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Adesso tienimi

di Flavia Piccinni

a cura di Gennaro Chierchia

 

Martina Petruzzi è una ragazza all’ultimo anno di liceo classico, e vive a Taranto. Nasconde un lutto, che non dice a nessuno perché ha interessato una persona speciale per lei, che le ha dato tanto e che, «andandosene», le ha tolto tutto. Così la sua esistenza di ragazza appena maggiorenne è tutta filtrata da questo lutto «indicibile», segreto, che sconquassa ogni sua giornata e pensiero e attività. Come se la fine della vita di quella persona coincidesse con la propria. Martina non è una ragazza come le altre, come la comitiva che sempre l’ha attorniata, e che continua a starle intorno ma che in realtà è come se non esistesse, o, almeno, non lo è più. Perché quando la incontriamo ella è già vestita a lutto, sebbene niente trapeli dal suo essere esteriore: Martina porta il lutto dentro di sé, e i postumi di questo lutto, il malessere che ne deriva, è anch’esso nascosto, celato, al limite espulso in una stanza da bagno o mentre il vento le sferza la faccia sopra il motorino in una corsa senza meta solo per dimenticare. O davanti allo schermo di un televisore a istupidirsi di trasmissioni infantili e a comprare anelli di plastica su internet nel tentativo disperato di tornare a uno stadio della vita in cui non è dato soffrire. O attraverso il sonno, l’isolamento, il cibo o al contrario l’astinenza da esso, il fumo. Non le bastano gli amici, non le bastano i maschi per venirne fuori, né Virgilio che le fa capire il proprio amore, né Simone, l’ex fidanzato a cui pure Martina si sente legata. Quella persona che non c’è più cancella ogni esistenza, come se la sua morte avesse provocato un effetto a catena che avesse risucchiato le vite altrui, lasciando attorno a Martina terra bruciata, il nulla. E stupisce allora, e intristisce, questa giovane esistenza al femminile i cui rami sono recisi, rimasta monca della voglia di vivere, sprezzante nei confronti di qualunque aspetto che la vita offre. La rabbia cresce ancor più se si tiene conto che non è chiarito il motivo per cui quella persona così legata a Martina ha deciso di togliersi la vita; ovvero, potrebbero esserci un mucchio di ragioni come nessuna. Il fatto è che, in ogni caso, si sarebbe potuto evitare. Questo «abbandono» è allargato a macchia d’olio, e contagia non solo Martina, ma tutti i suoi amici e la città stessa: Taranto. Tutto è destinato a finire o è già terminato: Giulia che va via, lasciando in lacrime la sua amica del cuore Iolanda; la scuola con il temuto esame di maturità e l’incertezza del cosa sarà dopo, gli operai che ci lasciano la vita negli stabilimenti dell’ILVA, la città tutta agonizzante. E infine Martina, che fallendo di giorno in giorno, alla fine giunge al compimento di quello che reputa la sola soluzione, la fine di tutte le proprie sofferenze.

Il romanzo è arricchito da una scrittura fonda e particolareggiata, che va al cuore delle cose; una scrittura viscerale, che alterna momenti di dolcezza a momenti di cattiveria, e perciò teneramente sincero. Stupisce ancora una volta il pensiero della giovane Piccinni, portabandiera di una generazione «out» rispetto a tante sue coetanee interessate ad aspetti ben più frivoli della vita. Ogni azione e personaggio e ambiente è spezzettato e analizzato e rivoltato come un insetto per vederne il fondo, che spesso è raccapricciante. Non c’è spazio per i buoni sentimenti o, almeno, non c’è spazio per i buoni sentimenti e basta. La stessa Martina risulta difficile immaginarla una «brava ragazza»; è piuttosto un’egoista, una che non chiede nulla e che non dà nulla. Eppure il suo sembra il comportamento più «corretto» nei confronti di una società che, vista dai suoi occhi, è solo apparenza, che nemmeno alle processioni di paese è sincera.


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