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A ovest di
Roma
di John Fante
a cura di
Gennaro Chierchia
Il libro si compone di due storie: “Il mio cane Stupido” e “L’orgia”. Il
primo racconto, molto più lungo del secondo tanto da poter essere
considerato un romanzo breve, racconta di uno sceneggiatore di Hollywood che
riceve il sussidio di disoccupazione e scrittore di romanzi in crisi
creativa. Egli ha una moglie e quattro figli di cui vorrebbe liberarsi al
più presto volando a Roma. I cani gli hanno sempre fatto compagnia così,
quando nel cortile di casa trova un cane enorme, nonostante il parere
contrario della moglie, decide di tenerlo. Stupido, questo il nome che gli
dà, è la sua soddisfazione: infatti l’animale cerca di sodomizzare i suoi
simili di sesso maschile e gli uomini, mettendoli puntualmente in fuga. Ciò
inorgoglisce lo scrittore, che vede in lui la rivalsa nei confronti di una
vita e di una umanità intera. In breve diventa il suo idolo, ciò che più lo
rincuora, più della moglie e dei figli, che non fanno altro che deluderlo e
deprimerlo. E quando scapperà darà via tutti i propri risparmi per riaverlo
indietro rinunciando così al sogno di volare a Roma. Ne “L’orgia” si
racconta di un ragazzo che assiste al vano tentativo da parte del genitore e
di un suo collega muratore di cercare l’oro all’interno di una miniera. Ma i
due uomini anziché lavorare se la spassano con una prostituta. Tra i due “Il
mio cane Stupido” è certamente il capolavoro; il racconto è stimolante
dall’inizio alla fine ed è ricco di significato. Fante descrive l’animale in
maniera superba e ne parla come se fosse una persona. “L’orgia” invece, a
parte la consueta bravura dell’autore nel dipingere personaggi di “bassa”
levatura sociale, è meno divertente e perde colpi nella parte centrale e il
finale duro si stacca dal resto del racconto. |