretomba mi rispose seccamente: «Non puoi entrare, dovremo parlare attraverso la porta».

Stanco per il viaggio snervante, a quella risposta persi quel briciolo di calma rimastomi; afferrai il pomello della porta e cercai di spingerla: «Apri maledizione, devo parlarti, devo vederti dopo questo viaggio infernale».

«No», rispose quella voce, poi aggiunse: «Non puoi vedermi, sono morto».

Quella frase mi giunse dall’esile spiraglio della porta sbarrata, ma invece di provocarmi un altro scatto d’ira scatenò in me una risata grassa e amara.

«Peter, che scherzo è questo? Se devi punirmi per quello che ho fatto, fallo pure ma guardandomi negli occhi».

Ero molto spaventato e gli avevo detto le prime parole che mi erano uscite dalla bocca, senza minimamente riflettere.

 

Temevo che tutto ciò che mi stava accadendo fosse uno scherzo di pessimo gusto. L’avrei implorato di mostrarsi a me.

«Credi che abbiamo un’anima, vero Paul?». Non riuscivo a capire cosa volesse dirmi, per questo cercai di prendere tempo.

Dovevo far leva su quanto aveva scritto: «Peter nella lettera accennavi al fatto che volessi incontrarmi dal vivo, per raccontarmi le tue vicissitudini».

«Precisamente ho scritto di volerti parlare, voglio raccontarti ciò che mi è accaduto dopo che sono sparito. T’interessa ancora, vero?».

«Certo, altrimenti non sarei qui». La mia voce si arrese prima di me. «Raccontami dunque».

Addossato l’orecchio alla porta, la voce di Peter sembrò divenire la mia, come un ventriloquo fa parlare il suo fantoccio.

«La tua ambizione era chiara fin dall’inizio. Anche se sei stato uno studente modello ed un figlio servizievole – desiderio d’ogni genitore – io sapevo ciò che ti rodeva dentro. Non eri nato per essere secondo a nessuno, ma purtroppo il tuo fraterno amico d’infanzia era proprio quello che desideravi essere tu: trasgressivo, fantasioso, intraprendente, intelligente e con quella giusta dose di egoismo e superficialità che gli permetteva di vivere una vita ai massimi livelli. Un vero numero uno! In principio l’affetto che provavi per lui era così forte da non osare affrontarlo apertamente. Le poche sfide letterarie erano sempre giocate superficialmente di modo che, le eventuali sconfitte o le vittorie che si alternavano tra voi, diventassero un valido alibi per pensare di essere, in fondo, come lui».

Stavo perdendo il filo del discorso: Peter stava parlando di un altro Paul, quell’essere perfido e maligno non potevo essere io.

 

Avrei voluto interromperlo ma non osai farlo, perché le sue parole correvano rapide giungendo a raffica nella mia mente provata, e poi quella sua voce suadente...

«Sparire era l’unica maniera per poter permettere al mio migliore amico di diventare ciò che desiderava. Lasciare Rebecca senza darle spiegazioni, significava, in parte, restituirgliela. Donargli quelle splendide pagine significava, invece, offrirgli l’unica ed irripetibile occasione della sua vita per diventare uno scrittore».

«Peter che cosa vuoi farmi credere? – lo interruppi – Che io t’abbia fatto pressione in qualsivoglia modo e che ti sia sentito costretto a partire per farmi un favore. Questa bugia puoi raccontarla a chi ti pare, ma a me, caro Peter, non la dai a bere: non esiste nessuno al mondo capace di farti fare ciò che non vuoi. Io non c’entro con quanto hai deciso, hai capito bene? Non c’entro per niente».

Dall’altra parte della porta mi giunse una risata agghiacciante: quanto avevo appena detto aveva divertito il mio amico, ma il suono di quella risata mi fece accapponare la pelle. «Non hai ancora capito, vero? Io sono morto. Precisamente mi hanno assassinato».

Cominciai ad urlare che non era vero, che non era possibile. Poi mi accasciai sulla porta piangendo come un bambino e pregando Dio che tutto quello che mi stava accadendo fosse solo un brutto incubo. Poi sono svenuto. Quando mi sono svegliato erano trascorse alcune ore, fuori era buio. Il mio primo pensiero corse a Rebecca, che a quell’ora sarebbe stata in pensiero per non aver ricevuto mie notizie per tutto il giorno. Dovevo chiamare per tranquillizzarla. Allora ho cercato di sollevarmi ma mi sentivo a pezzi, avevo freddo ed ero febbricitante.

 

Ho afferrato il corrimano per farmi forza e mi sono voltato d’istinto. Solo allora ho notato che la porta rossa era socchiusa, allora mi sono avvicinato ed ho chiamato il nome di Peter, prima piano, poi a voce più alta. Non ricevendo risposta, mi sono fatto coraggio ed ho spinto l’uscio: sono entrato in una grande stanza illuminata da una lampada su una scrivania e poco arredata.

Sul lato della parete più lunga c’era un letto sfatto, dall’altra parte verso la finestra chiusa c’era una scrivania; per terra erano sparsi centinaia di fogli.

Ho avanzato con circospezione sentendo che il presentimento che mi aveva accompagnato fin dall’inizio di quel viaggio era concreto. Giunto accanto al letto ho notato un’agenda aperta su una pagina. Mi sono avvicinato quel tanto per poter spiare quanto vi era scritto. Non potevo credere a ciò che leggevo: la data era quella del giorno in cui Peter era scomparso.

Presa l’agenda tra le mani e tremando come una foglia, ho verificato – una pura formalità – di che anno fosse. Poi lessi l’appunto che la bella grafia di Peter aveva impresso sulla pagina: Treno: partenza ore 19.45.

La vista mi si annebbiò per un attimo, e vidi scorrere le immagini di un passato vissuto e volontariamente cancellato dalla mente. Ero terrorizzato, ma invece di fuggire via mi sono avvicinato alla scrivania sulla quale imperava una vecchia macchina per scrivere, una di quelle che io e Peter usavamo da ragazzi. Nel rullo era inserito un foglio cominciato a metà che ho cominciato a leggere con una smania febbrile. Poi ho raccolto i fogli da terra per continuare a leggere; più li leggevo e più impietrivo, più andavo avanti nella lettura e più mi rendevo conto di conoscere il finale.

 

Oramai, giunto alla fine della storia, sapevo di non avere più scampo. Quelle pagine erano perfette, non una sbavatura, non un’incoerenza nella fitta trama. Era un romanzo enigmatico, perfetto. Il romanzo che aveva scritto Peter.

Quello che avevo pubblicato io.

 

In principio c’ero io. Almeno così credevo, poi è arrivato ed il presente ha cambiato nome. Adesso non so se è il passato che mi è venuto a trovare, non so nemmeno se conoscere la verità è la punizione che ho meritato ricevere.

 

In principio c’ero io.

Poi c’era lui, il mio migliore amico.

Il suo nome era Peter.


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