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“Adesso tienimi”
di Flavia Piccinni
a cura di Gennaro
Chierchia
È la storia di una relazione, una relazione andata a male. Perché Martina, la
protagonista, dopo aver perso il suo amore non riesce a riprendersi la vita, la
propria vita?
Superare l’abbandono per Martina non è possibile. È ancorata al passato che è
violenza, paura, terrore, a volte felicità. Martina non riesce a scindere la sua
vita, il passato dal presente e dal futuro, ma vive in un mondo dove quello che
è stato si interseca con la realtà e la rende sofferenza. I ricordi prendono il
sopravvento e la depressione, la malinconia, si impossessano della sua vita.
Martina è malata d’amore e di depressione. Anche se è giovane è malata.
Perché «l’altro» è una persona matura, perché non un coetaneo di Martina?
La
relazione fra Martina e Vianello è una storia violenta, che nasce dalla paura.
Martina non sceglie chi avere accanto, le viene imposto. All’inizio non ha la
forza di ribellarsi a questo uomo più grande e lentamente cede alla sua forza,
finendo per amarlo. Ma quando ormai si fida di lui, viene abbandonata, nel modo
più tremendo possibile. Inizia così il suo secondo e ultimo calvario.
Taranto appare tanto bella quanto irraggiungibile, nel senso che sembra a un
passo dal poterla vivere in tutto il suo splendore, ma che ci sia sempre
qualcosa che non lo permetta. Tu sei tarantina, è proprio così che stanno le
cose?
Taranto è una città splendida, che vive un momento di transizione. Un momento
difficile da capire e da spiegare. Il suo fascino credo sia direttamente
proporzionale alla sua incomprensibilità. Nel momento stesso in cui l’hai
capita, in cui hai capito le persone che la vivono, c’è qualcosa che ti fa
cambiare idea. Immediatamente. Credo che siano i tarantini l’incognita, quelli
che non fanno “tornare” le cose, e rendono la città ancora più incomprensibile.
Ancora più bella.
«C’è sempre un lutto da ricordare». È una citazione dal libro. Molte delle cose
che hai scritto riguardano la morte. Perché ci pensi tanto spesso, eppure sei
così giovane!
Martina non ha paura di soffrire e neanche di morire. Credo che questo libro,
sia molto diverso dall’antologia “Nulla è per sempre” che ho curato per Giulio
Perrone, cui probabilmente fai riferimento. I presupposti erano diversi. Per la
raccolta c’era il desiderio di fondo di rompere un tabù (esaminare
chirurgicamente la morte) e di riunire giovani voci, giovani scrittori che mi
affascinavano. “Adesso tienimi” invece è una storia, la vita di una ragazza che
non riesce a raggiungere un equilibrio e si trova ad un passo dal baratro, ma
non ha paura di precipitarci. Mi affascinano le storie di limiti, di equilibri
spezzati.
Quanto di te c’è in Martina, se ce n’è, e cosa ti piace di lei e cosa no.
Martina e io siamo molto diverse. Lei sceglie troppe volte di arrendersi, di
farsi trasportare dalle situazioni. Io non lo sopporterei. La cosa che più ci
accomuna, oltre ad una grande insofferenza verso il mondo scolastico, è
sicuramente l’amore e la rabbia nei confronti di una città, Taranto, che sembra
essere votata al suicidio, alla sofferenza.
Nel romanzo tutti lasciano qualcuno o qualcosa o stanno per farlo.
Il
romanzo è negli occhi di Martina, che filtra il mondo che la circonda attraverso
la sua ottica di abbandonata. Martina è ossessionata dall’abbandono, dalla paura
di essere lasciata ancora, dalla paura di lasciare a sua volta. Non vede altro
intorno a sé. L’amica che cambia città (l’emigrazione da Taranto è spaventosa,
in meno di dieci anni si sono trasferite oltre 40.000 persone), la scuola che
finisce, il Taranto che sfiora la serie B, sono tutte situazioni funzionali che
per Martina rappresentano un possibile abbandono. Una sicura sofferenza.
Qual è il più bel complimento che un lettore potrebbe farti dopo aver letto il
libro.
Che
gli è capitato di ripensare, anche per una sola volta, a qualcosa che ha letto.
Vorrebbe dire che qualcosa è rimasto.
Intervista
rilasciata il 25 giugno 2007 |