Interviste

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Aldo Putignano su “Vedi Napoli e poi scrivi”

a cura di Gennaro Chierchia

 

Docente di scrittura creativa alla fondazione “Humaniter” di Napoli. Fonda “Homo Scrivens” (www.homoscrivens.it), la prima compagnia italiana di scrittura, che promuove nuovi autori attraverso spettacoli di lettura. Cura “Faximile, 49 riscritture di opere letterarie”, un libro-tributo ai grandi della letteratura e “Vedi Napoli e poi scrivi”, un libro su Napoli e la Campania che raggruppa scrittori noti ed esordienti. È tra i trenta autori del libro umoristico “Quel sacripante di un grafico si è scordato il titolo”, a cura di Edgardo Bellini e di Pino Imperatore.

 

Cos’è questo libro che hai curato, “Vedi Napoli e poi scrivi”?

 

È un libro a più voci, che raccoglie testi ambientati a Napoli e in Campania sia di autori esordienti, selezionati attraverso concorso, che di alcuni fra i nomi più noti e stimati della cultura campana: Montesano, Cilento, De Simone, Piccolo, Pascale, Santanelli e molti altri. È dunque una raccolta di racconti, brevi o brevissimi, che vogliono raccontare la nostra terra in maniera non tradizionale, attraverso la voce e lo sguardo dei suoi abitanti.

 

Come nasce?

 

L’idea di raccontare Napoli attraverso la letteratura caratterizza l’intera produzione della casa editrice Kairós, da parte mia invece vi è questa costante ricerca del sommerso: occupandomi prevalentemente di scrittura degli esordienti troppo spesso ho dovuto constatare quanto sia difficile per un “giovane” autore trovare degli spazi e da qui la ricerca di alcuni momenti di visibilità, per non essere passivi ma almeno provarci. È stato dunque naturale trovare una confluenza, e pensare poi ad un progetto più alto, ed ambizioso, invitando a partecipare al libro anche autori di chiara fama, molti dei quali ci hanno risposto con una gentilezza e una disponibilità che fa loro davvero onore.

 

Sulla copertina di Enzo Varriale, una grande nuvola si staglia contro il cielo di Bagnoli. Che significato ha per te?

 

Volevamo un paesaggio moderno, visibile, e che allo stesso tempo esprimesse quel senso di oppressione che si avverte oggi in città. Rappresentare un paesaggio vuol dire interpretarlo e Bagnoli, con i suoi travagli e i suoi contrasti, è un luogo simbolo, la copertina è una cartolina amara di una Napoli senza sole, dove la bellezza della natura non riesce a nascondere il degrado umano, le ciminiere da cui è uscito quel fumo che le nuvole hanno raccolto.

 

Il libro si compone di più di cinquanta racconti, tra cui il tuo, “La resa dei conti”. È una storia amara, una tra le più dure della raccolta, perché parla di ricatto, di opportunismo, di tradimento con una semplicità disarmante. Perché hai deciso di scrivere proprio questa?

 

Credo che nella tua domanda ci sia già il senso della risposta: Napoli è così, si viola la legalità e il senso civico con una leggerezza disarmante, ci si costruisce con facilità alibi ad hoc, per giustificare magari quello che già è stato fatto. Dovremmo rendere conto alla nostra coscienza ma siamo troppo abituati ad una bonaria risata di sopportazione, non è facile.

 

Nella bella prefazione al libro scrivi: “La letteratura è una forza che unisce: non ha senso chiudersi in una torre d’avorio a vantare le proprie esperienze ed i successi, non basta avere una carica, bisogna esercitarla. Il grande artista è quello che trascina, che coinvolge, che sceglie di vivere accanto agli altri, che non ha paura di dire di sì. Unire la propria voce al coro, per permettere, anche a chi finora non ha trovato spazio, di potersi esprimere per quel che vale, è un gesto di grande nobiltà”. È quello che fai tu come docente di scrittura creativa e coordinatore di “Homo Scrivens” (www.homoscrivens.it), ma quanti scrittori, esordienti e no, lo fanno?

 

Grazie per l’attestato di stima che naturalmente non può che riguardare l’intero gruppo di Homo Scrivens che ha raggiunto in questi anni risultati importanti. Molti scrittori provano a dare l’esempio con il loro impegno e con le loro opere ma non sempre il messaggio è colto, allo stesso tempo alcuni autori esordienti (ma il termine spesso è improprio, visto che si comprende nel genere anche persone che hanno alle spalle più di una pubblicazione) peccano di presunzione e scarsa professionalità, ciò nonostante credo che il problema più serio non sia la mancanza di dialogo fra gli scrittori, professionisti e dilettanti, qui manca più l’abitudine che la buona volontà, quanto il rapporto con il mercato, la stampa, le librerie. Anche per un autore professionista esiste il problema della visibilità e se almeno noi scrittori-lettori fossimo un po’ più critici nella scelta dei libri da comprare lasciandoci influenzare meno da moda e pubblicità, un certo riscontro ci sarebbe. Di regola poi l’individualismo non paga, per risolvere il problema della comunicazione occorre guardare alla comunità, comprenderne il gusto e le esigenze, e dare qualcosa di sé, se ciò non accade il rischio di restare esclusi è forte.

 

Nel libro si alternano storie per lo più amare e tuttavia velate di ironia. Credo che Napoli non si possa raccontare che così. Sei d’accordo?

 

Napoli a volte non può fare a meno di far ridere di sé, è uno schiavo che vuole compiacere il padrone, non manca la coscienza del disagio ma la forza di affrontarlo. Ma non sempre è così e non sempre l’ironia è una fuga dalla realtà: anche questo libro, nel suo piccolo, vuol essere un tentativo di vivere nel reale, di canalizzare delle forze, esprimere qualcosa. Troppo spesso il napoletano va tranquillizzato: «Sì, ho detto questo ma non lo penso veramente, se c’è un problema possiamo occuparcene domani, se c’è una regola non sarà una piccola infrazione...», ma tutto questo è giusto?

 

Da dove nasce, secondo te, tutta questa voglia di raccontare Napoli? Eppure stiamo sempre a lamentarci di questa città.

 

Lamentarsi però non serve, occorre agire, e raccontare un episodio vuol dire comunicarlo, condividerlo: è un’azione. Napoli è un tema forte, ci impone molte cose e tante altre ce ne permette, raccontarla è anche un modo per imparare a viverci, quasi una necessità interiore per chi per pensare ha bisogno di scrivere.

 

Quali obiettivi ha un libro come “Vedi Napoli e poi scrivi”?

 

Dal mio punto di vista l’obiettivo più importante è stato già raggiunto: vi è una comunità di scrittori che pur avendo vite e desideri molto diversi fra loro hanno collaborato, anche senza conoscersi, ognuno secondo il suo stile, ad un progetto unitario e tale progetto è diventato realtà. Speriamo di dare a questa anomala comunità una giusta visibilità.

 

Un augurio per Napoli e uno per gli scrittori napoletani.

 

Un felice e sereno 2006 a tutti coloro che danno valore all’arte, piccola o grande che sia, in qualunque forma essa si esprima; un augurio di cuore e un ringraziamento a tutti coloro che leggono e sanno ascoltare gli altri, indipendentemente dal ruolo e dalla convenienza; un augurio a tutti i napoletani affinché imparino ad esser degni di una terra bellissima, e a trattarla con più amore e rispetto.

E un augurio anche a te, caro Gennaro, che sai coniugare il talento con l’umiltà, sperando che il 2006 ti regali ancora nuovi e più importanti palcoscenici.

 

Intervista rilasciata il 31 dicembre 2005.


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