Racconti

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Altre meraviglie dal carro bestiame

di Patonsio

 

Morchiato di petrolifero untume sudava il treno cicciuto, e ansante di ferraglia impaziente si scaldava gli ordigni propulsori, sbuffando insolente alla maniera del burocrate ministeriale cui sia concesso l’effìmero potere di tormentare il richiedente d’un servizio dovuto.

«Ahuiiìii..!» e «Heiaàaah..!» come pure «Rrràaahh» gli facevano eco, in un toccante pittoresco coro merdicolore (in cui distinguevansi il virtuoso della espettorazione, l’artista del vituperio, il maestro dell’invettiva, il campione di villania), sulle banchine lerce, capitreno, addetti, facchini, operai, ed altri sfaccendati stipendiati del trasporto ferrato, fini a se stessi.

Ah! Mirabile scorcio del girone dei condannati al cabotaggio ferroviario di quei tempi lontani e felici!

Basta.

Bando ai cedevoli sentimentalismi.

Per ritornare ai nostri limpidi eroi, si dirà in tutta inalterata franchezza che, infiltrati nell’aromatico scompartimento, naturale empireo d’ogni eletto bacterio, paradiso vagheggiato d’ogni vibrione emigrante, eden di delizie dello schizomiceto globe-trotter, si abbatterono avviliti sui primi sedili a portata di natica. Qui si resero conto che una qualche ragione disciplinava la convergenza degli sguardi ironici di tutti i – più o meno – compagni di viaggio.

Sguardi perfidi, sgarbati, e perciò stesso meritevoli noncuranza, eppure quelle guardate prive di amabilità affondavano, – come scostumata lingua porcina nella ghianda – dentro l’indifferenza di Carmine, il quale aveva notato, nello stesso tempo, qualcosa d’incomodo, di assai più incomodo e preoccupante che non la curiosa impertinenza di quei viaggiatori, ed era una indisponente corrente d’aria che filtrava dalla porta socchiusa.

Sapeva benissimo dove dirigersi per dar più imbarazzo che potesse, lo spiffero screanzato: elesse infatti sua naturale foce l’orecchio di Patonsio, il quale distese, con la sveltezza di chi è abbonato agl’impicci provvigionati senza richiesta, la seguente risoluzione:

«Eccheccè dubbio..? Sempre a me mi trovano bello confessato le camurrìe1 quando si tratta di scassare la...!2».

E consegnò al battente, per farlo stare a dovere, il sollecito donativo di una brutale gomitata – ricevendone in ricompensa un dolore acuto che prese ad irradiarsi per tutto l’arto con soverchio formicolio – e agli altri viaggiatori la soddisfazione maligna e lo sprezzo sufficienti a destinargli sguardi che pressappoco significavano:

«Infelice! Ti figuri che nella vita tutto sia molle e adattabile come il grasso che ti ricopre? Che le cose difficili si possano risolvere con una zampata di bestia? Ah poveretto! La vita è qualcosa di più spigoloso e inclemente, per fortuna, sì, per fortuna, un po’ per tutti!».

Constatato l’insuccesso dell’amico, che tanta appagante voluttà aveva regalato ai presenti, – chi più, chi meno – Carmine misurò la maniglia, la girò, bene attento la rigirò, esaminò il dente della serratura, il buco dove avrebbe dovuto far incastro, cercando, ispezionando, investigando sulla causa occulta di quell’inconveniente.

Palpò dolcemente la porta come se incitasse un amico per un’impresa difficile, poi la spinse, la tenne, di nuovo la spinse, la guardò con odio e infine, cominciando a preoccuparsi di perdere sconvenientemente bussola e pazienza, l’abbandonò al suo grigio destino.

Ma sì. Era inutile!

Dietro cento giornali spiegati s’affacciarono gli occhi infidi di coloro ai quali la sfida:

 

Carmine & Patonsio

contro

la Porta maledetta

 

doveva promettere godimenti più succosi della lettura delle storie di corna del personaggio famoso o dell’oroscopo redatto dall’ermafrodita in voga al momento.

E così, dato che la presenza di un pubblico suole eccitare l’amor proprio, Patonsio il curvilineo s’incaricò di compiere un altro tentativo, e si diresse con la baldanza dei cavalieri senza macchia e senza paura alla volta del meccanismo incantato.

Pensò allora di alzarsi da dove era seduto per guardare il nemico in faccia. Cavò di tasca un temperino e lo ficcò nel pertugio rimestandovi per benino qua e là; ma quel dente che avrebbe dovuto chiudere la porta non veniva fuori nemmeno a pregarlo.

E cerca, e scava, e scuoti, e sbatacchia, niente.

Non c’era verso.

Resisteva con caparbietà pari alla testardaggine di Patò di stanarlo e trionfare sulla materia bruta.

Nel sedile in fondo, due signorine ridevano tra loro e guardavano impietosite.

In particolare, una brunetta pingue e rosea con tutte le attrattive di un timido e vezzoso maialino, scoccava occhiatine d’incoraggiamento all’impavido competitore: non diversamente nel medioevo le dame avrebbero incoraggiato i cavalieri alla vigilia di sanguinose tenzoni!

Ma ad uno degli altri spettatori, ossuto e privo d’ogni senso d’umana compassione, brillavano nella pupilla scintille d’una infernale allegria, e implacabile, dal profondo del suo animo corrotto, mentalmente – c’è da giurarci – scagliava questa catilinaria verso il detentore di tutti le afflizioni endocrine:

«Impara. Impara ciò che vuol dire soffrire! Sudalo tutto, quel grasso ributtante che ti gonfia, porco pasciuto! Vedi ora se ti serve a qualcosa la stupida prosopopea di prima..!».

Carmine era preoccupato per il contegno degli altri viaggiatori, per i quali tanto lui quanto il suo compagno stavano interpretando né più né meno che un penoso numero da miserevoli artisti di strada, – se non da bestie da combattimento clandestino – per cui presentiva che se lo scontro fosse durato, sarebbero cominciate le più odiose scommesse sul risultato finale.

Ora, bisogna che lo si divulghi: Carmine non aveva mai nutrito nessuna vocazione per la carriera di domatore di porte, bensì un vero debole per la filosofìa; cosicché realizzò nella sua mente quello che uno scolastico chiamerebbe un fiorito sorite alla maniera di Zenone e Crisippo, ovvero un onesto sillogismo:

1) Esservi accidenti superiori alle forze dell’uomo.

2) Gli imperscrutabili innesti che il caso manda a effetto nel percorso vitale dell’uomo fanno sì che uno di questi accidenti possa prender forma di porta d’un vagone.

3) Malgrado florido di carni e arricchito di gremito pelame, l’ottimo Patò è, in spregio alle apparenze, un uomo, ergo: le sue forze, come quelle mie, del resto, non sono che forze umane.

4) La dotazione di forze da noi fruibili è inferiore agli accidenti di cui si fa menzione sub articolo 1.

Alter ergo: noi non « possiamo » chiudere la porta.

 

***

 

Per onorare d’un fondato corollario le astrazioni suesposte, risolse di abbandonare subito l’impresa, invitando il compagno ad abbracciare l’esempio e a lasciare che la porta fatale seguitasse a dondolarsi a capriccio sopra i suoi gangheri, aggressiva e trionfante, e che dalla fessura filtrasse empia quella malefica corrente d’aria che usa germogliare in polmonite. Quindi assunse un contegno da filosofo pragmatista: non potendo adattare la realtà alle proprie convenienze, preferì adattare le convenienze alla realtà.

E vi riuscì, con ponderata manovra.

Concertò col fido confratello di occupare altri posti ove schivare la fredda pugnalata dell’aria.

Fatto questo lasciò cadere dall’alto, su gli altri passeggeri, una guardata carica di dignità e d’orgoglio, supponendo di riscuotere una qualche approvazione a quella assennata e sobria politica.

Macché!

Fuori questione.

Ogni singolo occhio s’era di nuovo eclissato dietro l’oroscopo del nostalgico ammaccatello alla moda, dietro gl’incroci enigmistici di parole, la posta del cuore di Madame Samantha, i necrologi con i defunti dai nomi bizzarri, gli annunci per farsi erogare massaggi dove si sa abbastanza benino.

Neppure le due signorine, neanche la provvisoria incapricciata del beau garçon Patôns, guardavano più.

L’amore ch’era gemmato in quello spazio d’armoniosi istanti in cui due cuori sentono il supremo richiamo ch’è lanciato dal sapersi marchiati della stessa ferita impressa col fuoco, o se si preferisce, dal riconoscersi devastati dal medesimo sfregio fatale, o segnati dalla stessa piaga che riversa lo stesso pus, deturpati da un’identica fistola ulcerata che sprigiona lo stesso miasma, insomma, quell’effimera passione concepita nel cuoricino paffuto della sferoidale sconosciuta, quell’attrazione labile e colpevolmente fugace, aveva cessato di esistere.

No, più non palpitava di brama per il convesso Path…

Ah! Se non temessimo di far ruberia di versi ai poeti immortali, diremmo che la botte rinnegò il fusto – o piuttosto che, tramontata la fregola, la vacca si sgravò del capriccio di manzo.

Lo scalognato giovanottazzo era tornato, per quella capricciosa vergine, – (…) – nel giro di un breve conflitto vano, un qualunque Patonsio mortale. Soltanto il signore ossuto pretese annichilirlo, con un’occhiata ultima di disprezzo, come schifando il disertore dei più sacri doveri civili.

 

***

 

Il treno irrigidiva intanto le sue pulegge e i suoi volani per la sosta in una stazione. Non senza stridere nelle severe sue guide. Era il colosso d’acciaio serrato entro ceppi di ferro che si ribellava, a suo modo, contro la schiavitù che un forte patisce da un vile, pur sapendo che il regime imposto fu, è, sarà ineluttabilmente, l’unica vita possibile.

Un solo viaggiatore, barcollante per i guizzi con cui il treno aveva voluto, ancora un’inutile volta, scrollarsi di dosso i metallici gioghi, entrò nello scompartimento.

E sedette.

Sì! L’amico benigno che sorveglia premuroso le vicissitudini dei nostri beniamini, vale a dire il vigile lettore (a questo punto affratellato ai casi degli eroi affidati al suo affetto dall’Autore), avrà di già capito dove, sedette.

Proprio in quel, posto.

Ecco che, appena ripresa la corsa, la porta cominciò a dondolarsi, negligente, svogliata quasi, prima lenta e trasandata, poi molesta e petulante, infine inarrestabile, invasata da perversi geni maligni.

Il nuovo arrivato, degno sostituto di Carmine, – il quale era, dal suo canto, ben attento e concentratissimo a causa della forte curiosità – con un picciol gesto del gomito, azzardò, ignaro, lo stesso tentativo saggiato da Pat.

( ..!)

La porta era più indemoniata di prima.

( …)

Patònsh, reso lugubre dal fiele ingurgitato, prese un’espressione da deportato malgascio digiuno, e rivolse senz’indugio al nuovo viaggiatore quegli intensi sentimenti di spregio che si rivolgono ai vespasiani cittadini, quando, impraticabili, sono abitati ormai solo da infette deiezioni e marcescente putredine.

Carmine meditava melanconicamente – per risarcirsi delle passate incomodità – che proprio in quel modo le generazioni che vengono dietro alle generazioni ripetono gli stessi sforzi per ottenere – sublime e crudele inanità dell’umane cose! – gli stessi inesorabili insuccessi. Con queste meditazioni ascendeva alle vette olimpiche signoreggiate dai sereni pensatori greci, tuttavia non trascurando di compassionare il poveraccio che, ormai in pieno potere della porta, rigirava su e giù la maniglia, palpava il buco, studiava il mistero, investigava il nulla.

La porta, lei, si lasciava palpare lasciva e paziente, con quell’ebetudine degli infermi che, intorpiditi dal farmaco, si lasciano sballottolare dal medico inesperto che dissimula con zelo ipocrita la propria inettitudine.

Sembrò che volesse rassegnarsi al destino, il viaggiatore, ma non così quel bilioso segaligno che ora, con attenzione impaziente e cattiva, seguiva le sperimentazioni della nuova vittima.

La quale vittima, dopo essersi convinta, come Carmine, che ogni sforzo sarebbe inutile, raggiunse quest’ultimo nell’eliso degli stoici, rinunziando decorosamente ad ulteriori collaudi, e senza cambiar di posto s’alzò con virile forza d’animo il bavero e si rannicchiò nel sedile.

Patonsio, ritornato splendidamente nella patria morale che accoglie tutti gli orgogliosi ormai vendicati, salutò tale risoluzione – con lo scherno che si serba in caldo per gli stupratori infami caduti finalmente in mano alla giustizia – con quest’astiosa espressione sibilata tra i denti:

«…[Getta]… sangue dal… [la coda] ..!3» mentre Carmine, appartenendo ad un’altra scuola filosofica, pareva volesse premiare con il più cordiale sorriso il provvedimento di resa senza condizioni adottato dal novello sconfitto.

Allo smilzo disseccato, invece, questa condotta parve colmare la misura alla pazienza, e, dardeggiando intorno a sé sguardi infuocati come anatemi, – o fatture malefiche – dagli occhi iniettati d’un vivo rossore di rabbia, – o, chissà, di congiuntivite blenorragica – con ferocia di spettro disturbato nel sonno dell’eterna condanna, strappò una pagina del suo giornale, la piegò esaltato in due, in quattro, in otto, in sedici, in trentadue, – fors’anche di più! – e drizzandosi come l’Angelo Sterminatore andò a incastrare quella specie di cuneo tra gli stipiti della porta insolente; poi le assestò un calcio formidabile, ma così dosato e perfetto, che la porta pervenne a combaciare senza lamento o tentennamento alcuno, là dove doveva per l’appunto, e se ne ristette immobile, forse vergognosa, forse pentita, ma bloccata saldamente! Chiusa!

C’era da scimunire davvero!

Pat il paonazzo, infatti, esibendo nel volto delicate sfumature tra il rosso-prugna e il viola-esangue, senza pôr tempo, scimunì.

Certo, per quanto gli fu possibile, data la sua natura collerica, ma scimunì: il sedile gli bruciava sotto e sembrava tormentarlo, e le mani, le mani non riusciva più a mantenerle ferme, benché si sforzasse; i piedi condividevano la stessa agitazione delle mani ma non quella del ventre, che anzi si rimuoveva con scossette ondulatorie, ritmicamente, come obbedisse ad una suadente musica esotica, ricordando, per contrasto, il grembo armonioso ed incantatore della più sensuale danzatrice del ventre evocata dagli antichi regni delle Favole Persiane.

Il secco odioso, forse imboriosito dalle erotizzanti – beh, quasi – movenze dell’addome patonsiesco, tornando a sedere, propinò al baiadero nostro prima, agli altri poi, uno sguardo bruciante, e sorrise cilestrino – il carogna – come un depravato ramarro, al vederli confusi e screditati, dentro la più persuasa impotenza.

Ebbe un bel da fare, Carmine, per ammansire Patonsio che voleva, novello conte Ugolino, ripagare l’ultimo affronto pascendosi del cranio presto scoperchiato di quegli: evitando prudentemente i temi ancorché fondamentali della fratellanza universale e della pace fra le genti, fece appello al coraggio di Pat, che mai, suvvia, mai si misurerebbe con un individuo tanto inferiore per robustezza muscolare. Ciò nondimeno il rotondo camerata voleva almeno testare l’equilibrio cinetico di colui con l’installarlo turpemente sull’indice della propria mano sinistra, – barbaro perno invasivo nell’innominabile cavità – la destra riservandosi per imprimere un vorticoso moto rotatorio.

Rabbonirlo, far passare il momento critico in cui gli ormoni ammattiti facevano scorribanda pel corpo corroso dell’amico ammainando la bandiera dell’anarchia più devastatrice, ecco, il difficile compito scelto da quel saggio.

Ma sì, vi riuscì, per fortuna.

 

***

 

Perché nasconderlo? Una tecnica così rapida e precisa, così dannatamente efficace, non poteva non conturbare Carmine, il quale cominciò a ruminare deduzioni circa:

A) L’imponderabilità dello spirito strategico che cova in taluni individui e che non fa intorno mostra di sé a volte per mancanza di nicchia ecologica favorevole, a volte per colpa di un destino nemico.

B) La felicità della soluzione trovata, con magnifico colpo d’occhio e più magnifica calcagnata, in una circostanza tanto seccante, segnalava quel signore come l’embrione di un Napoleone in germe, una specie d’Alessandro Magno in potenza, l’abbozzo di un Gordio appena tracciato, il feto d’un Dario mancato, l’idea di un Pompeo andata a vuoto.

B.1) L’impossibilità oggettiva della conquista di terre d’Europa o d’Asia, relegava il fenomeno in questione al destino d’eccellere nella chiusura delle porte impossibili nei vagoni ferroviari.

Ergo: l’aborto scarnito era il disilluso trionfatore solitario e reietto di imprese ordinarie, ma pur sempre incresciose, come bloccare porte e farsi scannare dal non meno leggendario Patonsio.

 

***

 

Ragionava così, quando venne a distoglierlo dal fecondo ragionamento un inatteso accidente: si aprì con violenza la porta perché entrò il controllore, avido di biglietti da sforacchiare.

Cadde alfine quella pagina ripiegata le trentadue volte e più, e l’impiegato ignavo si appoggiò sulla porta per bucare indisturbato. L’Annibale di tutti i battenti ribelli, velenoso di bile e spoglio della padronanza di sé, vomitò allora:

«È un schifo! Non funziona mai niente! Però noi paghiamo, caro lei! E con soldi buoni, no con soldi fasulli come il servizio che ci viene dato!».

L’odio bolliva nella sua voce stridula, facendo vibrare ogni parola come gagliardetto in battaglia.

«Sì…ma infatti... Non si chiude bene… È vero…» sbadigliò annoiato il controllore, ineffabile.

«So io bene con chi devo protestare, caro amico! – tuonava lo scheletrico – Il viaggiatore è buono solo a pagare, vero? Ma io non mi faccio mettere la museruola da nessuno, ha capito?» e si riduceva il collo gonfio oltremisura, tutto arabescato di minacciose vene varicose, a rischio di procurarsi un qualcheccosa.

«Ma sì, – gli fischiettava l’altro con la più bella noncuranza – capace che4 ora l’aggiustano. Se non è oggi è domani. Io penso, almeno, secondo me, che tanto l’aggiustano, prima o poi… Ma sicuramente».

«Ma che prima o poi mi va contando? Sono quattro mesi che viaggio in questo vagone, proprio in questo scompartimento, e quella porta sbatte sempre! Sempre! Non se ne può più di…» ma non poté terminare la frase, a motivo di un violento attacco di singulti e ronchi di tosse catarrosa, e vischiosa forte, mica da ridere! Cercava, soffocando penosamente, di trovare una direzione da cui attingere meglio il respiro, che aveva guasto e corto da far pena anche a un Patonsio.

Per dire.

Ma Patonsio, assiso nella sua postazione in atteggiamento da dissoluto sibarita ben satollo di vizio, schioccava deliziato i labbrucci che un tempo irretirono ben più d’una smorfiosetta grassottella, ma adesso pasteggiavano i ghiotti bocconi consentitigli dal vedere in difficoltà il nemico, umiliato e costretto a spruzzare soffi d’asma nervosa insieme ai sorrisi più altezzosi del suo repertorio, tanto per darsi un contegno da sano, all’incirca.

Carmine si rituffò in una meditazione profondissima, che aveva il seguente oggetto: l’apparenza ingannevole delle cose, testè palesata da un fortuito intervento, rivela con sufficiente chiarezza che:

α) La presunta strategia altro non è che un pietoso caso di adattamento alla circostanza.

β) La presunta perfezione tecnica è, essa pur anche, il risultato di mesi quattro suppergiù spesi in faticosi tentativi.

γ) Il tirocinio quadrimestrale ha certamente preso avvio, come nel caso del gran Patonsio, col tentativo canonico e ingenuo della gomitata.

δ) Esservi sostanzialmente disuguaglianze solo apparenti tra il saturnale consunto e il venereo Patonsio, al modo approssimativamente analogo della distribuzione omogenea degli stessi elementi nell’universo celato dai freddi spazi siderali.

Ergo: altro non esser la vita stessa che uno stravagante caleidoscopio che rimanda, ebbro e confuso, immagini che ritornano nei tempi e nell’epoche, lasciando all’uomo, osservatore smarrito, l’impressione di aver vissuto – ma dove? quando? – esperienze che di già sfibrarono i suoi bisnonni ed oltre…

 

***

 

Non stette troppo a torturarsi su, dal momento che fu richiamato dalla necessità di trasferire in altra e più pacifica vettura sé stesso e il suo compagno, cui l’appetito pernicioso per il cranio nudo dell’avversario cominciava a risvegliarsi irresistibile, in ragione della solenne caduta in bassa fortuna di quest’ultimo:

«E se ancora non lo sai, – gli mugghiava contro – uno solo me ne basta! Con un morso solo ti scippo la testa, faccia di... [vespasiano]5».

 

***

 

Nella nuova vettura, dopo poco che si installarono i Nostri, si aggiunse una famigliuola composta da babbo, mamma e sei (!) innocenti (…) frugoletti.

I frugoletti, per prima cosa, vollero stare in piedi sulle poltrone, poi infìlarcisi sotto, ed infine saltare sulla reticella delle valigie. Urlarono, frignarono, e pareva persino che bestemmiassero.

Se non furono essi a bestemmiare, dovette essere un anziano signore che si trovava in fondo allo scompartimento – ma è anche lecito farsi persuasi che i frugoletti fossero più che capaci di tuonare terribili bestemmie, dal momento che non economizzavano in fatto di detonazioni d’altre stomachevoli “ariette” ammorbanti. Uno dei mocciosi si impossessò del finestrino, tolse il cuscino dalle mani di Patonsio, gli pestò i piedi. Il fumo e la sporcizia lo annerirono tanto, che non si capiva come i genitori potessero riconoscerlo.

Quando il treno passò su un ponte, cadde nel fiume.

Non poteva esser vero, come giunse a dire la madre, che il buon Patò lo avesse spinto facendo finta di niente. Le madri – è noto – esagerano molto. Carmine disse solamente con tutta sincerità, e con il virtuoso desiderio di consolarla, che il bimbo, quando era caduto, era talmente sudicio che ormai non poteva servire più a nulla. Sembra che la madre non fosse d’accordo con tale equilibrata opinione.

Il signore anziano, dopo, nel corridoio, si congratulò con Patonsio, la testa del quale – occupatissima a coordinare i muscoli buccinatori delle guance e quelli orbicolari delle labbra al fine di zufolare un allegro motivetto popolare – rimirava con incanto e rispetto religioso.

 

1 Fastidî, seccature. N.d.C.

2 Il lettore amico e le indulgenti lettrici sapranno perdonare qualche omissione concernente le impoetiche trivialità pullulanti nel primordiale lessico di Patonsio, anche se, quando un fedele schiavo della verità – qual simpone dessere lautore – scrive per la posterità, questi dovrebbe negarsi per sempre il diritto di accomodare o abbellire le cose. N.d.A.

3 La decenza ci vieta di riportare quella terribile espressione, se non opportunamente depurata della feccia. In effetti la lectio difficilior prevederebbe un testo leggermente diverso, dove si fa realistica segnalazione sulle precise modalità di espulsione del liquido tessuto, con precisi riferimenti anatomici che sono ricorrenti nei vernacoli plebei dei tipici lazzaroni. N.d.A.

4 Forse. N.d.C.

5 Ma non era proprio questa, la parola usata, però come il lettore sa, etc., etc. N.d.A.


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