Racconti

http://www.gcwriter.com

 

A babbo morto

di Rosa Corvo

 

Avevo un amico, Alfonso Rugato, che è tanto che non vedo. Venti e più anni fa, quando questo che ti racconto è successo, ci vedevamo ogni giorno.

Alfonso! Nessuno lo chiamava per il nome.

Tutti Rugato, perché si portava dietro un cognome che era più logico del nome: stava sempre crucciato, corrugato arrabbiato o pensieroso, sicché aveva le rughe anche a vent’anni. Non è mai sembrato un ragazzo senza pensieri. Parliamo del ’78.

La storia inizia che ad ottobre il padre di Rugato muore, così, in un amen. Sarà stato perché quello lavorava quanto un somaro, sarà stato perché doveva essere, comunque un amen ed è morto.

Ci siamo rimasti tutti male, il padre di Alfonso era un bravomo, ma dopo che poco ci si era bello e dimenticati. Succede sempre così, non c’è malanimo.

Siccome era il su’ babbo, Alfonso era passato un anno ed ancora ci pensava. E qui vien fuori la faccenda dell’automobile, che era una preoccupazione perché un’automobile costa anche se non la si usa.

Il babbo di Alfonso era morto schiantato e non aveva lasciato una lira che una, solo codesta macchina, una bella tedesca color canna da zucchero, nuova nuova. Il vecchio Rugato se l’era comprata perché aveva l’intenzione di farci un gran viaggio, un viaggio lunghissimo, e diceva che le macchine tedesche, anche le utilitarie, non lasciano mai la gente per la strada.

Giacché non si muove foglia e via dicendo, il sor Rugato il viaggio l’aveva bell’e fatto, eppure la macchina non s’era mai mossa.

Un anno dopo che era morto il conto dei chilometri non arrivava a mille, la macchina restava a far ruggine in strada, le spese correvano, e pure se la vedova tirava fuori i soldi e zitta ad ogni fin di mese, e di soldi da buttare non ce n’erano, non è che si potesse tirarla per le lunghe.

La macchina non si poteva continuare a mantenerla, era uno sproposito, ricordo o non ricordo.

Le questioni diventano un problema ogni volta che non le si considera nella prospettiva giusta.

I Rugato superstiti avrebbero dovuto avere la prospettiva che a babbo morto conta nulla mantenergli monumenti, però c’avevano scrupoli o vergogna, gli piangeva il cuore a liberarsi del lascito, il sogno, dell’asino schiantato.

Alfonso era rimasto l’omo di casa, l’omo solo al comando come il ciclista; madre e sorelle aspettavano che fosse lui a pigliare una decisione.

A mente fredda liberarsi di un lusso sembra la cosa la più facile. A mente fredda… però se pigli i fischi per i fiaschi, e pigli un’utilitaria tedesca, classe ’77, per il quanto che resta del babbo, allora son dolori, liberarsi, liberarsene.

Alfonso non me lo ha detto ma è certo ci patisse.

Pativa sia a vedere la su’ mamma che si svenava a pagare il fasto, sia a decidere di troncare lì e liberare la famiglia del lascito.

Per come ho conosciuto Alfonso quello ci avrà pensato le settimane ed i mesi prima di venirmi a chiedere.

A chiedere cosa? Cinquecentomila lire del ’78, non giuggiole!

«Cinquecentomila lire! E a che ti servono?», gli ho domandato. È venuto fuori che di vendere o portare la tedesca allo sfascio non se la sentiva, allora ad Alfonso non restava che adempiere alle ultime volontà e liberarsi della macchina dopo aver compiuto il lunghissimo viaggio per il quale suo padre l’aveva comprata.

Poi, magari, uno viaggia, la macchina gliela rubano, l’assicurazione paga il rimanente, tutti sono beati.

Rugato sembrava uno straccio, era tutto una ruga di preoccupazione e di patimento; non sarebbe mai venuto a chiedermi i denari se non si fosse ridotto un cencio.

Lui studiava ancora ed io lavoravo.

Cinquecentomila lire erano più di quanto guadagnassi in un mese e pure Alfonso mi era più che un amico e basta.

Era il mio migliore amico, non so perché, non c’è il motivo. Motivo o non motivo io le cinquecentomila lire non volevo negargliele nemmeno per una grulleria come quella di portare la macchina a fare un viaggio.

Però a me i soldi servivano per sposarmi, ed allora ce l’avevo, sì, messi da parte, un gruzzoletto, ma se davo ad Alfonso le cinquecentomila perdevo l’occasione di fare un viaggio di nozze come si deve.

Gli ho spiegato le cose come stavano: «Se ti do questi soldi tu fai il viaggio alla memoria ed io non faccio il viaggio di nozze. A te pare ragionevole?».

Quel bischero tutta una ruga si è fatto un’alzata di spalle. «Scegli un po’ tu; quello che decidi va bene ed amici come prima».

Amici, amici… per quello che gli faceva comodo.

Però era vero che gli volevo bene, e credo che anche lui… Cosicché io e Nicoletta siamo andati a stare da certi parenti suoi a Giannutri, eccolo lì il viaggio di nozze, e lui è partito con la macchina per levarseli di torno, la macchina e gli scrupoli.

Cinquecentomila erano tante per me e per lui ma poche per un viaggio lunghissimo, anche nel ’79.

Solo di benzina la macchina si sarebbe bevuta tre quarti del capitale ed il mangiare ed il dormire ed i balzelli ed i traghetti e l’olio ed i pezzi di ricambio, non sia mai, non si finiva più di prevedere spese.

Alfonso diceva che come che fosse i soldi se li sarebbe fatti bastare, i soldi sarebbero andati tutti per la macchina ed il viaggio d’andata. Per se stesso avrebbe procurato e quanto a tornare… Tornano tutti, no?

Alfonso ha finito a giugno tutti gli esami di quell’anno ed è partito, anche l’università era uno scialo; è tornato all’inizio d’agosto. Circa quaranta giorni: saranno o no il tempo giusto per portare a termine un viaggio che sia un gran viaggio?

È partito la mattina presto, con uno zaino pieno di pane e mutande, ed è tornato di notte oltre un mese dopo, senza più la macchina. A salutarlo alla partenza c’ero, al ritorno no, non c’ero. Nessuno sapeva quando sarebbe tornato.

È partito che a causa delle rughe sembrava una prugna ed è tornato che sembrava una prugna più vecchia, rinsecchito e con più rughe.

È venuto su in casa, io e Nicoletta c’eravamo sposati e vivevamo in un buco, una casa che era un buco.

È venuto per ringraziarci e perché, lo garantiva, prima o poi, ci avrebbe pagato il viaggio di nozze più bello del mondo.

Lui si ricordava, tutto, bello o brutto che fosse.

Ci ha raccontato del viaggio, non che Alfonso fosse un gran parlatore ma immagino si sentisse in debito.

Era arrivato fino al confine evitando le autostrade perché non aveva soldi da buttare e lui conosceva altre strade comode quasi lo stesso, poi era passato in Francia.

Costa Azzurra, Provenza, Borgogna e via dicendo, Parigi! Sempre da solo, sì, a parte la macchina.

Dormiva in macchina, si liberava e si sciacquava la faccia nei grill che trovava strada facendo, mangiava pane e frutta, beveva l’acqua dei cessi, però non si faceva, non le faceva, mai mancare la benzina e l’olio nuovo.

La macchina lo aveva ripagato delle attenzioni e non si era mai guastata, neppure una ruota bucata per quattromila e ottocentosettantasette chilometri.

Perché dopo la Francia Alfonso aveva invaso il Belgio e l’Olanda e la Germania e l’Austria, come Bonaparte, però, più grande di lui era riuscito anche ad invadere l’Inghilterra.

Per un pelo, anche l’Inghilterra, ci ha detto.

Con l’ultimo pieno che si è potuto pagare è arrivato fino ad un posto che si chiama Stonehenge, dove c’è un circolo di sassi monoliti, e laggiù ha seppellito la cavalla utilitaria tedesca.

«Ma come sarebbe seppellito?».

Secondo me era una domanda logica da fare e allora l’abbiamo fatta.

Alfonso non si è dilungato in particolari.

«Seppellito è seppellito, che vi devo spiegare anche seppellito? Lì c’era una buca bella e fatta, forse avevano appena scavato fuori un’altra di quelle grandi pietre, ed io ci ho portato dentro la macchina, e dopo l’ho ricoperta e pace all’anima sua».

Alfonso aveva seppellito la macchina presso l’anello di monoliti che è molto misterioso e che forse, è probabile, non serve a niente, mentre la macchina, e questo è sicuro, ormai non serviva più a niente.

Una specie di offerta agli dei, ad altri dei che nemmeno si sa come si chiamano.

Alfonso aveva ricoperto la tedesca con la terra ed i sassi finché non era scomparsa, si era fatto il segno della croce e dopo aveva cercato passaggi fino a casa.

 

Sua madre ci rimaneva male perché lui non voleva più accompagnarla al cimitero una volta a settimana, neppure una volta al mese o all’anno; ma Alfonso oramai aveva chiuso i conti e poi sapeva che il meglio del su’ babbo lui medesimo lo aveva seppellito da tutt’altra parte.

A proposito di chiudere i conti…

Quando Alfonso si è laureato e l’hanno preso a lavorare in un bel posto, la prima spesa che ha fatto è stata comprarci il viaggio di nozze. Restituire il viaggio di nozze a Nicoletta e a me. Due biglietti di aereo in prima classe ed albergo di mille stelle pagato ai Caraibi; seppellire è seppellire e saldare è saldare, questo è Alfonso.

Quando siamo ritornati è venuto di persona a prenderci all’aeroporto, in macchina, con un’altra macchina che non era un ricordo.

Noi raccontavamo e lui più che altro stava zitto a sentirci, finché non ci ha domandato se davvero era andato tutto bene e se ci eravamo proprio divertiti.

«Certo che era andato tutto bene e benissimo e Madonna se ci eravamo divertiti, altro che, eravamo stati una favola!». Lui, per quanto fosse gentile, aveva sempre le stesse rughe e non sembrava più contento del solito.

«Allora siamo pari». Così ci ha detto.

Ci ha chiesto se fossimo pari sulla strada dell’aeroporto, come se si trattasse di una frase qualunque in una conversazione qualunque.

Perciò noi abbiamo risposto qualunque, cioè che eravamo pari e che, però, non ci eravamo mai sentiti dispari, che, tra amici, non ci si dovrebbe sentire dispari.

Sarà, ma la gente è com’è, e così va presa o persa.

Rugato è fatto in modo che quando si stanca salda il conto e dopo seppellisce le spoglie.

Quella non era una conversazione qualunque e dopo di allora lo abbiamo rivisto di rado o mai.

Il padre Alfonso lo ha seppellito tra i misteri ed a noi ci ha seppelliti su quel pezzo di tangenziale.

Ogni seppellimento una ruga, per questo credo Alfonso avesse una faccia come una prugna.


 Stampa questa pagina

 Segnala questa pagina a un amico